Due modelli di impero a confronto, l’Austria-Ungheria degli Asburgo e la Russia zarista (1618-1918)

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di Francesco M. Bonicelli Verrina

Ci sono Paesi, popoli, personaggi che, come scrive Lev Tolstoj in Guerra e Pace, sembrano superficialmente destinati a compiere certe imprese, mentre nel dipanarsi delle proprie vicende si scoprono avere tutt’altro fato da quello intuito o da quello che si sono dedicati a realizzare. Così Napoleone trascorse la vita intera a progettare l’invasione dell’Inghilterra (che non avvenne mai) e si trovò in Russia, dove, malgrado le vittorie, il suo invincibile esercito rivoluzionario fu annientato dall’inazione di quello russo, la Ragione sconfitta dalla più irrazionale delle sorti. Tolstoj ne deduce che la storia di un popolo non può racchiudersi nelle vicende di pochi personaggi, i quali anzi sono, ai suoi occhi, i più schiavi della storia e non gli eroi hegeliani, non uomini universali che stravolgono il corso degli eventi.

Timofej Granovskij, contemporaneo di Aleksandr Herzen, sostenne che la scuola del fatalismo storico toglie all’uomo il senso della responsabilità, ma che la storia, in ogni caso, sviluppa nell’uomo quella elevata tolleranza senza la quale non può esistere un vero giudizio. Nei periodi più scuri dell’avventura umana vi sono pure certi tratti di redenzione che noi riusciamo a scorgere solo a distanza di secoli, quelle vicende, quei personaggi, non sembrano chiederci una giustificazione ma una spiegazione.

Le efferatezze senza-dio del Novecento hanno radici più profonde e antiche di quello che sembra1, in quegli imperi multinazionali nei quali si sono sviluppati, nei secoli, sentimenti nazionalistici e razzisti, industria, capitalismo, lotte di classe, soprattutto sistemi burocratici sempre più avanzati, un controllo razionale e impersonale da parte dello Stato sempre più marcato. Per assurdo che possa sembrare, un regime come il Terzo Reich ha rappresentato, come descritto dallo storico Wolfgang Reinhardt2, qualcosa quanto più corrispondente a un’estremizzazione dello Stato, a un acuirsi esponenziale del controllo burocratico, della standardizzazione, della razionalizzazione, della ragion di Stato.

L’uomo moderno e contemporaneo, sempre più tecnologico e compreso nelle sue strutture, sembra sotto certi aspetti dare ragione all’esule e filosofo russo Nikolaj Berdjaev3: Emancipato eppure più schiavo di prima, tutto assorto nella sua ipermoderna tecnica che lo riporta alla barbarie, a una barbarie nuova e ancora misteriosa, armi sempre più terribili, concepite proprio per mantenere l’egemonia degli Imperi.

Rimane nella seconda metà del Novecento uno spazio ancora per la fiducia proprio in quel che non si vede4, grazie a un uomo discendente da una delle più importanti famiglie dell’Impero austro-ungarico, il logico di origini ebraiche Ludwig Wittgenstein, che aveva provato egli stesso, in trincea, la democrazia della mitraglia che falcia chiunque senza riguardo, la leva di massa che coinvolge milioni di esseri umani in una guerra totale per la ragion di Stato, e dalla prigionia scrive la famosa settima sentenza, secondo la quale su tutto ciò di cui non si può dire, bisogna tacere.

Si tratta di non-so-che e quasi-niente, quando si parla di quel che muove un individuo, un civile qualunque, a guidare il gruppo per i diritti civili Charta 77, a Praga, come ha fatto il professore di filosofia Jan Patocka, morendo nello stesso anno, il 1977, torturato. Jan Patocka è stato autore dei Saggi eretici sulla filosofia della storia5, nei quali il tema è quello della problematizzazione come radice e scintilla scatenante della storia, ovvero un progressivo accumularsi di complicazioni. Gli enormi spazi conquistati e costruiti intorno al centro politico, amministrativo, economico e culturale dell’Impero, in continua espansione, sono la protezione del centro stesso, ma sempre più drammatico è, secolo dopo secolo, amministrarli e controllarli, plasmare l’opinione pubblica fino a trovare un equilibrio fra le sue molte anime e componenti.

L’Impero russo si sviluppa anche sull’eredità bizantina e tatara, alla prima deve il concetto di sacralità e indivisibilità del territorio, proprietà del sovrano che dispone dei suoi nobili come di servi, mentre ai tatari deve una concezione del potere come qualcosa di lontano, sanguinario e quasi misterioso6. L’Impero asburgico non è mai incorso in qualcosa di analogo alla russificazione7, benché non meno retto dall’ideale di impero universale, questo, nel caso specifico, si è fondato essenzialmente sul dato confessionale, incarnato da una famiglia, non da un popolo. Nel caso dell’Impero russo, invece, lingua, nazione, fede hanno rappresentato (e rappresentano) un tutt’uno, nell’ideale espresso da Uvarov di autocrazia, ortodossia, nazione. Un concetto dirompente e minaccioso per l’Occidente, sviluppato attorno all’idea herderiana8 dell’evangelismo del popolo russo9.

Sia l’Impero russo sia l’Impero asburgico s’infrangono con la propria incapacità di controllare e sapere affrontare, con la fine del mondo rurale, la veloce espansione del proletariato urbano, dovuta all’industrializzazione.

Due primi ministri incarnano tutto ciò. A inizio secolo l’austriaco Ernest von Koerber, pur avendo ambiziosi piani economici, per unire attraverso una vasta rete ferroviaria tutte le periferie dell’Impero e potenziare il porto di Trieste, rimane travolto dalle cause nazionali, poichè in Austria-Ungheria sfruttamento del proletariato (in un contesto di gestione feudale dell’industria) e causa nazionale coincidono tragicamente10, così come il russo Petr Stolypin, grande riformatore della proprietà terriera, rimane travolto (e nel suo caso anche assassinato, nel 1911) da un proletariato urbano in forte espansione e anche lì dall’inasprirsi dei risentimenti nazionali11. La loro scomparsa dalla scena lascia il passo agli ultraconservatori dello stampo di von Sturgkh e Goremykin (in realtà a Stolypin succede Kokovcov e solo nel 1914 Goremykin), che con il loro uso della forza decretano la fine del legame fra i rispettivi popoli e i loro sovrani.

Mentre il buon soldato Sc’vejk12 fatica a capire il senso dell’alleanza fra il suo imperatore e la Prussia e subisce le vessazioni di superiori tedeschi, nel 1916 a Francesco Giuseppe succede Carlo, il quale destituisce l’odiato reazionario Burian, ma non osa abbastanza per arrivare a una pace separata con l’Intesa, benchè ve ne siano le basi13. Ormai troppo tardi von Hussarek dichiara l’imminente riforma federale dell’Impero. In Russia Nicola II chiama Nikolaj Golicyn, un ex plenipotenziario della Croce Rossa, a presiedere il Consiglio, ma anche la sua fine è già prevedibile.

Chi innesca il processo per giungere allo Stato moderno? Sicuramente due sovrane assolute, due donne settecentesche, Maria Teresa in Austria e Caterina II in Russia14 (Pietro non convocò mai un’assemblea costituzionale).

C’è di più. Volendo dirla con Carl Schorske15 fu proprio quella metropoli multinazionale e multilinguistica, sospesa fra est e ovest, nord e sud, Vienna, capitale della cultura ebraica16, basti citare, oltre al già detto Wittgenstein, Freud, Herzl, Kraus, Roth, Buber, la culla della cultura individualistica contemporanea. È l’uomo mitteleuropeo travolto dalla catastrofe e solo, ripiegato su sé stesso, volto alle miserie della propria interiorità, sulle macerie di un impero rottamato, non salvato in extremis da qualche rivoluzione d’ottobre17, perciò senza nessuna correzione al corso degli eventi.

Il destino della Mitteleuropa sembra pertanto ineluttabile rispetto a quello della Russia. Si pensi ai tentativi internazionalisti estremi dell’ebreo leninista Bela Kun18, nella mutilata Ungheria senza imperatore, appoggiato persino da membri della vecchia opulenta nobiltà, quali il conte Mihaly Karolyi19, evidenti dall’opera di Elek Bolgar20. Quest’ultimo va in missione a Vienna, nel tentativo di contaminare gli ex membri dell’Impero, quasi come un cavallo di Troia socialista nell’Europa centrale, mentre Aurel Stromfeld, un valoroso tenente colonnello asburgico, a capo dell’Armata Rossa seclera21, salva il suo Paese miracolosamente, sul Tibisco, dall’invasione congiunta di romeni, serbi e cecoslovacchi; quattro popoli uniti per secoli sotto la Corona, ora in guerra fra loro.

È proprio l’Ungheria a fare il canto del cigno dell’Impero, mentre in una parata anacronistica, il 16 novembre 1919, un ammiraglio senza più flotta, giovane consigliere del vecchio imperatore Francesco Giuseppe, Miklos Horthy22, salendo a cavallo sulla collina di Buda, diventa reggente. I poeti Endré Ady e Attila Jozsef piangono le sorti del loro Paese, il primo rifiutando la pietà divina, essendo nato ungherese, il secondo proclamando che il pasto di un ungherese è un piatto vuoto, la sua bandiera un cencio23. La proposta di una confederazione danubiana era stata del resto una soluzione vista prima della fine dell’Impero dal transilvano Aurel Popovici24, intimo di Francesco Ferdinando, ripresa senza successo da diplomatici ungheresi e romeni come Oszkar Jaszi25, Pal Teleki26, Grigore Gafencu27 e Iuliu Maniu stessi, negli anni fra le due guerre mondiali.

“-Voglio visitare la tomba del mio imperatore Francesco Giuseppe- -Che Dio la benedica!- -Dio conservi…!-” 28 e il frate zittisce il protagonista della Cripta dei Cappuccini, di Joseph Roth, mentre questo sta per citare l’inizio dell’inno imperiale, al cospetto della tomba di quell’imperatore che orgoglioso si proclamava primo impiegato dell’Impero29, un autentico e integerrimo servitore dello Stato, un imperatore Biedermeier30. Egli sale al trono a seguito dell’abdicazione di suo zio Ferdinando e delle dimissioni del conservatore Klemens von Metternich, la cui politica ha portato ai disordini che aprono il 1848.

