Giuseppe Pinelli è stato ammazzato in questura 50 anni fa – i testimoni hanno mentito. Giustizia l’è morta!

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Autore originale del testo: Martina Beltrami
Fonte: The Pitch
Il corpo di Giuseppe Pinelli cade
come cadono nel buco del tempo tutti i corpi

di tutti i prigionieri di tutte le prigioni del mondo
e tutto il mondo è una prigione tenuta dallo Stato
e dovunque c’è una prigione c’è anche uno Stato


[Julian Beck, Il corpo di Pinelli, 1977]

di Martina Beltrami – su The Pitch

Alle 16.37 del 12 dicembre 1969 una bomba apre una voragine nel salone d’ingresso della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, a Milano, uccidendo 17 persone e ferendone altre 88. In un groviglio complicato di fili – in cui molti capi vengono persi o volutamente non seguiti – la polizia, nelle persone del capo dell’ufficio politico Antonino Allegra e del commissario Luigi Calabresi, si lancia a colpo sicuro sulla pista anarchica. Quella stessa sera il ferroviere Giuseppe “Pino” Pinelli viene fermato davanti alla libreria anarchica di via Scaldasole e invitato da Calabresi a seguirlo in questura a bordo della sua moto Benelli. Ne uscirà solo tre giorni dopo dalla finestra dell’ufficio dello stesso Calabresi, volando giù dal quarto piano nel cortile interno della Questura di via Fatebenefratelli.

L’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura il 12 dicembre 1969 © Federico Bressani

A dieci giorni da Natale un anarchico cade da una finestra illuminata

Nell’ambito delle commemorazioni per i 50 anni dalla strage, a cui per la prima volta nella storia prenderà parte anche il capo dello Stato, verrà proiettato sulla facciata della banca colpita dall’ordigno un dettaglio dell’opera di Enrico Baj I funerali dell’anarchico Pinelli. Al centro dell’enorme composizione (3 metri per dodici), ispirata al picassiano Guernica, campeggia un uomo che precipita al suolo. Alla sua destra il potere, impersonificato da una schiera di uomini mascherati, a sinistra la società civile, indifferente o sconvolta, agitando pugni e bandiere.

I funerali dell’anarchico Pinelli di Enrico Baj

«Quel corpo che cade ha trasceso il singolo episodio ed è diventato il simbolo senza tempo dell’abuso di potere»: è l’analisi di Enrico Deaglio, giornalista e scrittore, autore del libro La Bomba. Cinquant’anni di Piazza Fontana, uscito tre mesi fa per Feltrinelli. «È stato il corpo stesso di Pinelli, il corpo inerme di un uomo minuto e mansueto che cade da una finestra illuminata della questura a dieci giorni da Natale, a segnare così nel profondo l’immaginario collettivo». Per Julian Beck, autore nel 1977 della poesia Il corpo di Pinelli, la sua caduta è quella di tutti noi. «Una caduta morale ed esistenziale – aggiunge Deaglio – perché avviene nel luogo simbolo della forza pubblica, dove per definizione ci si dovrebbe sentire protetti».

Non è un caso che una delle primissime enunciazioni dell’inviolabilità dell’indagato riguardi proprio il suo corpo. «Ne sia esibito il corpo per sottoporlo a giudizio», recitava l’habeas corpus, mentre Pinelli davanti a un giudice non venne portato mai e il suo fermo superò abbondantemente le 48 ore previste dalla legge per la convalida da parte del gip. «Non dimentichiamoci che l’habeas corpus [già sancito dalla Magna Charta Libertatum inglese del 1215 ed emanato ufficialmente nel 1679 da Carlo II, ndr] si chiama così perché antepone a tutto la protezione fisica della persona fermata. Per evitare cioè – precisa l’autore – ogni tipo di tortura, abuso o manomissione». Una garanzia di protezione dalla deriva autoritaria.

