Alcesti deve morire

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Autore originale del testo: Luca Billi
Fonte: i pensieri di Protagora...
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di Luca Billi

Ad Atene gli autori tragici che gareggiavano alle Dionisie dovevano presentare una tetralogia, composta da tre tragedie e un dramma satiresco. Dopo le uccisioni e i lutti terribili descritti nelle tragedie, il pubblico voleva divertirsi, voleva lasciare il teatro ridendo. Non è colpa di Jorge da Burgos se a noi è arrivato solo il Ciclope di Euripide e per il resto frammenti, più o meno lunghi, di pochi drammi satireschi: si trattava in genere di opere meno importanti, a cui gli stessi autori dedicavano meno attenzione, erano per così dire opere di “bottega”, frutto del mestiere più che dell’ispirazione artistica.

Ci è arrivata però Alcesti, che, pur essendo la quarta opera di una tetralogia, non è un dramma satiresco, ma una tragedia – e infatti il coro non è formato da satiri, ma da cittadini di Fere – che finisce bene. E in cui non mancano i toni farseschi.
Raccontiamo brevemente la storia. Apollo sa che il re di Fere, Admeto, a cui è legato da un vincolo di fraterna amicizia, sta per morire: le Moire hanno decretato che è giunta ormai la sua ora. Anche se è un dio, Apollo non può modificare l’ordine del fato, ma – ingannando in qualche modo le vecchie filatrici – ottiene la promessa che Admeto possa fuggire a questa sorte, se qualcuno accetterà di morire al suo posto. I vecchi genitori del re rifiutano, nessun amico è disposto a tanto, solo Alcesti, sua moglie e madre dei suoi figli, accetta di sacrificarsi al suo posto. E così Alcesti muore e Admeto continua a vivere. Nel frattempo giunge a Fere, mentre sta compiendo le sue celebri fatiche, Eracle; nonostante il momento di lutto, Admeto non rinuncia alla propria proverbiale ospitalità e accoglie il dio, senza dirgli quello che è successo. Dopo una sbronza degna delle sue gesta, l’eroe viene a sapere l’accaduto e decide di intervenire, affronta la Morte e riporta Alcesti tra le braccia di Admeto, e così marito e moglie possono tornare a vivere insieme, felici e contenti.
Qui finisce quello che ci racconta Euripide, il pubblico può tornare a casa risollevato – e d’altra parte lo stesso Apollo, nel prologo, ci dice che la storia finirà bene – ma siamo proprio sicuri che il finale sia rassicurante? Con Euripide le cose non sono mai così semplici come sembrano.