Come ha osservato Adolf Fischof, radicale austriaco, proprio per cieca ragion di Stato, Francesco Giuseppe, che nella sua intransigenza vieta alla moglie boema di suo nipote di partecipare con il marito alle cerimonie pubbliche, non riesce a comprendere molte delle urgenze riformiste, come per esempio il problema dell’autonomia dei popoli slavi (la maggioranza della popolazione) in seno alla Monarchia, l’importanza di istituire una mai istituita autonomia boema, come suggeritogli dal suo primo ministro moderato Karl Sigmund von Hohenwart, nel 1871. Così come, d’altra parte, per vent’anni (1848-186731) reprime nel sangue e respinge nel silenzio la classe politica ungherese, fucilando il moderato Lajos Batthyani e molti altri, chiedendo l’aiuto dello zar32 e impiegando i sanguinari gendarmi croati dell’Impero, guidati dal bano Josip Jelacic. Tuttavia Francesco Giuseppe, barcamenandosi con abili compromessi, anche sullo scacchiere internazionale, soprattutto grazie all’abilità del conte Gyula Andrassy, riesce a tenere insieme una compagine certamente complessa. Con la Russia inizia a rompere rifiutandole un supporto, nel 1853, per la Guerra di Crimea, concentrandosi su un’alleanza sempre più stretta con il nemico storico: la Prussia. La situazione si complica irreversibilmente con la mossa bosniaca del 1908, la Bosnia era e doveva rimanere nulla più di un protettorato.

L’ultimo Trotta, famiglia protagonista della saga di Roth, nel 1938, osservando il tracollo definitivo di quel mondo danubiano in cui erano coesistite, per così tanti secoli, le genti più diverse, da Vienna a Leopoli, da Praga a Suceava, domanda inquieto: -E adesso dove me ne posso andare, io, un Trotta?-33. Sono gli ultimi atti di quel mondo di cui Roth racconta anche il tragico dopo, come fa nel racconto Questa mattina è arrivata una lettera, dove il protagonista in esilio riceve una lettera da un suo ex concittadino: la loro cittadina galiziana è scomparsa ormai dalla storia, dalla memoria, non solo dalle cartine geografiche, per sempre, i suoi abitanti sterminati o in esilio, dispersi, assumono un carattere fantastico nella memoria dei due conoscenti.

Il carattere fantastico nel revisionismo e nella memoria dell’Impero è osservato e descritto da critici letterari come Claudio Magris34. Lo ritroviamo per esempio nel conte Albert Apponyi, nei suoi interventi alla Lega delle Nazioni, come rappresentante dell’Ungheria post-Trianon35. Come nel mondo di sogno del giovane compositore von Hoffmansthall, descritto da Hermann Broch.

Nel 1848 Frantisek Palacky, l’ideologo della riforma in Boemia, sostiene ancora che la Casa d’Asburgo sia l’albergo di tutte le piccole nazioni dell’Europa centrale, altrimenti allo sbando. Nello stesso anno, mentre a Praga si tiene il primo congresso panslavo, a Debrecen, il riformista moderato ungherese Ferenc Deak, affine alle idee di Istvan Szechenyi e Miklos Wesselenyi, contraltare all’estremismo nazionalista di Lajos Kossuth di fatto, sostiene pubblicamente che un panciotto mal abbottonato va semplicemente sbottonato e riabbottonato, riferendosi alla Costituzione dell’Impero, e senza intendere disconoscere l’imperatore, che proprio in quegli anni avrebbe un’occasione d’oro per una grande riforma.

Compiendo un coraggioso salto cronologico, non è un caso che proprio assimilando il 1956 al 1848, Janos Kadar, presidente della repubblica popolare ungherese, nella delicata stagione che va dal 1956 al 1988, sponsorizza un rinnovato interesse verso l’Impero Asburgico e appoggia anche una certa corrente storiografica ungherese degli anni ’60, di revisionismo positivo verso gli Asburgo e l’unione dei popoli danubiani, in senso evidentemente filo-sovietico.

Gli ungheresi d’oltre confine non perdonano a Kadar la sua inettitudine nei confronti di Husak e Ceausescu, rispettivamente in Cecoslovacchia e in Romania, nel far rispettare i diritti civili e politici delle nutrite minoranze ungheresi, ma egli è stato anche il primo a riparlare dell’ingiustizia del Patto del Trianon che aveva ridotto l’Ungheria a un terzo, il 4 giugno 1920 (trattato mai riconosciuto dall’Urss stessa, in chiave anti-romena), nonché colui che ha recuperato al suo Paese la Corona di Santo Stefano dagli americani, nel 197836.

Gli Asburgo lottano quasi mille anni per uno scopo: ottenere il trono del Sacro Romano Impero a danno degli eredi dei merovingi in primis e di tutti gli altri pretendenti europei (a partire da Rodolfo, il quale nel 1278 sconfigge e sottomette a Marchenfeld l’avversario boemo Ottocaro) e vi siedono per circa quattro secoli, ininterrottamente37, fino all’estinzione dello stesso, per volere di Napoleone, nel 1806.

Volonterosi di espandersi verso ovest, qualche forza misteriosa li trascina a immergersi sempre più verso est e nei Balcani, a partire già dalla Guerra dei Trent’anni. Paladini del cattolicesimo dominano sulle più disparate confessioni38, fulcro della germanicità regnano su slavi, romeni, magiari, italiani. Volti poi a creare una vasta e solida compagine multinazionale nel cuore dell’Europa, riescono nell’ultimo secolo, più che altro, a inasprire sempre più i conflitti interetnici esistenti.

Speculare per certi versi la Russia, volta verso l’Europa, con la sua missione di Terza Roma (poi chiaramente ripresa da Stalin39) si realizza in verità come grande impero asiatico e oggi più che mai ciò si sente, pur rimanendo sempre legata anche agli interessi baltici ed europei, con la sua “finestra sull’Europa” e i suoi fedeli alleati Lukashenko e Janukovic, e mediterranei.

Gli Asburgo, probabilmente originari dell’Alsazia, prendono nome dalla rocca di Habichtsburg (Rocca dello Sparviero), nel cantone svizzero di Aargau. Come afferma Adam Wandruszka, nessun’altra dinastia è riuscita ad abbracciare in tal modo tanti popoli e nazioni europee come questa famiglia, ereditando costumi e rituali da ogni angolo d’Europa, in certo verso nella sua storia e nella sua tragica fine sconta proprio questo fatto. Non solo, ma la cosiddetta Casa d’Austria ha avuto al suo servizio, attraverso i secoli, rappresentanti delle più diverse nazioni: italiani, danesi, polacchi, irlandesi, ungheresi, scozzesi, spagnoli. Si può dire sia stata l’unica Casa regnante del continente veramente, profondamente europea, anche per il multilinguismo degli stessi membri, a dire di Wandruszka e anche del più recente Andrew Wheatcroft40, di François Fejto41, di Henry Bogdan, di C. A. Macartney42, di Robert Evans43 e del forse più illustre Stephan Vajda44.

Non è un caso che Carlo V si mobilita per imporre il tollerante Adriano di Utrecht, nonché suo precettore, come Papa, o se paventa egli stesso di intendere candidarsi al soglio pontificio per risolvere il Concilio, che d’altro canto egli, che comprende i motivi dell’agostiniano sassone Lutero, spera si tenga in terra tedesca, per ricomporre l’Europa e il Cristianesimo, che fino a quel momento sono stati una cosa sola e solo da quel secolo, nuovi movimenti sotterranei, iniziano a minacciare l’Impero “su cui non tramonta mai il sole”45.

Nel 1649, in Russia, un riordino delle leggi, ratificato con il Sobornoe Ulozhenie dell’erede al trono di Michail Romanov (colui che ha tratto la Russia dai torbidi e dall’invasione polacca del 1610), Alessio, comporta da una parte una maggiore regolamentazione a svantaggio della corruzione, obbliga la nobiltà a prestare servizio militare, accresce l’autorità e il controllo del governo centrale anche attraverso gli uffici governativi competenti nei vari ambiti, ma esclude altresì chi non paga le tasse dai diritti e dal territorio della città, condanna definitivamente la servitù della gleba alla sua condizione, imponendone inoltre l’ereditarietà, con l’abolizione del tempo massimo di reclamo per i servi fuggitivi, da parte dei boiari, e con l’obbligo di residenza per i servi nel luogo di nascita, da dove ci si può spostare solo con speciali passaporti46. In quegli stessi anni, Alessio, dà man forte a Ferdinando II contro gli svedesi, calvinisti.

Quasi parallelamente Ferdinando II (regnante dal 1619 al 1637) porta avanti un’opera analoga. Il padre Carlo II di Stiria è arciduca dell’Austria Interna. Nel suo dominio Carlo II ha creato una cancelleria, un consiglio di guerra, un consiglio segreto e altri organi collegiali. È la prima parte dei territori asburgici a centralizzarsi, a diventare uno Stato pre-moderno, in un contesto di autonomia, rispetto all’imperatore, dovuta alle necessità della difesa territoriale, di cui la marca di Stiria è baluardo. Queste condizioni impongono inoltre sempre nuovi tributi di guerra, che gravano sulla popolazione delle campagne, come non bastasse la costante presenza di mercenari che passano di villaggio in villaggio, bivaccano in ogni dove e regolarmente devastano quel che trovano.

Tra XVI e XVII secolo sono attestate, nell’Austria Interna (Stiria, Carinzia e Carniola47), centotrenta rivolte contadine. Chiedono luogotenenti imperiali in sostituzione dei locali principi incapaci di difenderli dagli ottomani, la liberazione del commercio rurale, l’elezione dei giudici e dei parroci. Nel solo anno 1573 muoiono tremila contadini nei combattimenti contro le truppe dell’arciduca. Il fatto che la maggior parte dei rivoltosi venga condannata a pagare un’ammenda non attesta la mitezza dell’arciduca, bensì il suo moderno senso degli affari, che conserva il figlio Ferdinando II. Quando ereditando il trono dal cugino Mattia, una volta riconquistata Praga nel 1620, con le truppe della Lega Cattolica guidate dal Tilly nella celeberrima Battaglia della Montagna Bianca, compie sì alcune necessarie esecuzioni, ma alla maggioranza dei rivoltosi, graziati, non è permesso lasciare i territori della Corona, essendo molto più redditizi come sudditi, pagando una sovrattassa sulla propria fede.