Come in qualsiasi giallo, ora e luogo sono importanti

Giuseppe Pinelli, secondo la versione ufficiale, spira all’ospedale Fatebenefratelli intorno all’una di mattina del 16 dicembre. Sono però almeno tre i dettagli che non tornano in questa ricostruzione: 1) la testimonianza di Pasquale Lello” Valitutti, l’unico altro anarchico presente in quel momento in questura, che ricorda di aver udito il trambusto di una colluttazione verso le 23.30 e poi, dopo mezz’ora di silenzio, le urla di un poliziotto uscito di corsa dalla stanza dell’interrogatorio esclamando «S’è buttato!»; 2) la telefonata arrivata al 118 ben prima della mezzanotte; 3) la solerzia con cui le “pantere” della polizia si precipitano all’ospedale per piantonare il corpo, impedendo a familiari e amici di avvicinarsi.

«Il mistero ormai irrisolvibile per ovvie ragioni temporali – spiega ancora Deaglio – parte dall’ora in cui fu chiamata l’ambulanza (pare prima del ritrovamento del corpo nel cortile della Questura) e prosegue con le testimonianze degli infermieri che affermano di aver colto le ultime, incomprensibili parole uscite dalla bocca di un agonizzante Pinelli». Che fossero quelle le parole che i poliziotti temevano potessero incastrarli? Oppure il ferroviere, era già morto all’arrivo in ospedale? «Per più di due anni non ci sono stati sopralluoghi nell’ufficio di Calabresi. Per non parlare delle indagini sui telefoni interni, mai effettuate, e delle impronte digitali, mai raccolte. Difficile stabilire con certezza ora e luogo della morte».

Le lapidi dedicate alla memoria di Giuseppe Pinelli. Sulla destra la lapide del Comune del 2006, sulla sinistra quella posta nel 1977 da studenti e anarchici e risistemata sempre nel 2006 dopo essere stata imbrattata. La rosa alla sua base è stata forgiata dal ferro di un binario donato dalle Ferrovie Italiane in omaggio a Pinelli [foto dell’autrice]

Fatto sta che entrambe le lapidi in memoria di Pinelli a tutt’oggi presenti in Piazza Fontana recano la data del 15 dicembre e i «locali della Questura» come luogo della morte. Sulla prima, posta dai “compagni” di Pinelli, studenti, anarchici e sindacalisti nel 1977, si parlava in realtà del 16 dicembre prima che gli atti di vandalismo costringessero a posizionarne una nuova, questa volta con la data (s)corretta. La stessa riportata anche sulla seconda, affissa nel 2006 su decisione dell’allora sindaco di Milano Gabriele Albertini. Una prima, tardiva ammissione di colpevolezza? «Più un lapsus freudiano», scherza Deaglio, il primo ad accorgersi dell’incongruenza: «nemmeno la figlia Claudia ci aveva fatto caso. Una volta segnalato l’errore, però, nessuno ha reagito».

Il corpo negato

A questi misteri ormai irrisolvibili – «un solo fumatore insonne in quella gelida notte avrebbe potuto risolvere il caso», commenta l’autore nel suo libro – si aggiungono le testimonianze anatomopatologiche mai raccolte sul corpo. La prima autopsia, effettuata sommariamente, è del 1969 e non vede la presenza dei periti di parte. Nel referto si parla solo genericamente di una macchia ipostatica sul collo: segno di una percossa o del colpo preso nella caduta? Non lo sapremo mai. Una seconda autopsia viene invece richiesta due anni dopo dal giudice Carlo Biotti. Pur di scongiurarla l’avvocato del commissario Calabresi, Michele Lener, arriva a querelare il giudice per calunnia, riuscendo a bloccare il processo.

Ma cos’è, in questa misera salma, a spaventare tanto la polizia? «Quando il giovane sostituto procuratore Gerardo D’Ambrosio e il procuratore generale di Milano Luigi Bianchi d’Espinosa nel 1972 ordinano nuovamente la riesumazione – racconta ancora Deaglio – viene mandata la Guardia di Finanza a presidiare il cimitero di Musocco per paura che sia la polizia stessa a trafugare la salma. Quella sarà la prima autopsia effettuata con la presenza dei periti di parte ma il corpo risulterà troppo deteriorato per poter rispondere alla domanda sul tanto dibattuto colpo. Verrà anche trovata una frattura mai segnalata prima, senza però precisare in quale parte del corpo. Uno dei tanti dettagli che danno la misura del golpe giudiziario che si è svolto intorno al cadavere di Pinelli».

