Euripide: Le Baccanti in un mondo in crisi

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Tebe è nel caos da quando in città è arrivato un misterioso straniero, proveniente dall’oriente. Nessuno sa chi sia né da dove di preciso venga; dice che è arrivato in Beozia per portare finalmente anche in Grecia il culto il Dioniso. Ha voluto cominciare proprio da quell’antica città perché la madre del dio è Semele, una delle quattro figlie di Cadmo e Armonia, sedotta da Zeus e per questo punita con la morte da Era. Lo straniero racconta che Zeus, volendo salvare il figlio dalla furia vendicativa della propria sposa, ha raccolto il feto e lo ha tenuto in una propria coscia, facendolo nascere una volta sviluppato, per farne un nuovo e potente dio. A Tebe, anche nella famiglia di Semele, non credono però a questa storia, pensano che la giovane si sia inventata di essere stata posseduta dal re degli dei solo per nascondere una storia molto più umana. E che per questo sia stata punita dagli dei. E quindi non considerano affatto Dioniso un dio: per loro è soltanto un mistificatore, uno che usa questa storia per provare a metter radici in una delle famiglie più nobili della Grecia.
Eppure quello straniero è riuscito a convincere tutte le donne di Tebe, comprese le principesse della famiglia di Cadmo, a seguirlo sul monte Citerone per celebrarvi dei riti misteriosi. Tebe è rimasta all’improvviso senza donne. E’ una situazione strana: le donne non combattono, non partecipano alla vita politica, le donne non sono cittadine allo stesso titolo dei maschi, eppure senza le donne pare che la città non funzioni. Forse è questo che fa arrabbiare davvero i maschi di Tebe: lo straniero ha dimostrato che la città senza donne non può esistere. E poi cosa fanno lassù? Da sole, e con loro c’è quello straniero. I maschi di Tebe naturalmente immaginano le situazioni più turpi, e segretamente invidiano quell’unico uomo che vive in mezzo a tante donne finalmente libere.
Come affrontare questa crisi? I due uomini più saggi della città, il vecchio re Cadmo – che ha ormai ceduto il trono al nipote Penteo – e l’indovino Tiresia sembra si vogliano adeguare a quel nuovo culto. Forse non credono che Dionisio sia un dio, non ne sono certi, ma pensano sia meglio non rischiare: certo alla loro età appaiono ridicoli nelle vesti di baccanti. Penteo ha per il nonno parole di vergogna: i vecchi non capiscono davvero più nulla. E crede che Tiresia si adatti a quel travestimento per interesse: un indovino non può che guadagnarci da una nuova religione.
Il re decide che bisogna arrestare lo straniero. E l’ordine viene eseguito, più velocemente e più facilmente di quanto tutti si aspettino: lo straniero si è fatto trovare e si è fatto arrestare, anzi sembra desideroso di incontrare il re. E Penteo decide di interrogare personalmente quel nemico dell’ordine.
Lo straniero non nega di aver fatto le cose di cui Penteo lo accusa. Anzi rivendica queste sue azioni con orgoglio: dopo aver convinto l’oriente a celebrare Dioniso, è ora la volta della Grecia riconoscere la potenza di questo nuovo dio. Penteo però non sente ragioni, non vuole che nella sua città si celebrino questi nuovi riti, che gli appaiono pericolosi per l’ordine. In una città sana non c’è spazio per queste estasi, per queste follie, non c’è spazio per una religione in cui le donne hanno un tale riconoscimento e potere: lo straniero è un terrorista, un nemico dell’ordine e per questo deve essere imprigionato.
Penteo sembra aver avuto la meglio: lo straniero è ai ceppi e adesso viene organizzato un gruppo di uomini per riportare le donne in città. Tra poco l’ordine sarà ristabilito. Ma il successo del re appare subito effimero. Lo straniero ricompare davanti a lui, libero: è evaso dalle catene, ma non è fuggito, è ancora lì davanti all’uomo che lo vuole arrestare. Penteo è infuriato, non sa cosa fare, ma a questo punto arriva un messaggero che porta notizie dal monte Citerone: le donne sembrano ormai fuori controllo e dimostrano di avere una forza sovraumana. E soprattutto di essere ormai senza freni. Hanno attaccato un’intera mandria di mucche al pascolo, dopo aver messo in fuga i bovari, hanno sbranato a mani nude anche i capi più grossi. Poi hanno preso d’assalto due villaggi di contadini, mettendoli a ferro e fuoco. Hanno fatto fuggire gli uomini e rapito i bambini. Ora sono di nuovo asserragliate sulla vetta del Citerone. A questo punto Penteo decide che deve essere guerra: dovrà essere l’esercito a stanare quelle donne dalla cima del monte.