La marca di Stiria è inoltre profondamente contaminata dalle istanze della Riforma più radicale, i movimenti ereticali visionari si diffondono, come battisti, anabattisti, fondatori, martiri, etc. Non solo, molti ecclesiastici sono vicini a tali ambienti che veicolano una vera e propria ideologia della mobilitazione, utile contro gli ottomani, i musulmani, gli ortodossi, gli Asburgo stessi. Sotto il profilo amministrativo viene a formarsi una rete di pastori e predicatori protestanti notevole48.

Nel nuovo secolo termina il periodo inaugurato dalla pacificazione di Graz del 1572, ratificata malgrado il principio espresso solennemente ad Augusta nel 1555: cuius regio, eius religio.

Gli esponenti della Controriforma percorrono la regione, protetti dalle forze armate, ricattolicizzando ogni centro urbano, anche attraverso processi che si protraggono per settimane. Nel 1630 Ferdinando II, da imperatore, prosegue l’opera del padre, trasferendo la corte da Graz a Vienna, esportando dalla Stiria il modello paterno, molto più pragmatico ed efficace degli incerti cugini Rodolfo e Mattia: il primo, un umanista, mecenate di artisti come l’Arcimboldo e astronomi come Tycho Brahe, rinchiuso nella sua Corte di Praga, il secondo un avventuriero che non si decide mai a prendere una parte chiara nel conflitto religioso, sfruttando solamente le controversie per minare il già precario ruolo del fratello49.

Rodolfo II il 9 luglio 1609 ha emanato la Bolla che garantisce libertà di culto e coscienza, abdicando in favore del fratello tre anni dopo.

Dieci anni dopo, a Praga, gli evangelici, infervorati dal conte Thurn, defenestrano i due luogotenenti imperiali Slavata e Martinic. Presa in mano la situazione, Ferdinando, succedendo al cugino Mattia, non solo straccia la Bolla di Rodolfo ma riesce addirittura, in cambio della Slesia, a portare dalla parte dei cattolici, e quindi a guadagnare alla causa degli Asburgo, l’elettore protestante di Sassonia, Massimiliano, luterano e probabilmente anche piuttosto avido e altrettanto cinico. I cosacchi accorrono in aiuto dell’imperatore, a guardia del confine ungherese, minacciato dai ribelli ungheresi calvinisti guidati da Bocskay e Bethlen. Praga si riempe di spie e di gesuiti e padre Lamormaini, confessore di Ferdinando, allunga le mani sull’Università, di lunga tradizione libera.

La tipica operazione gesuitica per ricattolicizzare la popolazione non è prevalentemente quella del terrore, ma in realtà quella di sfruttare il culto dei santi locali e istituirne di nuovi, che oscurino gli eroi protestanti. Jan Nepomuk era stato un prete quattrocentesco, gettato nella Moldava da Venceslao IV, per essersi rifiutato di rivelare i segreti del confessionale degli amici di Sigismondo. Entrambi figli di Carlo50, in lotta per l’Impero. Sigismondo è stato il primo a riunire le Corone di Boemia, d’Ungheria e di Croazia, nonché il primo grande imperatore centralista e persecutore indefesso di Jan Hus e degli hussiti51, pertanto un predecessore ideale di Ferdinando. Jan Nepomuk, o Giovanni Nepomuceno, è il principale strumento del lavoro di conversione dei gesuiti in Boemia, il suo culto arriva fino alle missioni in California e Nuovo Messico. La statua di Jan Podebrady, l’unico re hussita di Boemia, viene distrutta.

Ferdinando estende la centralizzazione amministrativa a tutto l’Impero attraverso finanze, fisco e poste. Nel 1627 rende ereditaria la Corona di Boemia, decretando per la prima volta l’unitarietà del patrimonio territoriale della Casa d’Austria. Indebolisce i signori locali, sottraendo loro la riscossione delle imposte e tenendoli sul fil di lama e portandoli a folli indebitamenti con la Corte. Viene anche concesso ai contadini un diritto di reclamo e prevista una procedura d’istanza. Per la prima volta nella storia degli Asburgo, Ferdinando, riduce pragmaticamente il campo d’azione, rinunciando a dettar legge sugli stati tedeschi del nord (peraltro ridotti dalle guerre a un terzo della popolazione), volgendo piuttosto l’interesse verso est e sud-est. Inizia così a delinearsi il vero destino della sua famiglia; per la prima volta, verso la fine della Guerra dei Trent’anni (1618-1648) l’Impero viene effettivamente diviso in due blocchi, lasciando senza freni il nazionalismo prussiano in fieri52.

Ferdinando ha anche l’accortezza di defilarsi dalla Lega Cattolica, non appena essa non fa più gli esclusivi interessi degli Asburgo. Egli vede la Controriforma solo come un utile strumento di riconquista, non per niente dopo trent’anni di conflitto devastanti si torna alla condizione del 1555: cuius regio, eius religio.

Quarant’anni dopo Pietro il Grande prosegue nell’opera di penetrazione verso l’Estremo Oriente, raggiungendo lo stretto che da allora prende il nome dal suo scopritore, Vitus Bering53. Invia addirittura un’importante ambasceria in Cina, guidata dall’esule moldavo Nicolae Milescu-Spataru54, stabilendo le basi di primi scambi commerciali, aprendo la strada a una storia travagliata di rapporti quasi sempre conflittuali con l’altro gigante asiatico. Avviene inoltre un tentativo di evangelizzazione dalla sede vescovile di Irkutsk, nella persona di Innocenzo, ordinato da Pietro vescovo di Pechino55.

Khlesl, Telegdi, Lohelius, tutti di umili origini56, rispettivamente in Austria, Ungheria e Boemia svolgono il loro ministero di ricattolicizzazione con zelo, ridanno vita nel corso della loro missione di vescovi a una rete di parrocchie e tipografie cattoliche su cui si fonda la Controriforma asburgica. Cappuccini e domenicani vengono chiamati persino dall’Irlanda. Istvan Szantò, gesuita, ex alunno del Collegio Germanico a Roma, si dedica a una traduzione in magiaro della Bibbia che fa concorrenza a quella calvinista del conte Karolyi, è il vero burattinaio di tutte le operazioni di Controriforma nelle terre degli Asburgo, che percorre in lungo e in largo, apre tipografie, forma predicatori e controversisti, converte personaggi come il conte Esterhazy che inaugura allora per la sua famiglia una tradizione di servizio alla causa cattolica asburgica che diventerà plurisecolare57.

Sotto Ferdinando, con la devastazione delle terre, soprattutto in Boemia, compiuta da cosacchi prima e svedesi di Gustavo Adolfo poi, si innesca anche una spirale inflattiva che tuttavia in qualche modo conviene al gioco dell’imperatore. Espropriate le terre dei protestanti, vengono aggiunte al patrimonio della Chiesa o insediati al loro posto signori di stirpe cattolica: spagnoli o italiani, zelanti attori della Controriforma che mandano forzosamente in chiesa i loro contadini, prostrati dalla corvée.

Il celebre condottiero Albrecht Wallenstein riceve circa un quarto delle terre espropriate, in ricompensa dei grandi servigi. Figlio di un piccolo proprietario terriero ceco protestante, aveva sposato una vecchia ereditiera che, morendo, aveva fatto la sua fortuna. Le sue terre sono un grande laboratorio controriformista. Vi edifica ospedali e scuole58. Come il Menscikov, ambiguo, controverso e discusso consigliere e condottiero di Pietro59, egli può essere considerato alla stregua di un proto-selfmademan. Il Wallenstein costruisce un personaggio intorno a sé che ha senza dubbio le tinte della grandezza nel bene e nel male, un manager della propria immagine, delle proprie doti e della propria persona, che riesce ad innalzarsi dalla miseria fino alle più alte vette della società. È sanguinario e senza scrupoli in guerra, ossessionato dalla forma barocca e dalla castità, odiato e invidiato da tutti gli altri cortigiani, ma anche pietoso, devoto, colto.

A breve distanza l’una dall’altra, Austria e Russia vivono una grande opera di ricostruzione, restauro, rifondazione. Soprattutto a Praga, caposaldo protestante alla quale pertanto Ferdinando dedica le maggiori attenzioni, si vive, ad opera soprattutto di architetti italiani e di mecenati come il Wallenstein, un esplosione baroccheggiante. Vengono costruiti nuovi monasteri urbani e nuove chiese, ricostruite le facciate delle vecchie, in tono polemizzante, con un uso smodato soprattutto della Vergine e delle immagini più pietose60. “Una coorte di santi, di statue esagitate”, scrive appropriatamente Ripellino in Praga Magica.

San Pietroburgo, viene invece fondata addirittura dal nulla, in un golfo paludoso, fino ad allora abitato solo in certi periodi dell’anno da pescatori. Pietro intende costruire lì la sua finestra sull’Europa, su quel mar Baltico strappato agli svedesi, comuni nemici anche degli Asburgo, dopo un secolo di lotte. Ciò che rende ancora più mitico il tutto è che come sostenuto da Orlando Figes, San Pietroburgo poggia le sue fondamenta su migliaia di vite sacrificate alla sua edificazione. Analogamente alla tassa austriaca per il diritto a non essere cattolici, se così si può dire, Pietro impone una tassa sul diritto a non essere occidentali, ovvero, chi rifiuta di tagliarsi la lunga barba e dismettere il caffettano, a vantaggio di abiti occidentali, deve versare cento rubli all’anno all’imperatore.

Nel 1709, infatti, sconfitti gli svedesi a Poltava, nel cuore dell’attuale Ucraina, Pietro (il cui regno dura dal 1689 al 1725) proclama l’Impero, il cui simbolo diventa l’aquila bicipite germanica. Non è più uno zar ma un imperatore, nella tradizione occidentale. La Chiesa viene riformata da Prokopovic di Pskov, un vescovo formatosi a Roma. Pietro, cresciuto nel quartiere tedesco di Mosca, stringe una forte amicizia con il cattolico scozzese Patrick Gordon, che diventa un suo prezioso consigliere militare e si occupa, con Lefort e Kurakin, della fondazione della flotta russa e della politica estera dell’Impero Russo.