Sia Apollo con Admeto che Eracle con Alcesti hanno potuto solo procrastinare l’inevitabile: entrambi un giorno moriranno, non è loro destino essere immortali. Non è destino degli uomini essere immortali.
Morire già non è una bella esperienza, per nessuno: e cosa dovrebbe dire Alcesti il cui destino è quello di morire due volte? Tutta la parte centrale della tragedia è dedicata appunto a descrivere l’agonia di Alcesti. E si tratta già di qualcosa di irrituale, perché solitamente gli spettatori della tragedia greca non vedono mai i personaggi morire in scena, la loro morte avviene off-stage e c’è qualcuno che si assume il compito di raccontarla. Alcesti muore – e gli spettatori assistono alla sua agonia – e quella morte è per lei un dolore, perché lascia il marito che adora, i figli che ama, abbandona una vita felice. Come vivrà Alcesti sapendo che dovrà rivivere tutto questo? Con che angoscia tornerà sulla terra, essendo l’unica tra i mortali a sapere cosa si prova in quel fatale momento ed essendo condannata a doverlo rivivere?
Admeto, grazie ad Apollo, fugge all’ineluttabile, ma, morta Alcesti, è morto anche lui. Muore come re, perché la sua autorità viene completamente minata: il coro riconosce che solo Alcesti ha dimostrato di essere una persona di valore, mentre Admeto è stato un vile. E’ Alcesti il personaggio “virile” di questa tragedia, a scapito proprio di Admeto, che pure è stato uno degli Argonauti e ha partecipato alla caccia del cinghiale calidonio. Muore come figlio, perché Fere non è più disposto a riconoscere come tale uno che ha accettato che la moglie morisse al posto suo. Muore come padre, perché non saprà spiegare ai propri figli quello che è accaduto. Muore come uomo. Si rende conto di aver fatto un tragico errore, ma ormai è troppo tardi. E il ritorno di Alcesti non cambierà la situazione. Il destino di Admeto è quello di essere un condannato a  morte, un morto che cammina.
E il ritorno di Alcesti per lui, nonostante il suo giubilo, non è esattamente un premio. Durante la sua agonia Alcesti chiede una cosa sola al marito: che nessun’altra donna dorma mai nel suo letto. Naturalmente Admeto promette solennemente di rispettare la volontà della sposa morente e aggiunge che nella casa si osserverà per sempre il lutto e non si farà mai più festa.
L’arrivo di Eracle scombina i piani di Admeto: come non accogliere quel personaggio così importante? Ad Admeto rimane solo la sua ospitalità, se non sarà ricordato neppure per quella, il suo mondo crollerà del tutto. E così inganna Eracle, non gli dice che la regina è morta, ma che stanno osservando il lutto per una donna estranea alla casa e organizza, tra la riprovazione dei servi, un banchetto per l’ospite. E sarà proprio un servo a rivelare ad Eracle l’inganno del padrone.
E così Eracle decide di affrontare la Morte, rappresentata come una sorta di orco, e le toglie Alcesti, ma non la riporta immediatamente ad Admeto. La conduce alla reggia velata e la offre al re, che, per le regole dell’ospitalità, non può rifiutarsi di accettare tale “regalo”. Solo a questo punto Eracle svela che quella donna è Alcesti. E dice che per purificarsi, dopo il suo pur breve soggiorno agli inferi, la donna per tre giorni non potrà parlare. Ma finito quel periodo di forzata “penitenza” Alcesti ha sicuramente parlato e – anche se Euripide questo non ce lo racconta – credo che Admeto abbia passato un brutto quarto d’ora. Alcesti a questo punto ha da dire molte cose al marito e non ne ha certo risparmiata nessuna. Immagino che le cene alla reggia di Fere, dopo quel giorno, siano state piuttosto fredde. Admeto è morto anche marito.
Alcesti è, nonostante il finale, una tragedia, perché è una storia sulla morte, sulla sua ineluttabilità. Ed Euripide ci lascia molti indizi, a partire dal motivo per cui Apollo e Admeto sono diventati amici.
Il dio è stato condannato da Zeus a servire come schiavo un mortale, proprio il re di Fere. In questo periodo in cui ha svolto i lavori più umili Admeto e Apollo sono diventati amici. Il motivo di tale punizione è l’uccisione da parte di Apollo dei Ciclopi, i fornitori delle folgori di Zeus: il dio voleva vendicare l’uccisione del proprio figlio Asclepio da parte del signore dell’Olimpo. Zeus era certo un dio iracondo e violento, ma in questo caso l’uccisione del giovane figlio di Apollo è stata in qualche modo giustificata: egli usava la sua arte per guarire i mortali, allungare loro la vita e perfino resuscitarli una volta morti. Zeus non poteva accettare questa violazione dell’ordine delle cose.
C’è un apparente contraddizione teologica nel finale della tragedia euripidea se Eracle, che si proclama figlio di Zeus, viola la stessa legge per cui il padre ha punito con tale durezza Asclepio. O forse non c’è tale contraddizione, proprio perché fare resuscitare Alcesti è la peggior cosa con cui gli dei possono punire Admeto. E Alcesti che si è prestata a violare questa fondamemtale legge di natura, seppur per amore del marito.
Come dice il coro dei cittadini di Fere, nel suo ultimo canto, prima che ritorni Eracle con la dama velata. In questo inno alla Necessità, a cui sia gli dei che i mortali devono piegarsi, c’è il vero senso della tragedia.

La dea ha preso anche te, Admeto,
nei suoi lacci implacabili.
Consolati: non riuscirai con le lacrime
a riportare sulla terra i defunti.
Anche i figli degli dei
scompaiono nelle tenebre della morte.
Alcesti ci era molto cara quando era in mezzo a noi,
ci sarà cara anche da morta.

Quel giorno gli spettatori sono andati a casa senza ridere.