Dubcek, il socialismo dal volto umano

0
176

di Francesco Bonicelli Verrina e Patricia Prochazkova

ALEXANDER DUBCEK
Socialismo dal volto umano (1921-1992)

Elison Publishing

… Dubcek era cresciuto in Kirghizistan, nella steppa, dove i suoi genitori, ammaliati da un sogno utopico, erano andati a fondare un kolchoz con altri comunisti slovacchi (della Interhelpo). Aveva ben capito cosa significasse il regime sovietico, aveva subito un certo razzismo, aveva fatto la fame con la sua famiglia, aveva visto le deportazioni di scheletrici bambini “kulaki” ucraini e le purghe dei suoi miti giovanili. Suo padre, falegname, che lavorava alla Ford di Gorkij, aveva dovuto lasciare la Russia e il suo lavoro per non perdere la cittadinanza cecoslovacca e non finire in un gulag per il semplice fatto di essere straniero, nel 1938. La guerra, con le sue trattative sotto banco fra il regime fascista e i sovietici, mentre Alexander combatteva come partigiano nella formazione Jan Zizka (eroe hussita), e poi la scuola politica a Mosca, avevano fatto il resto nell’accentuare il suo sano scetticismo verso il modello sovietico, la sua diffidenza verso il dogmatismo di molti suoi colleghi, pur non scalfendo la sua fiducia nel socialismo romantico e umanitario1 del suo nonno vetraio e dei suoi genitori, i quali, da immigrati negli USA (nel 1927 tutti i sindacalisti e i socialisti cecoslovacchi marciarono contro l’ingiustizia del processo Sacco-Vanzetti anche nelle città ceche), avevano partecipato ai primi vagiti del sindacalismo statunitense, che contava allora su un ampio sostegno da parte degli immigrati slovacchi, numerosissimi, tanto che c’erano sindacati slovacchi e molta propaganda socialista era in slovacco, nelle grandi metropoli industriali statunitensi di inzio secolo. Sognavano di andare negli Stati Uniti con il Titanic, per fortuna, è proprio il caso di dirlo, la povertà di mezzi non glielo permise e dovettero andare con una nave meno cara.
Alexander Dubcek era stato operaio, meccanico, cassiere, autista. Durante l’inverno del 1944 era rimasto ferito (suo fratello, Julius, di cittadinanza statunitense, era morto e suo padre era stato imprigionato), si era salvato nascondendosi sotto le foglie in un bosco e grazie al misterioso gesto di clemenza di un soldato tedesco, il quale pur avendolo visto decise di tirar dritto. Infine una donna, Anna Ondrišová (anche i suoi genitori erano stati in Kirghizistan con Interhelpo), lo aveva curato. Era diventata sua moglie, era di sei anni più grande di Alexander. Si erano sposati in abiti folclorici, in chiesa, come aveva voluto lei, sposati da un prete partigiano, e Dubcek non si era curato dello sdegno risentito dei compagni. Ebbero quattro figli ma il primogenito morì di polmonite, ancora in fasce.
Per un pelo Alexander Dubcek non era nato a Chicago. Doveva chiamarsi Milan, come l’eroe dell’aviazione slovacca Stefanik, ma si era chiamato Alexander come un caro vicino di casa e amico di famiglia. Era nato a Uhrovec, il 27 novembre 1921, il villaggio dei suoi genitori, nella Slovacchia centrale, nella casa annessa alla scuola protestante, dove, per ironia della sorte, era già venuto alla luce l’eroe del risorgimento slovacco del 1848, L’udovít Štúr.
Dubcek credeva fortemente nel federalismo, per allargare la base di partecipazione ed avvicinare il governo ai cittadini, ma credeva con altrettanto vigore nell’unità fra cechi e slovacchi, per la quale si spese ancora, instancabile, nel 1992, fino alla data della sua tragica e misteriosa morte, in seguito ad un incidente automobilistico, il 7 novembre dello stesso anno, proprio a un mese dal voto parlamentare (un referendum popolare non ci fu mai) sulla divisione fra i due paesi, tanto voluta dai nuovi partiti sorti come funghi e tanto osteggiata da Václav Havel stesso, che protestando diede le dimissioni da presidente della repubblica…

continua a leggere qui:  Alexander Dubcek