Pietro istituisce collegi per l’amministrazione dello Stato, una polizia che si occupa dell’ordine e soprattutto del controllo, anche nella vita privata dei cittadini (come Ferdinando dalle sommosse contadine, Pietro, nell’infanzia, è rimasto profondamente turbato dalle rivolte degli strel’cy, la gendarmeria dello zar), “c’è ben poca giustizia nel popolo, ma molta perfidia”61 è una sentenza che starebbe molto bene anche in bocca a un predicatore controriformista. Sostituisce le vecchie assemblee dei boiari con un Senato di sua nomina, un’operazione di pura centralizzazione moderna del potere statale. Stabilisce una tavola dei ranghi che abbassa i boiari costringendoli a pagare le tasse e farsi strada nella società, attraverso il merito, riforma di non poco conto che in qualche modo lo porta già avanti rispetto ai suoi contemporanei Asburgo62, benché in effetti anche nell’Impero si possa individuare nell’ideologia che ha mitizzato le umili origini di certi personaggi, come Khlesl o Wallenstein, qualcosa di analogo.

Un tratto non meno importante è che Pietro apre la strada della successione alle donne, come di lì a poco accade anche nell’Impero Asburgico.

Ciò che porta Puskin a definire Pietro “costruttore taumaturgo”, mentre altri vi vedono l’Anticristo, come i Vecchi Credenti (in fondo analoghi alle sette ereticali della Mitteleuropa, che altro non vorrebbero se non, come Hus stesso, ricondurre la Chiesa alle origini), è il fatto che egli è veramente in lotta con gli elementi nella costruzione della sua Pietroburgo, con quel nome riecheggiante quelle città mitteleuropee e nordeuropee che egli stesso ha visitato.

A imitazione dell’opera gesuitica viene potenziato da Pietro il culto di un santo popolare, leggendario, nazionale come Aleksandr Nevskij (trionfatore sugli svedesi nel 1240 e sui teutoni nel 1242). Nella costruzione della finestra sull’Europa si cimentano soprattutto olandesi e italiani come Quarenghi, Rastrelli, Trezzini (i tratti che accomunano forse più di tutti la Corte Asburgica a quella russa sono l’interesse per le scienze e il cosmopolitismo, non comuni a nessun’altra corte europea, non in quella misura). Pietro è in ogni fase dell’opera in prima linea, costruitosi, in prossimità della Neva, un piccolo e modesto rifugio provvisorio.

Il mare litiga col sovrano (Pietro), scrive il poeta Sevyriov, come in quel momento il suo contemporaneo Leopoldo, nipote di Ferdinando II, sta affrontando un altro mare, non meno pericoloso: quello ottomano.

Leopoldo (regnante dal 1657 al 1705), come Pietro non predestinato al trono, quando vi si trova sta ricevendo una formazione da ecclesiastico, che lo segna del resto per tutta la vita. Anch’egli, come Pietro sta affrontando i turchi fra la fine del XVII e l’inizio del XVIII, che Pietro affronta, sconfitto, sul mare d’Azov nel 1695 e sul Prut nel 1711.

Il 12 settembre 1683, Leopoldo, dopo aver subito una grande offensiva turca in estate, da Maometto III, resiste a Vienna e grazie al temporeggiamento degli assedianti riceve un decisivo e provvidenziale aiuto da tutta la Cristianità, soprattutto da parte dei polacchi, guidati dal re eletto Jan Sobieski. Vendica i martirii di Mohacs, nel 1526, dove era stata decapitata l’aristocrazia ungherese, Koszeg, nel 1532, dove il castellano Jurisic aveva bloccato con pochi uomini e un eroico sacrificio l’avanzata turca, come Zrinyi a Szigetvar, nel 1566, ancora protagonisti di ballate popolari e contesi fra croati e ungheresi.

Va aggiunto che Leopoldo, come il suo avo Ferdinando I (il fratello di Carlo V, da non confondere con Ferdinando II arciduca di Stiria) quando dopo la morte dell’ultimo erede di Mattia Corvino eredita, come d’accordo con quest’ultimo, la Corona di Santo Stefano, deve subire un’agguerrita resistenza ungherese. Gli ungheresi allora infatti, guidati da Zapolja, si erano addirittura messi sotto l’ala di Solimano pur di non piegare la testa agli Asburgo, solo con l’abile compromesso di Oradea, non a caso trattato da un certo Frate Giorgio, che Fejto non esita a definire un abile doppiogiochista, era stato possibile agli Asburgo penetrare nell’Ungheria settentrionale, lasciando uno status di semi-indipendenza in Transilvania.

Soltanto Leopoldo, appunto, quasi due secoli dopo, sconfiggendo Thokoly, l’erede di Zapolja, riesce a sottomettere interamente l’Ungheria, con il trattato di Karlowitz del 1699, completando l’opera iniziata dal nonno, riunendo la Corona d’Ungheria (o di Santo Stefano) al patrimonio ereditario ed indivisibile degli Asburgo63.

Papa Innocenzo XI riesce in ciò che non era riuscito al gesuita Antonio Possevino, il nunzio in Polonia, all’epoca di Istvan Bathory, a fine Cinquecento, che cercava di convincere la Cristianità di allora a supportare quel potente re cattolico che regnava su Polonia, Lituania, Transilvania, nel momento di massima espansione del Regno Polacco-Lituano, contro la Russia ortodossa e i turchi64. Peraltro di lì a poco (1610), eletto regnante Sigismondo III65 Wasa, già re di Svezia, la Polonia-Lituania avrebbe invaso la Moscovia.

In qualche modo nel 1683 si realizza dunque il sogno di papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini), che tante energie e viaggi diplomatici aveva profuso già da vescovo di Trieste, poi durante il suo pontificato dal 1458 al 1464, forte della vittoria cristiana a Belgrado del 145666, per creare una grande federazione cristiana nel cuore dell’Europa, volta a lanciare una crociata di proporzioni inedite contro l’Islam.

È durante l’assedio di Vienna che emerge la figura, tra mito e realtà, del cappuccino Marco d’Aviano, il quale indefessamente predica nelle prime linee durante i combattimenti, aizzando i cristiani a purificare le proprie colpe con il sangue turco. Figura decisamente più razionale quella del condottiero Eugenio di Savoia che guida le armate asburgiche fino alla pace di Passarowitz, alle porte di Belgrado, nel 1718. Un giovane per nulla promettente, come Leopoldo avviato alla carriera ecclesiastica, ma costui malvolentieri. Forse omosessuale, di aspetto sgradevole anche per il suo labbro leporino e decisamente non aitante, cresciuto dalla nonna paterna, una Borbone, alla corte di Luigi XIV, dove sua madre, nipote del Mazzarino, era di fatto una cortigiana, moglie di un esponente secondario di Casa Savoia. Accorso a Vienna si arruola, come molti altri rampolli, ma il suo genio militare gli permette subito di emergere e guida poi i soldati dell’Impero per due generazioni67.

Altri due italiani, emiliani, due statisti in senso moderno, collaborano in quel momento a fare di Leopoldo forse uno dei maggiori uomini di stato dell’epoca. Essi sono Raimondo Montecuccoli e Luigi Ferdinando Marsili68. Il primo istituendo la flotta asburgica e il monopolio della forza del sovrano, per contrastare l’anomia di un esercito atomizzato e ostaggio dei signori feudali (anche Pietro fonderà il suo esercito imperiale, nel 1721), il secondo aprendo il commercio danubiano con i turchi, evitando di passare attraverso l’Inghilterra, sviluppando la produzione di manufatti di pregio e l’esportazione di questi, trattenendo invece le materie prime che, senza un’industria solida l’Impero ha dilapidato per sostenersi. Si delinea in quel momento una nuova politica estera asburgica verso i turchi: l’Impero Ottomano viene colpito e via, via smembrato ma senza mai l’intenzione di annientarlo completamente. Esso risulta infatti funzionale al mantenimento dello status quo in Europa ed è inoltre utile mantenere in vita una potenza che declina lentamente contraendo sempre maggiori debiti con gli Asburgo. L’Impero Ottomano, ricordiamo, è fallito per bancarotta.

Inizia qui a profilarsi uno scontro di interesse nella politica orientale con i russi, che sfocia poi nella seconda metà dell’Ottocento ed esplode nella Grande Guerra.

Aggiungo su Leopoldo che egli teneva la sua corrispondenza in lingua italiana. In una questione sola sbaglia, Leopoldo, nel dare una corona, fatale alla sua progenie, a Federico Guglielmo Hohenzollern, per i servigi resi.

Oltre che un secolo di donne e costituzioni, il Secolo dei Lumi è evidentemente anche un secolo di guerre, anche più del precedente se Immanuel Kant lo termina scrivendo il Trattato per la pace perpetua.

Carlo VI succede al fratello Giuseppe, che è riuscito a conservare una porzione di Paesi Bassi all’Impero, con il trattato di Utrecht, del 1713. Carlo VI esclude direttamente le due nipoti, ma nel 1740 pretende che erede sia sua figlia Maria Teresa, con la Prammatica Sanzione: una prima costituzione asburgica, che decretando definitivamente l’indivisibilità del patrimonio della Corona, apre anche la strada alla successione femminile. Nel frattempo anche in Russia una donna si impossessa finalmente del trono, Elisabetta, figlia di Pietro, rifiutata da Luigi XV di Francia, che ha preferito in consorte la polacca Maria Leszczynskaja. A dire il vero in Russia si sono già succedute una dopo l’altra la consorte di Pietro, Caterina, e la nipote Anna.

Carlo VI annovera altri meriti oltre alla già citata Prammatica Sanzione. Egli nel 1722 crea la Compagnia di Ostenda, con l’intento di sottrarre una parte di mercato marittimo all’Inghilterra. Dissipa i suoi successi distratto dall’ossessione di preservare a un membro degli Asburgo il trono di Spagna. Per tranquillizzare almeno una delle due nipoti ha l’astuzia di sostenerne il marito, Augusto Wettin, elettore di Sassonia, con successo, all’ascesa al trono di Polonia. Ma proprio questa guerra di successione polacca (1733-38) viene sfruttata abilmente dal cardinale Fleury, braccio destro del re di Francia, per far valere la candidatura del suocero del re, il Leszczynsky. Finisce che il Leszczynsky si accontenta della Lorena, ceduta dal futuro marito di Maria Teresa, Stefano Francesco, ricompensato, del resto, con il Granducato di Toscana.