Ma lo straniero lo ferma: sarà lui stesso a riportare le donne in città. Poi chiede a Penteo se prima non voglia vedere con i propri occhi cosa succede lassù. Il re ha una curiosità morbosa di vedere quei riti – e lo straniero lo sa e se ne approfitta – è disposto a tutto pur di vedere cosa stanno facendo, è disposto perfino a fidarsi e affidarsi a quello straniero che non conosce e che pochi minuti prima avrebbe voluto imprigionare. Segue i suoi consigli, si veste da donna per non destare sospetti, si fa lui stesso baccante, e segue lo straniero sul Citerone.
Poco prima di arrivare si fa convincere a salire su un grande albero dove potrà vedere senza essere visto. Penteo accetta, ma in questo modo si è messo in trappola. Lo straniero raggiunge le donne e dice loro che il re le sta spiando: le sue seguaci sono fuori di sé, attaccano l’albero, lo sradicano e si avventano furiose contro l’uomo che ha tentato di nascondersi per spiarle. E’ Agave, figlia di Cadmo e madre di Penteo, a guidare le donne, è lei che si scaglia con più violenza, Penteo cerca di farsi riconoscere, ma è ormai tutto vano: il re viene ucciso e il suo corpo fatto a pezzi.
Adesso è la stessa Agave che decide di tornare a Tebe, di tornare a casa, portando infilzata in un bastone la testa sanguinante del figlio. La accoglie Cadmo, atterrito a quella vista. Agave non è in sé, mostra al padre quel trofeo, vantandosi di aver catturato e ucciso un leone. Ma lentamente si rende conto di quello che ha fatto. E ritorna anche lo straniero che si rivela come Dioniso. Ha tentato di dirlo più volte a Penteo durante l’interrogatorio, ma il re non l’hai mai davvero ascoltato. E adesso si è vendicato: Penteo è morto, Agave e le sue sorelle saranno bandite dalla città e anche Cadmo e Armonia se ne andranno da Tebe e dovrà passare molto tempo prima che trovino pace. E questo male ricadrà sulla città. E’ terribile la vendetta di Dioniso, ma soprattutto è ingiustificata e lui non dice nulla per dare un senso a quello che ha fatto: lo ha fatto e basta.

Finisce così, senza alcuna speranza, Le Baccanti, una delle ultime tragedie composte da Euripide. Il tragediografo ha lasciato Atene, deluso per i continui insuccessi, si è esiliato presso la corte di Archelao in Macedonia, dove muore. Sarà il nipote a mettere in scena queste tragedie – nella stessa tetralogia c’è anche l’Ifigenia in Aulide – e questa volta Euripide riuscirà a vincere. Forse l’omaggio tardivo – e un po’ ipocrita – degli spettatori ateniesi a un autore che non riescono proprio ad amare fino in fondo, nonostante ne riconoscano il valore.
Perché Le Baccanti è una tragedia dal perfetto meccanismo teatrale, è una storia che letteralmente ti tiene incollato alla sedia, ma è anche un terribile atto d’accusa, verso la società, e verso tutti i suoi valori. E’ un mondo senza redenzione quello raccontato in questa tragedia, in cui le uniche due possibilità sono o uccidere o essere ucciso.
Chi è lo straniero? E’ davvero un dio, come lui stesso sostiene, o è un impostore, come crede Penteo? Francamente non so cosa pensasse davvero Euripide, ma probabilmente anche lui era ateo: io – che certamente lo sono – penso che su questo punto abbia ragione Penteo. Dioniso è solo un abile manipolatore che cerca vendetta. E la ottiene – forse al di là dei propri propositi, perché alla fine anche lui è uno sconfitto – non solo perché è abile e scaltro, ma soprattutto perché Tebe è ormai una città senza speranza, governata da un tiranno il cui unico scopo è quello di preservare il proprio potere, in cui la vecchia generazione è fatta di opportunisti, che si piegano al vento del momento, in cui gli uomini sono nelle loro case piccoli despoti ossessionati dal sesso e in cui le donne, una volta liberate dal giogo dei maschi, finiscono per diventare violente come loro, l’unica arma che sembrano conoscere è la forza. Euripide ci racconta che non serve certo un dio per abbattere questa società putrescente, bastiamo noi.