Edo Ronchi e il dimenticato “Piano Bondi”

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Conobbi Edo Ronchi prima che facesse il Ministro per l’Ambiente nei governi Prodi e D’Alema. Militavamo nella stessa organizzazione politica. Ma in quel periodo ero a Bologna e non credo si ricordi di me. Io, invece, non ho mai potuto dimenticare lui, giacché come promotore e dirigente del Consorzio Gea, per la gestione dei rifiuti, tenevo in grande considerazione le sue tesi e le sue indicazioni: soprattutto in ciò che allora si definivano Materie Prime Seconde (MPS), ovvero molti degli ex rifiuti domestici, che oggi sono teoricamente destinati al riciclaggio, previa accurata raccolta differenziata.

Attualmente E. Rochi é presidente dell’associazione per lo “sviluppo sostenibile” (in proposito vedi https://www.nuovatlantide.org/sviluppo-sostenibile-ed-economia-sostenibile-ossimori/). Intervistato sull’argomento, ho appreso con rinnovato interesse le sue considerazioni sulla tassazione dei contenitori per alimenti in plastica. Inoltre, la querelle sulla gestione Ancelor-Mittal (tra parentesi nota come più grande e inquinante acciaieria di Europa) ha ri-attualizzato la considerazione del cosiddetto “Piano Bondi”, cui anche Ronchi prese parte.

Massimo Franchi riferisce che Bruno Tabacci lo ha meritoriamente citato in parlamento, sebbene il suo intervento é caduto nel vuoto cosmico dell’ignoranza generale in materia, e non solo dei parlamentari. Enrico Bondi é stato il manager che ha salvato Parmalat dal fallimento ed é stato commissario straordinario dell’ILVA, tra il 2013 e il 2014 e dopo l’arresto di Emilio Riva & C. Assieme con il sub-commissario Edo Ronchi, Bondi allestì un piano con il quale le irrisolte contese tra lavoro e salute furono assolutamente ben ponderate.

La soluzione indicata fu quella (tuttora valida) dell’abolizione degli altiforni, con trasformazione del ciclo di lavorazione dell’acciaieria, usando il gas naturale, anziché il carbon-fossile. A tale scopo il “piano Bondi” indirizzava la nuova lavorazione verso l’utilizzo di un “preridotto” (semilavorato con prevalenza di ferro metallico). Il nuovo processo produttivo avrebbe consentito il calo del 63% di anidride carbonica (CO2), dell’88% di anidride solforosa (SO2), nonché l’eliminazione dei dannosissimi nox (ossidi di azoto); evitando il più che invasivo inquinamento di Taranto, ma garantendo allo stesso tempo un elevato livello occupazionale.

Corredato di un accurato piano finanziario, il “piano Bondi” avrebbe consentito di offrire al nuovo acquirente della acciaieria ILVA, un impianto risanato e compatibile con le esigenze di tutela della salute di operai e abitanti di Taranto. L’acquirente avrebbe mantenuto in 8 milioni annui di tonnellate la produzione di acciaio, sia acquistando fuori il “preridotto”, sia producendolo nello stesso stabilimento, purché utilizzando comunque il gas naturale nell’intero ciclo, una volta eliminati gli altiforni.

Il piano aveva bisogno del sostegno governativo, che purtroppo non ci fu. L’allora governo Letta cedette alle pressioni di Matteo Renzi, che preferì trattare con Ancelor-Mittal, con le conseguenze che molti poi hanno conosciuto.. e che ancora oggi ci allarmano.

Per concludere, penso che il riesame dei “piano Bondi” possa servire quantomeno a capire che le alternative produttive non mortifere esistono. Pensiamo a quanti studi e valutazioni economico-ambientali sono state commissionate per il TAV. Occorrono le volontà di adottarle e/o di imporle.