La Compagnia di Ostenda è sciolta, malgrado i primi successi, ma in compenso l’Inghilterra riconosce la Prammatica Sanzione, seguita dal re di Francia che può inviare finalmente il suo erede ad occupare il trono di Madrid, come contropartita69. A Maria Teresa non viene comunque risparmiata una Guerra di Successione (1740-43), forte però dell’alleato inglese e del sostegno della Russia; la Francia all’ultimo la tradisce. L’imperatrice permette al Wittelsbach, Carlo duca di Baviera, marito della cugina, l’elezione al soglio imperiale, ma perde la Slesia per opera di Federico II di Prussia, che si staglia da quel momento quale principale nemico e minaccia allo status quo asburgico-russo; la Slesia è teatro di conflitti austro-prussiani per quasi tutto il secolo.

Maria Teresa, benché tenuta lontana dai Consigli di Stato e dagli affari di Corte fino alla morte del padre, riesce abilmente a destreggiarsi per conquistare i sudditi alla sua causa. Si fa presto incoronare a Praga, entrando nelle grazie dei boemi, dopodiché promette alla nobiltà ungherese di non interferire negli affari fiscali d’Ungheria70.

La figlia di Pietro, Elisabetta, regnante dal 1741 al 1762, quasi esattamente come la sua analoga Asburgo, ha conquistato il trono per non essere destinata alla vita monastica. Salita al potere, abolisce la pena di morte ed emancipa la nobiltà. Sotto il suo governo viene potenziata l’Accademia delle Scienze fondata dal padre, analogamente Maria Teresa è fondatrice del primo codificato sistema scolastico europeo, oltre che di Accademie scientifiche, militare e giuridica, anche grazie all’appoggio del marito eruditissimo, che cura a Corte un vero e proprio “vivaio” di menti illuminate e uomini di scienze. Elisabetta conquista la Finlandia alla Svezia, operazione non riuscita al padre, così come Maria Teresa lega a sé i Borbone (che regnano a Parigi, Madrid e Napoli), dopo la lunga guerra di suo padre e suo nonno per la Spagna, con un’abile politica matrimoniale, attraverso i suoi figli e figlie. Le due imperatrici non possono che allearsi allo scoppio della Guerra dei Sette Anni (1756-63), artefici del connubio, definito dai posteri Rivoluzione diplomatica, sono von Kaunitz, cancelliere austriaco, e Bestuscev, cancelliere di Elisabetta.

Wenzel von Kaunitz prevede l’amaro futuro della Monarchia nell’aggressività prussiana, intuendo l’occasione inglese di usare questa contro Francia e Russia, contendenti del dominio sui mari, capisce che le ultime due sono ora le naturali alleate dell’Impero. Si trova sulla stessa posizione Bestuscev, subito esautorato dagli infiltrati di Federico II, non appena Pietro III subentra a Elisabetta. Pietro III viene però ucciso in breve dalla consorte tedesca71, Caterina II, aiutata dal suo amante Orlov. Ella, a differenza del deposto e defunto marito, è un’altra buona alleata degli Asburgo, malgrado il suo scaltro cancelliere Nikita Panin, filo-prussiano, artefice delle intese spartitorie con la Prussia.

Maria Teresa avvia un’evoluzione della figura del vescovo in senso statale, trasformando i vescovi in un corpo di amministratori pubblici, rafforzati nei confronti dei parroci e più autonomi nella gestione delle diocesi, le parrocchie “democratizzate” sulla base di quanto patrocinato da Febronio72. Con il conte von Haugwitz, Maria Teresa avvia una grande riforma fiscale, le contribuzioni diventano obbligatoriamente in denaro, in base a valutazioni decennali delle terre. Procede poi alla scorporazione del potere giudiziario da quello amministrativo. Viene uniformato il diritto, come sintesi di tutti i diritti provinciali, tenendo come caposaldo i principi del giusnaturalismo. Sono raccolti i codici e contemporaneamente sono abrogate le leggi territoriali. Vengono ridotte le distinzioni tra figure di reato che derivino da distinzioni di status sociale. Al vertice l’imperatrice istituisce un Consiglio composto da tre membri della nobiltà di terra e da altrettanti appartenenti a quella di toga73.

Il primo atto di Caterina II, lettrice di Montesquieu e Beccaria, oltre a riprendere la guerra a fianco di Francia e Asburgo contro la Prussia, è quello di riunire una commissione legislativa di cinquecentosessantaquattro membri, in rappresentanza dei vari ceti, esclusi i servi della gleba e il clero, per codificare e razionalizzare le leggi russe. Amministrativamente divide il territorio russo in province e distretti, creati razionalmente secondo il numero degli abitanti, trentamila per distretto, trecentomila per provincia. Caterina formula inoltre la dottrina della neutralità armata sui mari, in senso anti-britannica. Nel 1780 proclama che alle navi neutrali venga concesso di trasferirsi liberamente di porto in porto lungo le coste dei paesi belligeranti, che le merci nemiche, a bordo di navi neutrali, non possano essere sequestrate, dettando legge nel diritto marittimo internazionale74. In questo contesto tenta di conquistare il porto di Genova, affidandosi al diplomatico Aleksandr Mordvinov, che a Vienna è entrato in contatto con il ministro della Repubblica, Giacomo Durazzo75.

Caterina, durante il suo regno, deve anche affrontare la furia dei suoi sudditi orientali, i quali arrivano davvero a minacciarla, guidati da Pugaciov, che si spaccia per il legittimo imperatore redivivo.

Se nel 1773, con la prima spartizione della Polonia, ha ottenuto una frontiera comune con l’Impero Asburgico, il quale si impossessa a sua volta di Cracovia e della Galizia (continuando di fatto nella sua penetrazione orientale), nel 1795 ella procede in tranquillità, caos rivoluzionario permettendo, alla terza e definitiva spartizione, ovvero il totale smantellamento di quello che era stato uno dei regni più potenti e ricchi d’Europa, dilaniato dai veti di una nobiltà dalle dimensioni e dai diritti spropositati. Quando nel corso dell’Ottocento la campagna di russificazione contro i polacchi toccherà i suoi massimi e più cruenti picchi, gli oppositori polacchi come il generale Chlopicki o il compositore Chopin, fuggono a Parigi attraverso l’amica Ungheria, grazie al confine comune76. La storica alleanza viene coronata da Jozef Bem che, nel 1849, comanda gli insorti ungheresi contro il generale russo Paskevic, inviato dallo zar per sedare l’insurrezione77.

Il generale Potemkin è uno dei favoriti di Caterina, le conquista l’Ucraina, la Crimea, parte del Caucaso e della Moldavia, strappando di fatto Balcani e Mar Nero ai turchi, con i trattati di Kucuk Kaynargé del 1774 e Iasi del 1792. L’altro favorito, Stanislaw Poniatowski, la tradisce e dona alla sua Polonia la Costituzione liberale del 1795, che vive solo pochi mesi.

Il figlio di Maria Teresa, Giuseppe II, subentrando alla madre nel 1765, porta avanti in maniera decisamente più radicale il riformismo materno. Il clero viene totalmente asservito alla ragion di Stato. La riforma, va detto, è comunque sostenuta da vescovi patrioti come il von Herberstein in Carniola. Limitando o addirittura in certi casi abolendo la corvée e imponendo il catasto e una tassazione progressiva, infiamma la nobiltà ungherese, ma forse ancor più i cattolicissimi belgi78. Come spesso accade in questi frangenti le campagne si infiammano aizzate dai signori.

Leopoldo II eredita troppo tardi il trono dal fratello, per poter salvare un processo senza soluzione innescatosi in Belgio e disinnescare la bomba a orologeria della nobiltà ungherese, nel 1792. Termina subito la campagna contro i turchi abbandonando Caterina nei Balcani e firma una pace con la Prussia. Toglie così ai belgi quel sostegno tedesco fondamentale.

Come osservato da vari storici, come Franz Huber, egli che era stato promotore di un avanzatissimo, ardito79, sistema costituzionale nel Granducato di Toscana, applica di fatto una controrivoluzione nell’Impero, riportando indietro il sistema allo status pre-giuseppino, interloquendo con i ceti nobili per ristabilire i loro antichi privilegi, senza consultare i contadini. Per andare incontro agli ungheresi Leopoldo viene incoronato a Bratislava, a metà strada fra Vienna e Budapest, mentre il figlio riceve la Corona di Santo Stefano.

Alessandro, degno nipote di Caterina, ucciso il padre Paolo, sale al trono di Russia nel 1801, mentre già l’esercito francese imperversa per l’Europa. Egli è, come Leopoldo, un personaggio partito con grandi propositi, quasi rivoluzionari, ma tutta la vita oscillante fra posizioni riformiste e reazionarie, tormentato dal suo atto parricida.

Un comitato di esperti diretti da un fiducioso Michail Speranskij, più che altro funzionale ad attirare allo zar le simpatie di Napoleone nel 1807, progetta un modello costituzionale fondato su una tripartizione del diritto in civile generale, civile speciale, politico (legato alla proprietà). Le elezioni procedono, secondo tale disegno, dal livello distrettuale a quello provinciale fino alla Duma, la quale, inventata in questo momento, deve aspettare un secolo per fare effettivamente la sua comparsa. Il tutto volto a istituire un forte centralismo del potere statale, sul modello giuseppino, sostenuto dal basso attraverso l’attività legislativa popolare e l’elezione popolare dei giudici.

Inutile dire che il progetto viene presto abbandonato. Alessandro e Napoleone entrano in conflitto e nel 1815, esiliato l’imperatore dei francesi a Sant’Elena, si compie la Santa Alleanza fra Asburgo e Russia, suggellata dal gran lavoro di Metternich, ristabilendo i confini d’Europa pre-napoleonici e con l’intento di scongiurare ogni rivoluzione a venire.

