Sala, il novismo, il partito dei Sindaci, i territori, il Nord, il centralismo

0
294

di Alfredo Morganti

Oggi La Stampa apre una finestra di cronaca sugli amministratori locali (del Nord) in procinto di ribellarsi al “partito centralista”. All’incontro era presente anche Paola De Michelis per il PD. La parte del leone è toccata a Sala, e non poteva essere altrimenti. Il quale ha ribadito che ci vuole coraggio e non l’ostentazione di un’immagine di competenza e/o responsabilità, che non attecchisce affatto tra la gente. Il Sindaco di Milano dice di appassionarsi di più all’idea che il prossimo anno il 40% dei vertici (della politica, dello Stato?) saranno nuovi. Ma teme che sia troppo alto e insuperabile il debito verso chi nel PD ha “dato il sangue” a scapito del rinnovamento. Nell’articolo è tutto un parlare di territori che “stanno urlando”, insofferenti di un governo che è fatto solo di “correnti”. Sala dice persino che, se anche Zingaretti volesse aprire a nuove esperienze, dovrebbe farlo rimettendo in discussione la sua leadership, per chiedersi se sia davvero “in grado di rappresentare il futuro o se c’è bisogno di aria fresca”.

Vi chiedo: è un’impressione mia? Non sentite in questa temperie il profumo di parole antiche? Non percepite anche ora il tema dei mitici “territori” che si ribellano al centro “romano”? E non avvertite un’esigenza di novità tal quale, indefinita, purchessia, verso cui (diciamo la verità) in questi anni abbiamo già dato? Così come verso il partito dei Sindaci, che come un fiume carsico ogni tanto riemerge e si infiltra nella politica, per incrinarne la poco consistenza rimasta? E che dire dell’altrettanto mitico Nord, che instancabilmente richiama all’obbligo di inchinarsi a chi tiene alto il PIL mentre il resto del Paese resta arretrato e si limita a percepire un reddito di cittadinanza o ad accogliere i “negher”? Sono cattivo? E come non esserlo, se dopo decenni stiamo fermi allo stesso posto, e l’eterno ritorno dell’uguale si ripropone indefesso come alcuni cibi poco digeribili?

Ma davvero a questo Paese si ripropone ancora la terapia novista? Ma davvero riparte la tromba del partito dei Sindaci? E poi il profondo Nord, e poi i territori che si ribellano, e gli amministratori locali bravissimi a cui nessuno concede chance (abbiamo avuto per tre anni un ex Sindaco come premier!) E poi questa Roma ladrona che non cede il passo alla Capitale morale, e il PIL, “e voi avete la monnezza e noi no”, e la politica fa schifo mentre quel che conta sono i bravi amministratori, la pura amministrazione, la tecnica, gli sghei, il danè, i conti che tornano (e non si a favore di chi)!

Ma il vero, il verissimo ‘nuovo’ sarà quando nessuno lo invocherà più, non fosse altro perché nel frattempo ha già dato pessima prova di sé. Ma che nuovo è quello che salva una parte del Paese e condanna in toto la restante? Che nuovo è quello che invoca il protagonismo della provincia, l’iniziativa dal basso, la rivolta dei campanili? Che nuovo è quello che contro il governo centrale scatena i territori, tanto più se si tratta di territori ricchi? Deja vu, solo deja vu. E poi, basta con questa contrapposizione tra Milano e Roma, non se ne può più. Essere Capitale è una responsabilità, è caricarsi di impegni e di zavorra quotidiana, è uno svantaggio che si tramuta in vantaggi per le altre città. Lo sanno in tutti gli Stati del mondo meno che in Italia, dove la Capitale è semplicemente lo zerbino su cui si puliscono le suole prima di varcare trionfanti la soglia di Palazzo Chigi, Roma. E da quelle mura continuare a detestare noncuranti la città.