DAVVERO? A COLORO CHE PENSANO CHE DOPO QUESTO GOVERNO CI SIA IL FASCISMO

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di Claudio Bazzocchi

DAVVERO? A COLORO CHE PENSANO CHE NON CI SIANO ALTERNATIVE, CHE DOPO QUESTO GOVERNO CI SIA IL FASCISMO.

Mi rivolgo a quelli che pensano che questo governo è l’unica alternativa alla caduta nel fascismo.

Ammettiamo che l’Italia rischi di cadere in un incubo fascista, per quanto con caratteri ovviamente diversi da quello novecentesco.

La domanda è: davvero pensate che basti una finanziaria rivolta ai ceti meno abbienti e qualche altra misura di sollievo o anche politiche per l’occupazione giovanile e le pensioni per scongiurare una deriva fascista?

Insomma, se è vero che la società italiana è rivolta pesantemente a destra per immaginario, valori, visione del mondo, della natura e degli altri e quindi al momento trova in essa un’identità, risolve il problema dell’origine di sé, dell’identità originaria – che per l’umano è impossibile e quindi faticosa da elaborare come impossibilità da un lato e ricchezza di stimoli intellettuali e spirituali dall’altro – grazie al fascismo; se è altrettanto vero che la crisi della democrazia tipica di un passaggio di fase epocale dopo la fine del compromesso tra capitale e lavoro trova nel rapporto con l’uomo forte la sua soluzione per la maggioranza del paese, siete davvero sicuri che sia la leva economica sia quella da usare? Siete davvero sicuri che bastino misure di sollievo per i ceti popolari per affrontare il tema dell’origine e dell’identità tipico di una società in crisi che è crisi della democrazia? Non è che dimenticate che lo stesso compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro non fu solo un insieme di politiche redistributive e di giustizia sociale ma un vero e proprio assetto sociale, perché delineò per alcuni decenni il rapporto tra democrazia e capitalismo, e culturale – e potremmo dire antropologico – perché risolse per alcuni decenni il rapporto tra individuo e collettivo, tra diritti della persona e bene comune? E non è che fate finta di non sapere che tutto quell’immane sforzo che ci fece uscire dal fascismo ebbe come protagonisti grandi soggetti popolari, organizzati, forti che, proprio in quanto tali, poterono giungere a un compromesso e quindi a un assetto complessivo della società?

Ora, io capisco che i tempi siano quello che sono e che soggetti organizzati e di massa non ce ne siano, ma proprio per questo vorrei invitare alla calma i solerti fautori del governo che evocano scenari di realismo togliattiano e di improbabili ricostruzioni socialdemocratiche e sprecano parole e categorie altisonanti tacciando chi non sostiene il governo di essere un utile idiota della destra e, comunque, di non capire il pericolo del fascismo alle porte.

Da parte mia, il pericolo è molto chiaro e chi ha la bontà di seguire le cose che scrivo non potrà disconoscerlo. Ma, proprio per questo, io non credo che a fronte di un reale pericolo la risposta stia in un accrocchio trasformistico di governo tra chi ha colto l’occasione del suicidio di Salvini – con tipica hybris che dovrebbe dirci molto del tempo presente visto che ormai da tempo tanti sono affondati per tracotanza – per trovare un poco di sollievo senza alcuna visione e pensiero e soprattutto senza la volontà di ricostruire i luoghi della politica. Parlo dei luoghi in cui il tema dell’origine, dell’identità, della paura, del ruolo di un paese nel mondo, del rapporto fra sé e gli altri, fra sé e la natura e della crisi della democrazia possano essere messi a tema al fine di proporre una vita in cui l’origine e l’identità siano riconosciute come fondamentali – ben più di qualche manovra di redistribuzione della ricchezza – ma, allo stesso tempo, come impossibili per l’umano che non saprà mai da dove viene e a cosa è destinato, ma proprio per questo da elaborare culturalmente e politicamente in un impegno che può essere ben più esaltante e affascinante della miseria del tempo presente e della sua sbornia consumistica.

P.S.: di fronte a discorsi di questo genere capita di ascoltare il più delle volte l’argomento seguente: intanto facciamo una cosa, nulla vieta che se ne possano fare altre contestualmente. Sembra un argomento di buon senso, ma non coglie il fatto che il volgersi a destra della società non è determinato dalla crisi economica, ma dalla crisi di un assetto epocale in cui nella stessa questione economica, almeno per il movimento operaio, stava il controllo sociale del lavoro e della produzione, il rapporto tra la democrazia e il capitale e quello tra l’individuo e lo Stato e quindi l’elaborazione politico-culturale di una visione del mondo che costruiva un ambiente in cui sentire di avere un posto in quel mondo, di non essere soli, di non poter avere un’origine tranquillizzante determinata una volta per tutte come nel fascismo ma sicuramente i luoghi della costruzione collettiva di approssimazioni, visioni temporanee, militanze, solidarietà, fraternità, ecc…