Sotto Nicola I, pur osteggiato dall’ala più reazionaria della nobiltà russa, Kissilev, già autore di una profonda riforma durante il suo governatorato militare sulla Moldavia, attua una riforma della condizione dei contadini di stato russi, passandoli alla classificazione di “liberi abitanti”, creando uffici e comitati ad hoc, per la gestione delle finanze, della sanità, dell’istruzione e di altre problematiche riguardanti quella parte di popolazione sottratta al rigido controllo militare80. Soltanto poi nel 1861 viene emancipata la servitù.

Compiendo un salto a ritroso, per comprendere meglio cosa stia accadendo nella zona orientale dei Balcani, occorre dire che nel XIII secolo, conseguentemente alle devastazioni mongole, un gran numero di famiglie ungheresi, csango (o ceangoi in romeno) si trasferiscono in Moldavia, mentre dalla Valacchia inizia un flusso verso nord, verso la Transilvania, che si intensifica poi con l’avanzata ottomana nei Balcani, nel XV secolo. In questo secolo sono le radici di ogni discordia balcanica novecentesca.

Passa un secolo, gli Arpadi estinti hanno lasciato il trono agli Angiò, appoggiati da Roma. Luigi il Grande aiuta Dragos, storico e leggendario condottiero moldavo, a liberare la sua patria dai tatari, il figlio, Bogdan, la espande fino al Dnestr. Sotto il regno di questi due continua una proficua immigrazione ungherese (una colonizzazione su media scala), i cattolici ungheresi, csango, portano commercio, competenze agricole e urbanistiche. La chiesa cattolica e quella ortodossa vivono in pace. In cambio del loro appoggio, ungheresi e polacchi, inviano francescani e domenicani, in competizione fra loro. Addirittura il figlio di Bogdan, invia una delegazione a papa Urbano V, nel 1371, chiedendo l’istituzione di una diocesi e la prima diocesi rumena è Siret (in prossimità di Suceava, antica capitale moldava, prossima all’attuale confine meridionale ucraino), persa agli ungheresi in quanto suffraganea dell’arcidiocesi polacca di Leopoli.

Le missioni francescane s’intensificano proprio nel corso del secolo dell’avanzata ottomana, il XV (da non dimenticare l’opera di predicazione indefessa di Giovanni Capestrano per convincere Belgrado a non arrendersi). Alla fine del XV secolo, Stefan, non per niente cel Mare (il Grande), cugino di Vlad (Dracula), libera momentaneamente la Moldavia da predicatori polacchi e conquistatori musulmani.

In Romania i francescani si insediano a Bacau, vicinissima a un monastero importantissimo per l’ortodossia, quello di Neamt, guidato fra gli altri dal grande studioso eremita Paisie Velichkovkij, il restauratore della spiritualità ortodossa. È per l’opera dei francescani che la Chiesa d’Occidente acquisisce condottieri importanti come Vlad Tepes (o Impalatore), detto Dracula.

Dopo la breve riunione delle tre regioni storiche81 (Transilvania, Valacchia e Moldavia) avvenuta ad opera del voivoda Michele il Coraggioso (Mihai Viteazul), con l’appoggio imperiale, fra fine Cinquecento e inizio Seicento, Iasi diventa una città gesuita ad opera di Istvan Bathory, erettosi a tutela delle minoranze religiose come sovrano di Transilvania82 e Polonia. Egli in qualche modo tutela l’ortodossia dal proselitismo francescano, inviando missioni di gesuiti polacchi, a scapito degli ungheresi. Del resto la Polonia gioca, per più di un secolo, un ruolo fondamentale; nell’Europa Centro-Orientale la Confederazione Polacco-Lituana raggiunge la massima espansione (conquista, come già detto, Mosca nel 1610), si distingue nell’arte e nelle scienze (non a caso Keplero), gli istitutori polacchi dilagano e il polacco è la lingua della diplomazia in questa parte d’Europa. Nel 1683 Jan Sobieski salva Vienna dai turchi, ma le sue gloriose e ingloriose incursioni in Moldavia83 sono il canto del cigno di una nazione destinata a scomparire completamente di lì a un secolo (terza spartizione 1795).

La disposizione verso i francescani cambia con i Cantemir. In una relazione di un certo padre Renzi, del 1688, Constantin Cantemir sembra molto ben disposto nei confronti dei francescani (italiani), come poi il più noto figlio Dimitrie84.

Nel 1711, sconfitti Thokoly e Rakoczy, Lepoldo I d’Austria85, un cuneo puntato al cuore dell’Impero Ottomano. Ciò gli consente di promuoversi come “protettore dei cattolici orientali”, proiettandosi anche verso le prossime comunità moldave e valacche. In base al Concilio di Ferrara-Firenze (terminato nel 1431) gli ortodossi transilvani si convertono al cattolicesimo86, riconoscendo il papa. I preti acquisiscono possibilità di rendite maggiori mantenendo essenzialmente lo stesso rito, mentre la forte predicazione calvinista87 non viene estirpata. La nobiltà rumena è già da tempo stata assorbita dalla nobiltà cattolica ungherese88. Non si può dimenticare in questo frangente la figura del santo straccione Visarion Sarai, che in sei settimane attraversa la Transilvania a piedi, da Deva a Sibiu, attraendo masse di discepoli, pur predicando in serbo, per ricondurli sulla retta via della Chiesa d’Oriente. Poi rinchiuso allo Spielberg. Non a caso proprio in Transilvania viene stampato il primo catechismo ortodosso, dal diacono Coresi, per contrastare l’opera dei cattolici e dei calvinisti.

Il pomo della rinnovata discordia fra Oriente e Occidente è da individuare proprio nel corso del XVIII secolo, con l’espansione asburgica e la ripresa del proselitismo cattolico controriformista, del quale i veri attori sono i francescani e non i gesuiti (com’è noto addirittura di lì a poco sciolti, nel 1773, dal papa francescano Clemente XIV).

Nel 1746 Maurocordato, voivoda di Moldavia, per ridimensionare le prerogative dei boiari emancipa la servitù della gleba e dà impulso alle attività scolastiche, educative, accademiche, alle tipografie, allo studio del greco, che continua a legare Iasi a Costantinopoli.

Il flusso di profughi moldo-valacchi verso la Transilvania si inverte e molti servi della gleba ungheresi fuggono in Moldavia nei decenni successivi in cerca di maggiore libertà e campi fertili89. Alcuni fuggono dalle gravose tasse asburgiche, poiché in effetti l’Impero, sotto Maria Teresa, si avvia in questi anni a diventare un moderno stato burocratico, come chiarito sopra. Alcuni sono veri e propri banditi fuggitivi, alcuni rumeni che avevano lasciato la terra natia fanno ritorno90. Fra questi vere e proprie spie boicottatrici al servizio dell’Austria muovono dai conventi francescani ungheresi verso Bacau e puntano a Iasi.

Nel 1774 con il trattato di Kucuk Kaynargé, Caterina II diventa protettrice degli ortodossi dei Balcani, affacciandosi finalmente su questa parte d’Europa, accostandosi agli Asburgo, che nel frattempo guadagnano la Bucovina. Di concerto le due potenze conducono successivamente una guerra devastante contro l’Impero Ottomano, giungendo alla già citata Pace di Iasi del 1792, con cui la Moldavia, di fatto, rimane solo più nominalmente ottomana, ma in realtà spartita fra interessi asburgici e interessi russi.

Nel 1818, nello spirito del Congresso di Vienna, il francescano Paroni viene inviato dalla Congregazione Propaganda Fide, quale vicario apostolico a Iasi, dove viene spostata la sede apostolica da Bacau. In quel momento i cattolici sono quarantamila e dispongono di solo tredici parrocchie. I missionari italiani sono molto più amati di quelli ungheresi, le due lingue si capiscono reciprocamente (molti csango si sono romenizzati91) e non sono mossi da propositi nazionalisti come gli ungheresi (anzi sono strumento degli Asburgo contro gli ungheresi). Al contrario i csango lamentano quest’operazione anti-ungherese, com’è evidente dal loro inno nazionale.

Il nuovo vicario fa visite pastorali, infonde nuova energia, riorganizza questi cattolici dispersi, così lontani da Roma. A succedergli viene chiamato Paolo Sardi, originario di Sezzadio (in provincia di Alessandria), uomo esemplare del momento. Anch’egli francescano, è già da meno di un mese vicario nell’attuale Bulgaria, a Stara Zagora. Teologo stimato, per quindici anni prefetto della missione costantinopolitana, richiamato a San Pietro come confessore di lingua greca, poliglotta, parla, a quanto pare, tutte le lingue in uso in Moldavia.

Appena giunto si occupa subito di fondare una parrocchia a Botosani92, dove vivono poche famiglie cattoliche, nel nord della Moldavia. Espelle i frati ungheresi Konya e Lukotya, che in realtà fanno solo proseliti nazionalisti. Riorganizza l’amministrazione apostolica, dividendo il territorio di Iasi in quattro parti: Siret, Trotus, Bistrita, Iasi. Seguendo le direttive della Congregazione compie forse l’opera più importante, avvia i lavori per la costruzione e l’istituzione del Seminar mic, il primo seminario romeno per la formazione di un clero cattolico assolutamente indigeno. Per fare ciò intreccia rapporti con gli uomini di Cuza, Kogalniceanu (futuro primo ministro) e Urechia (futuro ministro dell’Educazione), nel Partidul Unionist. Sardi difende la lingua rumena contro quella ungherese (svolta fondamentale per l’esistenza della Chiesa cattolica in Romania), si propone di istituire un forte clero autoctono e autonomo, che possa dare un contributo attivo e positivo alla politica e alla società romena che si vanno formando, all’insegna del filo-occidentalismo e della demonizzazione dell’Oriente.

Il colonnello Ioan Alexandru Cuza, padre dell’indipendenza rumena, è filo-austriaco, filo-francese (amico di Napoleone III) e filo-cattolico, sebbene in un’accezione piuttosto “liberaleggiante” (si pensi alla legge sul divorzio), il suo modello costituzionale è la monarchia belga, di cui copia la bandiera. Se si guarda a Occidente si guarda a Roma (alle fantomatiche origini latine), ma anche a Vienna. Si tratta di un utile scontro di civiltà, i romeni giocano un ruolo fondamentale nella repressione dei moti nazionalisti ungheresi, del 1848-4993. Il Patriarca di Iasi, Costache, tuona contro questi disegni chiedendo ripetutamente a Sturdza, l’ultimo voivoda, di scacciare per sempre i cattolici dalla Moldavia.

