E non ci davano il bacio della buona notte …

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di Grazia Nardi

emigrazione 3

A noi bambini degli anni 50, primi 60, nessuno dava il bacio della buona notte.
Di superfluo non ce n’era niente, neppure nei sentimenti.
I primissimi mesi si passavano a piangere arrotolati nella fascia strettissima chiusa con la spilla di sicurezza che, il più delle volte aperta, si conficcava nella carne. Ed erano in pochi ad intenerirsi dal momento che “la tetta u’ l’ha ciapa, cambied l’è cambiede! (ha già preso il latte, è stato cambiato dunque non ha motivo di lamentarsi”).
Il bavusino, al collo, non sempre immacolato (e’ fa’ i dent).. che emanava quell’odore acre di borotalco misto a salivazione e latte di ristagno. Perché è vero che quando si ama la “pulizia”…ma va pure considerato che non pochi negli anni 50 (era il caso della mia famiglia) vivevano in unica stanza, con un solo lavello (la scafa), senza riscaldamento o boiler. L’acqua veniva scaldata con la pentola, il bagno nel mastello. Un gabinetto in comune a metà delle scale. La prima volta che ho avuto un bagno, degno di questo nome, nell’appartamento in edilizia popolare, mi sentivo come Cabiria (Giulietta Masina) quando vede la casa extralusso del divo Alberto Lazzari (Amedeo Nazzari) e commenta: ah signor Lazzari ma io c’ho casa mia con l’acqua, la luce, il bipigas.. nun me manca gnente …proprio tutte le comodità…. c’ho perfino il termometro!
Sarà per questo che non chiamerei mai quella in campeggio, una vacanza?
E non mancava il cornetto rosso di corallo, in genere regalato dal santolo/a contro il malocchio (al malegni) perché si temeva assai di più la sfortuna di quanto non si confidasse nella buona sorte.
Riposti in una cassetta durante il giorno, attaccati ad una gamba del tavolo quando si doveva imparare a muovere i primi passi, in braccio alla mamma, nelle uscite, perché il passeggino non era da tutti.
Poi si cresceva ma sempre immersi in una sorta di tensione che poi ci è servita da allenamento per situazioni future. “Speremma c’un faza la neva ch’è t’an è al scherpi boni, quand e’ vein a chesa e’ tu ba’ut doma lo, tvo veda che t’è la fevra? quand at cem t’e’ da rispond sobit, se t’an fè mod at met in te culeg di birichin”, s’at ciap ad dag un scroll ad boti……”
Come il senso della misura. A tavola non si doveva chiedere di più rispetto la razione che ci toccava ma guai a lasciare qualcosa nel piatto: e’ verà un de’ ché ta la zircheré, a conferma che il profumo dell’ottimismo ancora non si sentiva.
Con un turbamento sullo sfondo che non ti abbandonava nemmeno mentre giocavi coi compagni quando ti rimaneva l’eco di frasi che avevi captato in casa: e va finì c’is staca la luce!
Responsabili fin da subito, se tornavi a casa senza il giocattolo sparito chissà come, chissà dove, non si biasimava il ladruncolo ma “ut stà bein issè t’imper per un’enta volta”.
Del resto, bambini a parte, tutto quello che, anche solo per pochi attimi, rimaneva incustodito, spariva. Tutto quello che poteva essere venduto. Specialmente il ferro: serrature, maniglie, cancelli. Se proprio era un amico ti risparmiava il telaio della bicicletta ma i copertoni no!
Le scale che portavano alle stanze di Via Cairoli erano sempre al buio. La lampadina che dava luce al pianerottolo veniva sistematicamente rubata da qualche inquilino che doveva sostituire la propria, infulminata…sì, si diceva proprio così: infulmineda!
Erano i poveri che toglievano ai poveri. Del resto che qualcuno esercitasse il mestiere di straccivendolo, è strazarol (che peraltro era quello che li comprava, gli stracci) la dice lunga…
Dunque più che bambini piccoli adulti, mai entrati in un negozio di abbigliamento per l’infanzia e che si “cambiavano” nei giorni di festa con l’abito ti aveva procurato la nonna, che l’aveva avuto da un’amica che l’aveva rimediato dalla figlia della signora presso cui prestava servizio e che, prima di te era stato portato dal fratello o dalla sorella maggiore. Perché allora la stofa l’era cla bona.
Ma a letto, spenta subito la luce con le coperte sopra al naso per difendersi dal freddo invernale della stanza, schiacciati dai cappotti che vi si mettevano sopra per rafforzare la barriera.. ci sentivamo già fortunati, dopo aver sentito i racconti del grandi che ci dicevano di notti passate, da sfollati, in oscure ed umide grotte, di folletti che intrecciavano le code ai cavalli, di bambini venduti all’asta nelle piazze ed avviati al lavoro lontani dalle famiglie.
Ed un po’ vilmente, ma quelli erano i tempi, eravamo contenti di non dover portare gli occhiali evitando così il soprannome di “quattrocchi” o di non avere la “semola” in faccia ma, soprattutto, di non far parte di quei bambini che vedevamo camminare in gruppo nella città, incolonnati per due, tutti con lo stesso cappottino marrone corto quasi a sembrare una giacca, il bavero di velluto, in un silenzio innaturale, guidati da una suora delle Stimmatine…
E’ vero la povertà è un tratto costante dei miei ricordi per questo racconto di come ci si stava dentro, come questa permeasse il modo di agire e di pensare non solo per i limiti oggettivi che imponeva ma anche per gli sforzi cui ci costringeva per dare una dimensione vivibile alla nostra esistenza. Fin da bambini. Tanto è vero che molto di quegli anni ho trattenuto, magari più o meno consapevolmente.
Un periodo in cui il prestito veniva prima del debito. Ognuno aveva qualcosa da dare o da chiedere, dalla scala di legno alla pompa della bicicletta. Chi non aveva niente prestava la mano d’opera.
Ricordo la Eva, amica della mamma, moglie di un donzello del Genio Civile, di quelli che portavano la divisa con le mostrine ed assumevano un contegno quasi militaresco. Alla Eva, data la posizione “sicura” del marito, la bottega di generi alimentari faceva credito annotando gli importi da rimborsare a fine mese, su un libretto tenuto in deposito dal cliente. Più di una volta la Eva prestò il libretto alla mamma per farci segnare la nostra spesa.
E probabilmente nasce in quel contesto la convinzione che conservo tuttora, sulla solidarietà. Non vale niente quella che non costa niente…..