D’Alema: la sinistra ha perso il popolo perché non pensa più al lavoro

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Autore originale del testo: Massimo D'Alema
Fonte: il Fatto Quotidiano

Intervento su Il Fatto quotidiano

di Massimo D’Alema

Gentile direttore, la ringrazio, e in particolare ringrazio la collega Silvia Truzzi, per l’attenzione riservata ai temi sollevati nella mia intervista a Repubblica. In effetti l’esigenza di ricostruire un rapporto con i ceti popolari e innanzitutto con il mondo del lavoro appare assolutamente prioritaria sulla via della ricostruzione del centrosinistra. Sono rimasto colpito e dispiaciuto per l’assenza di reazioni nel campo politico cui si rivolge il mio preoccupato appello, salvo qualche sgraziata sortita priva di rispetto e di intelligenza a dimostrazione che il centrosinistra è, malgrado gli apprezzabili sforzi di Nicola Zingaretti, ancora infestato dai residui di un ceto politico che sembra non aver imparato nulla dalla lezione di questi anni, neppure sul piano dello stile.

Vorrei però tornare su un punto sollevato per inciso da Silvia Truzzi, si tratta del riferimento alla volontà di “sospendere l’articolo 18” che sarebbe stata manifestata dal mio governo. Non ho alcun intento polemico, tantomeno di natura personale, anche perché la collega si è limitata a riprendere una ricostruzione leggendaria che ha avuto corso e continua ad averne. Ma questa ricostruzione non è vera.

Mi consentirà di citare ciò che io dissi nella famosa discussione con Cofferati che si svolse al Congresso del Pds dell’Eur: “Io sono convinto che l’articolo 18 vada difeso. Non siamo divisi su questo punto. Questa polemica finisce per oscurare il vero problema. L’articolo 18 protegge una minoranza dei lavoratori italiani. La totalità dei giovani ne è esclusa così come i parasubordinati e il grande mondo dei dipendenti delle aziende al di sotto dei 15 lavoratori”. E aggiungevo concludendo: “Sarebbe un errore farsi chiudere sulla difensiva dai falsi modernizzatori. È la sinistra che deve lavorare a ridefinire i diritti del lavoro alla luce delle grandi trasformazioni in atto”.

È in questa ottica che il governo propose una serie di misure volte a incoraggiare la crescita dimensionale delle imprese. Tra queste, l’idea di continuare per un periodo transitorio ad applicare alle imprese che superano i 15 dipendenti la normativa precedente. In tale senso certamente era prevista la non automatica applicazione delle tutele ai nuovi beneficiari. Ma con l’obiettivo evidente di accrescere, sia pure gradualmente, in modo significativo la platea dei lavoratori protetti. Si può condividere o meno questa impostazione e, all’epoca, Cofferati non la condivise ritenendo che si dovesse mantenere la rigidità della normativa esistente; tuttavia nessuno può disconoscere che quella discussione fu, tutta interna alla sinistra, sul modo migliore di difendere i lavoratori. “Una discussione in famiglia”, l’ha definita uno studioso attento come Piero Ignazi, nella quale non vi furono mai nell’ambito del centrosinistra accenti antisindacali o antioperai.

La realtà è che nel corso di questi lunghi anni non siamo riusciti a costruire un nuovo patto sociale capace di tenere insieme crescita economica, diritti del lavoro e welfare, malgrado i tentativi compiuti in questa direzione (penso alle politiche contro la precarietà fatte dal centrosinistra quando tornammo al governo nel 2006). Si è assistito a una progressiva erosione del rapporto tra il centrosinistra e il mondo frammentato del lavoro subordinato, in particolare dei lavoratori precari e meno protetti. Questo logoramento ha assunto la forma di un collasso e di una “rottura sentimentale” quando hanno preso il sopravvento “i falsi modernizzatori”.

Da qui bisogna con pazienza ripartire se si vuole ricostruire una prospettiva politica e non semplicemente aspettare che i populisti di vario colore portino il paese alla rovina. Per questo mi pare abbastanza ozioso e anche culturalmente datato un dibattito sulle alleanze politiche al centro o a sinistra con la ripetizione di uno slogan, “dobbiamo conquistare i moderati”, che ebbe un senso alcuni decenni fa ma che appare oggi persino surreale.

Non si esce dal populismo senza riconquistare la fiducia del popolo. E per la sinistra, anche per rendere meno ambiguo questo concetto di popolo, il punto di partenza non può che essere il lavoro. In fondo la forza dei grandi partiti fu proprio quella di garantire una connessione tra élite e masse popolari o per usare un’espressione gramsciana tra “intellettuali e semplici”. Se lo scenario rimane quello di uno scontro tra il popolo e la “casta dei privilegiati” non c’è spazio per la sinistra e più ci si allea con i moderati più si diventa bersaglio del populismo e del qualunquismo.