Alla morte di Sardi, il suo successore De Stefano prosegue la sua opera. Vienna perde, per timore, una grande occasione, tradendo Cuza al Congresso di Parigi del 1858, dove si astiene dall’approvazione dell’Unione dei Principati. Nel 1859 viene comunque proclamata l’indipendenza moldava e nel 1861 l’unione con la Valacchia, Iasi proclamata capitale del nuovo regno del Principe Cuza. Il punto 25 del programma del Partidul Unionist, prevede un’ampia autonomia per i cattolici e prevede un forte appoggio all’educazione cattolica e un notevole dispendio di risorse a vantaggio dell’istituzione di nuove scuole cattoliche e del potenziamento del seminario. In poco tempo Cuza riorganizza le università, le scuole, avvia l’industrializzazione e intende riformare la distribuzione della terra creando un ceto di piccoli proprietari, su questo punto cade, trovando l’opposizione conservatrice.

Nel 1866, con un’abile mossa, i prussiani, approfittando dell’inazione asburgica dopo la battaglia di Sadowa94, fiutando affari e intendendo impossessarsi del progetto per la costruzione delle ferrovie romene, sfruttano la crisi di governo e sostengono la deposizione del Principe Cuza. Fanno eleggere un loro Hohenzollern, Carlo I, protestante ma su posizioni conservatrici molto vicine alla Chiesa ortodossa. È uno scacco all’Austria che qui, come in altri frangenti, soprattutto nei confronti della Prussia, dimostra di essere un Impero del passato che perde via via smalto nei giochi internazionali fino alla sciagura definitiva del 1914-18.

Nella guerra russo-turca per la Bulgaria del 187795, la Romania degli Hohenzollern si mantiene neutrale, pur concedendo il transito ai russi, in cambio del riconoscimento da parte dell’Impero Ottomano.

Se si può dire che tramontati gli imperi sorge l’epoca degli imperialismi, occorre altresì fare un breve excursus sul termine impero, semanticamente stravolto dal termine imperialismo, solo lessicalmente affine al primo, ma che in realtà non è più connesso al panorama giuridico ma a quello politico, economico e ideologico, per altro con una accezione fortemente negativa, laddove si intende un centro da cui si diramano subdoli interessi economici, senza che poi il centro si faccia moralmente carico della periferia. Impero è un ordine coerente, ciò che garantisce la pace attraverso il “buon governo” delle istituzioni, nella definizione di Agostino, su genti e territori spesso lontani e disomogenei fra loro. Quando l’impero romano crolla Agostino, più o meno come accadrà in Austria e in Russia, si interroga profondamente e si chiede quali siano i peccati dei romani. Il crollo dell’impero, così come il suo sorgere ed espandersi, è sempre connesso con la volontà di Dio, è un dovere etico del centro, non solo un interesse, da questa idea deriva la mitologia di una città di Dio che unisce il mondo in una unica cittadinanza, di cultura e valori. In ciò vi è il concetto imprescindibile di transnazionalità e transterritorialità, veicolando una idea universale, o meglio una universalizzazione della cultura promanata dal centro politico, si pongono le basi perchè possano progredire nella società solo coloro che aderiscono a quei valori. Si tratta dell’autocoscienza legittimata del centro e del vertice di possedere una missione universalistica, sia essa l’evangelizzazione cattolica romana degli Asburgo, sia essa la convinzione di dover realizzare la Terza Roma, per via del testimone trasmesso da Costantinopoli. Fine è dunque la realizzazione della pace in terra, attraverso una giustizia appunto imperniata su valori religiosi e sacri, pertanto assoluti e tendenzialmente immutabili. In quanto depositario di questi sacri valori il centro si autoconsidera conditor legis e fons legum, di questa autoconsiderazione è garante una elite militare e burocratica formata appunto alla transterritorialità, spesso meglio se transnazionale, o comunque formata all’estero, come nel caso dei consulenti occidentali voluti da Pietro, che si impegnava anche molto per far formare all’estero i figli dell’aristocrazia, o il caso dei predicatori italiani, irlandesi, spagnoli chiamati da Ferdinando e Leopoldo in Austria.

 W. Giusti, Due secoli di pensiero russo, Sansoni, Firenze, 1943.

1 E. Traverso, La violenza nazista. Una genealogia, Il Mulino, Bologna, 2002.

2 W. Reinhardt, Storia dello Stato moderno, Il Mulino, Bologna, 2010.

3 N. Berdjaev, Schiavitù e libertà dell’uomo, Bompiani, Milano, 2010.

4 Quel non-so-che e quasi-niente cui dedicò la sua ricerca filosofica il grande filosofo russo naturalizzato francese, ebreo non a caso, V. Jankelevitch le cui opere sono pubblicate in Italia da Einaudi.

5 J. Patocka, Saggi eretici sulla filosofia della storia, Einaudi, Torino, 2008.

6 M. Ganino, Russia, Il Mulino, Bologna, 2010.

7 Per questo motivo, soprattutto culturalmente, possiamo considerare, come osservato da Stephan Vajda, le varie parti dell’Impero Austro-Ungarico, come entità profondamente slegate fra loro: i pittori o compositori ungheresi erano per lo più ignoti in Boemia e altrettanto valeva per i corrispettivi boemi in Ungheria. Bisogna dire che ciò permise anche un più libero e spontaneo sviluppo delle singole nazioni all’interno dell’Impero, tenute insieme da un ceto medio transnazionale di burocrati di varia estrazione e origine etnica, parlanti come lingua franca il tedesco, i quali nel corso della propria vita potevano muoversi da un estremo all’altro dell’Impero.

8 Johann Gottfried Herder (1744-1803), filosofo tedesco.

9 F. Conte, Gli Slavi, Einaudi, Torino, 1991.

10 Per un approfondimento: J. W. Mason, Il tramonto dell’impero asburgico, Il Mulino, Bologna, 2000.

11 Per un approfondimento: F. Randazzo, Dio salvi lo zar, Loffredo, Napoli, 2012.

12 J. Hasek, Le vicende del bravo soldato Sc’vejk durante la guerra mondiale, Einaudi, Torino, 2013.

13 Si veda Affare Sisto in F. Fejto, Requiem per un Impero defunto, Mondadori, Milano, 1990; H. Bogdan, Storia dei Paesi dell’Est, Sei, Torino, 2002.

14 Si ricordi anche l’idea decisamente moderna di farsi vaccinare pubblicamente con il figlio.

15 C. E. Schorske, Vienna fin de siecle, Bompiani, Milano, 2004.

16 Mentre nello stesso periodo, in Russia, per risiedere nelle grandi città gli ebrei avevano bisogno di permessi speciali.

17 Tesi espressa da I. Volobujev, accademico dell’Accademia delle Scienze russa, il 27 marzo 1987, sulla Pravda, raccolta da G. Bensi in Allah contro Gorbaciov, Reverdito, Trento, 1988, ma anche già da C. Malaparte in Ballo al Cremlino, Adelphi, Milano, 2012.

18 La Repubblica dei Consigli, durata dal 23 marzo al 1 agosto 1919. Si veda R. Tokes, Bela Kun and the Hungarian Soviet Republic, New York, 1967.

19 Come Stalin pure fu in grado di attrarre nelle sue fila nobili decaduti e guardie bianche, non offrendo la storia altra soluzione alla sopravvivenza della Russia.

20 Poi ambasciatore di Rakosi a Londra negli anni 1949-51.

21 Popolo residente nella parte orientale della Transilvania, una delle nazioni storiche della regione.

22 Nelle sue memorie dichiarò che in ogni decisione della sua vita politica si domandò sempre cosa avrebbe fatto il suo imperatore.

23 A cura di R. Ruspanti, La fine della Grande Ungheria, 1918-20, Beit, Trieste, 2010.

24 Vereinigte Staaten von Gross-Osterreich (Gli Stati Uniti della Grande Austria), 1906. Si vedano anche a tal proposito H. Bogdan, Storia dei Paesi dell’Est, Sei, Torino, 2002; a cura di E. Costantini e A. Pitassio, Ricerca di identità, ricerca di modernità, Morlacchi, Perugia, 2008.

25 M. McMillan, Sei mesi che cambiarono il mondo, Biblioteca Storica de Il Giornale, Milano, 2003.

26 F. Bonicelli, La politica estera di Teleki Pal, Università di Genova, 2012.

27 G. Gafencu, Last days of Europe, Yale University Press, 1939.

28 J. Roth, La cripta dei Cappuccini, Rizzoli, Milano, 2013.

29 A. Wandruszka, Gli Asburgo, Dall’Oglio, Varese, 1974.

30 Stile architettonico sobrio proprio delle nuove costruzioni del tempo in Mitteleuropa, di cui maggiore esponente fu Adolf Loos a Vienna (1870-1933).

31 Il duro colpo inflitto dai prussiani a Sadowa nel 1866 costringe Francesco Giuseppe a cedere il Veneto agli italiani e l’autonomia agli ungheresi.

32 Le insegne rubate in tale occasione saranno restituite a una delegazione ungherese nell’aprile 1941, a coronamento delle ottime relazioni diplomatiche fino ad allora intercorse, soprattutto in chiave anti-romena, fra il reazionario Horthy e l’ambiguo Stalin (A. Kolontari, Hungarian-Soviet relations, 1920-41, Budapest, 2010).

33 Interprete di questa inquietudine dilaniante fu Odon von Horvath (Gioventù senza Dio, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2012), figlio illegittimo di un diplomatico, fu fuggiasco per l’Europa dopo l’Anschluss, nel 1938, essendo inviso ai nazisti fin dal suo soggiorno a Berlino, morto schiacciato da un albero in una delle sue fughe, durante un temporale, non ancora quarantenne.

34 C. Magris, Il mito asburgico, Einaudi, Torino, 2009. Magris afferma che i poeti austriaci, come Grillparzer o von Hoffmansthal, furono fra i più ossessionati dalle sorti del loro Stato, nella storia.

35 A. Giannini, Uomini politici del mio tempo, ISPI, Milano, 1942.

36 Kadar è colui che guida la normalizzazione per conto di Brezhnev e avvia alcune riforme economiche in senso autonomo. R. Gough, A Good Comrade: Janos Kadar, Hungary and Communism, New York, 2006.

37 Esclusa la parentesi di Carlo VII di Wittelsbach, imperatore dal 1742 al 1745.

38 Kallay, nel suo ruolo di amministratore della Bosnia, lasciò al loro posto anche i grandi possidenti musulmani che non erano fuggiti.

39 D. Brandenberger, National Bolshevism, Harvard University Press, Cambridge, 2002; A. Roccucci, Stalin e il patriarca, Einaudi, Torino, 2009

40 A. Wheatcroft, Gli Asburgo, Laterza, Bari, 2002.

41 F. Fejto, Requiem per un Impero defunto, Mondadori, Milano, 1990.

42 C. A. Macartney, L’Impero degli Asburgo, Garzanti, Milano, 1976.

43 R. Evans, Felix Austria, Il Mulino, Bologna, 1981.

44 S. Vajda, Storia dell’Austria, Bompiani, Milano, 2002.

45 O. von Habsburg, Carlo V, Ecig, Genova, 1993.

46 R. Bartlett, Storia della Russia, Mondadori, Milano, 2007. Sul tema specifico rimando a F. Randazzo, Miseria e nobiltà, Libellula, Tricase, 2012.

47 Slovenia.

48 J. Hosler, Slovenia, Beit, Udine, 2008.

49 A. M. Ripellino, Praga Magica, Einaudi, Torino, 1991; R. Evans, Felix Austria, Il Mulino, Bologna, 1981.

50 Il primo grande re di Boemia, colui che stabilisce il numero dei Grandi Elettori del Sacro Romano Impero, sette, ed istituisce l’Università di Praga.

51 A. e G. Nemeth Papo, Storia e cultura dell’Ungheria, Rubbettino, Cosenza, 2000.

52 C. V. Wedgwood, The Thirty Years War, New York, 1938; G. Schmidt, La guerra dei Trent’anni, Il Mulino, Bologna, 2008.

53 Penetrazione iniziata da Ivan il Terribile con il capo cosacco Ermak, a fine Cinquecento, per porre fine alle scorribande dei nomadi centrasiatici contro i possidenti delle terre orientali.

54 N. Milescu-Spataru, Jurnal de calatorie in China, Bucarest, 1962.

55 A cura di C. Campo e M. Martinelli, Racconti di un pellegrino russo, Bompiani, Milano, 2010.

56 Urban Sagstetter (1529-1573), vescovo di Gurk, grande ebraista ed esegeta, che cercò con una politica di tolleranza di riconciliare i protestanti nel seno della Chiesa di Roma, era addirittura un trovatello, recuperato sotto le macerie di una fortezza distrutta dai turchi.

57 R. Evans, Felix Austria, Il Mulino, Bologna, 1981.

58 C. V. Wedgwood, The Thirty Years War, New York, 1938.

59 L. Hughes, Pietro il Grande, Einaudi, Torino, 2002.

60 T. DaCosta-Kaufmann, Court, Cloister and City, University of Chicago Press, 1995.

61 L. Hughes, Pietro il Grande, Einaudi Torino 2002, p. 220. Pietro arrivò persino a uccidere suo figlio sotto tortura, accusandolo di tradimento.

62 L. Hughes, Pietro il Grande, Einaudi, Torino, 2002, E. Lo Gatto, Il mito di Pietroburgo, Feltrinelli, Milano, 2011; O. Figes, La Danza di Natasha, Einaudi, Torino, 2002.

63 A. Wheatcroft, Il nemico alle porte, Laterza, Bari, 2010; A. e G. Nemeth Papo, Storia e cultura dell’Ungheria, Rubbettino, Cosenza, 2000; F. Fejto, Requiem per un Impero defunto, Mondadori, Milano, 1990.

64 D. Caccamo, Roma, Venezia e l’Europa Centro-Orientale, Franco Angeli, Milano, 2010.

65 Colui che diede alla Polonia il Terzo Statuto, il primo codice europeo ove si pongano sullo stesso piano giuridico-penale i delitti compiuti da individui di qualsiasi ceto, stabilendo inoltre che nessuna legge territoriale può andare contro la legge centrale. Uomo dell’epoca fu anche il vescovo di Cracovia Wawrzyniec Goslicki, il quale, nel suo libro di consigli al principe, difende il diritto alla felicità dei sudditi, di qualsiasi ceto e confessione, quel principio che, veicolato dal patriota Kosciuszko, entrerà due secoli dopo nella Costituzione degli Stati Uniti.

66 Di cui fu artefice il padre di Mattia Corvino, Jan Hunyadi (Hunedoara), un altro nobile transilvano.

67 L. Lami, La cacciata dei musulmani dall’Europa, Mursia, Milano, 2008.

68 R. Gherardi e F. Martelli, La pace degli eserciti e dell’economia, Il Mulino, Bologna, 2009. Sul Montecuccoli si consiglia l’edizione critica delle Opere, curata da Raimondo Luraghi, SME, Roma, 1988.

69 J. Berengere, Storia dell’Impero Asburgico, Il Mulino, Bologna, 2003.

70 C. W. Ingrao, The Habsburg Monarchy, Cambridge University Press, 2003.

71 Sembra che la sua pronuncia tedesca, dovuta alle sue origini (era nata a Stettino), nel parlare il russo, che pure aveva diligentemente imparato per emanciparsi dal marito, sia sempre rimasta tema di umorismo.

72 G. L. Potestà e G. Vian, Storia del cristianesimo, Il Mulino, Bologna, 2010.

73 G. Tarello, Storia della cultura giuridica moderna, Il Mulino, Bologna, 1976.

74 N. Riasanovskij, Storia della Russia, Bompiani, Milano, 2010.

75 R. Sinigaglia, La missione Mordvinov (1782-1786), Coedit, Genova, 2006.

76 Valicando quella stessa frontiera transcarpatica, forse addirittura novantamila polacchi si misero in salvo nel settembre 1939 attraverso l’Ungheria, aiutati dal primo ministro Pal Teleki e dal suo governo.

77 J. Lukowski e H. Zawadzki, Polonia, Beit, Trieste, 2009.

78 F. Fejto, Requiem per un impero defunto, Mondadori, Mondadori, 1990.

79 Il progetto iniziale prevedeva abolizione della pena di morte e dei monopoli, progressiva abolizione dell’esercito, rifiuto della guerra non difensiva, elezione di un parlamento, decentramento, giuramento del granduca sulla costituzione, obbligo della pubblicazione dei bilanci (si veda il già citato volume di A. Wandruszka, quello di J. Berengere e inoltre H. Peham, Pietro Leopoldo, Bonechi, Firenze, 1990). Secondo Wandruszka egli fu l’uomo più illuminato e moderno del suo secolo.

80 H. Seton-Watson, Storia dell’impero russo, Einaudi, Torino, 1971.

81 Non avvenne mai più fino al 1918.

82 Dovere di tutti i sovrani transilvani a partire da Zapolya che nel 1568 promulgò l’Editto di Torda contenente questo impegno.

83 Appoggiate anche dalla gerarchia ecclesiastica ortodossa, come da Dosoftei, guida della chiesa ortodossa moldava, primo traduttore della Bibbia in rumeno e fondatore della prima tipografia rumena, a Iasi.

84 Grande letterato, illuminista e storico moldavo che, come voivoda tentò, alleandosi con Pietro il Grande, di liberare dagli ottomani la sua regione. Un fallimento che impedì, d’allora in poi, ai boiari moldavi di eleggere il loro voivoda, inaugurando così il periodo fanariota con Maurocordato, imposto da Costantinopoli. Opere di D. Cantemir: Descriptio Moldaviae, Incrementa atque decrementa aulae othomanicae.

85 Che, come già ricordato, a dire il vero era già parte del patrimonio di Ferdinando I, anche se costui non era riuscito ad impadronirsene e dunque era rimasta terra degli Asburgo solo sulla carta.

86 Dando origine alla numerosa comunità greco-cattolica rumena.

87 Specie nella zona di Debrecen che fu detta la Ginevra ungherese.

88 Noto il caso di Ion di Hunedoara, già citato come Jan Hunyadi, difensore di Belgrado e padre di Mattia Corvino (1443-1490), grande re rinascimentale rivendicato da ambo le parti.

89 La popolazione moldava era nuovamente stata dispersa e decimata dall’ultima guerra russo-ottomana a cui ho fatto riferimento parlando in nota di D. Cantemir. La forte presenza del cognome Ungureanu (e simili), specie nella campagna moldava, anche presso la comunità ortodossa, è un’interessante testimonianza onomastica di quel momento storico.

90 Soprattutto dopo la violenta repressione di Giuseppe II della ribellione contadina di Horia, Closca e Crisan, del 1784.

91 È ancora attuale lo scontro fra csango fieramente ungheresi e csango che si sentono a buon diritto e a tutti gli effetti romeni.

92 Città nativa di Eminescu (scrittore nazionale), Iorga (storico e primo ministro), Enescu (pianista) e Lungu (romanziere e giornalista d’inchiesta contemporaneo). Con una forte minoranza csango, qui nacque la danza tradizionale csango, detta appunto botosanka.

93 Non è un mistero che il patriarca transilvano Saguna spronasse i suoi connazionali contro i ribelli ungheresi e che Francesco Giuseppe avrebbe anche volentieri preso in considerazione una riforma agraria a vantaggio dei romeni e a svantaggio dei possidenti ungheresi in Transilvania, regione che dovette giocoforza riconoscere come terra della Corona di Santo Stefano solo nel 1867.

94 Che consente agli italiani di acquisire il Veneto, benché sconfitti su tutti i fronti dagli asburgici, e agli ungheresi di imporre all’imperatore Francesco Giuseppe il compromesso di Olomuc, istituendo la Duplice monarchia.

95 Il Parlamento inglese, soprattutto nella persona di Gladstone, aveva dato molta attenzione ai massacri di bulgari perpetrati dai turchi, essendo quella una zona di grande interesse commerciale (G. Franzinetti, Storia dei Balcani dal 1878 a oggi, Carocci, Roma, 2010; E. Hosch, Storia dei Balcani, Il Mulino, Bologna, 2004).