Il corpo di Pinelli sarebbe stato in grado di parlare anche dopo la morte. La negazione di una pronta autopsia ha permesso ai pubblici magistrati di pescare a piene mani da un vasto quanto astruso vocabolario para-scientifico: “suicidio accidentale” lo chiama il pm Giovanni Caizzi nel 1969, mentre D’ambrosio nel 1975 parlerà di “malore attivo”. Per Deaglio «la prima espressione è un ossimoro» – difficile pensare di poter escludere l’intenzionalità da quella che è per antonomasia l’azione più forte che un uomo possa fare a sé stesso – «mentre “malore attivo” non è che una contrazione di una perifrasi più lunga con cui D’Ambrosio si limita a fornire la versione più “verosimile”, per usare le sue stesse parole. Negando suicidio e omicidio, infatti, resta “verosimile” – appunto – che Pinelli, appoggiato alla finestra dando le spalle al vuoto, sia precipitato al suolo in seguito a un brusco movimento compiuto nell’atto di difendersi, come se qualcuno lo stesse aggredendo».

Ma quindi cos’è successo veramente quella notte? «Secondo me e anche secondo la moglie Licia – prosegue – si è trattato un incidente. Al termine di un interrogatorio duro, fatto anche di percosse, Pinelli rimase agonizzante e i poliziotti decisero di sbarazzare del corpo. La dinamica della caduta non è quella tipica di un suicidio: il suicida urla e mette le mani avanti mentre il giornalista dell’Unità Palumbo, che in quel momento si trovava al piano di sotto, dice di aver sentito un rumore simile a quello di uno scatolone che cade. Non sarebbe comunque la prima defenestrazione di un anarchico»: Deaglio fa riferimento alla morte nel 1920 di Andrea Salsedo, precipitato dal 14° piano della sede dell’Fbi a New York durante un interrogatorio. Vicenda alla quale s’ispirerà anche Dario Fo che, dopo le molte denunce ricevute dal suo Morte accidentale di un anarchico (andato in scena per la prima volta nel dicembre ’70), sostituirà al nome di Pinelli proprio quello di Salsedo.

La bomba. Cinquant’anni di Piazza Fontana, Enrico Deaglio, Feltrinelli, 2019.
Sullo sfondo la Banca Nazionale Dell’agricoltura, da vent’anni non più in attività, ma la cui scritta è stata volutamente mantenuta in ricordo della strage del 1969 [foto dell’autrice]

Chi si vantava di conoscere bene gli anarchici era il questore di Milano di allora, Marcello Guida: «nei suoi anni da direttore del carcere di Ventotene, in cui erano confinati socialisti, comunisti, “slavi” e circa duecento anarchici, diceva di aver riscontrato in questi ultimi una spiccata “tendenza al suicidio”. Un profilatore anzitempo il questore Guida, che per ogni prigioniero annotava le caratteristiche psicologiche che individuava: sulla scheda di Pertini scrisse “individuo altamente pericoloso e propenso ad atti terroristici”. Quello degli anarchici propensi al suicidio è un particolare assolutamente falso – fa notare l’autore – che però curiosamente Guida si premura di evidenziare già a poche ore dalla morte di Pinelli».

Il corpo che svela e il corpo che nasconde

Milano, 15 dicembre 2019 i funerali di Stato delle vittime di Piazza Fontana ©Federico Bressani

Pinelli inciampa nella morte e l’enormità di quello che si cerca di nascondere attorno a questa morte entra a far parte del Segreto: «c’erano un terribile segreto da custodire e una serie di responsabili da proteggere, il che ha innescato una catena di altri attentati, di altre bombe e di ricatti incrociati ai vertici del potere». A partire dalla morte dello stesso Calabresi, freddato il 17 maggio 1972 sotto casa sua, in via Cherubini, mentre si avviava al lavoro. Un’esecuzione attribuita a Lotta Continua. «Il confronto tra il destino delle due salme, quella del ferroviere anarchico e quella del commissario, è impietoso. Basti pensare che attorno a quest’ultimo era in corso fino non molto tempo fa un processo di beatificazione: venne subito considerato fisicamente un martire, che continuava indefesso nel suo lavoro nonostante ogni giorno militanti di sinistra gli dessero dell’assassino».

Questa volta la salma non viene affatto nascosta: viene anzi mostrata, fotografata (celebre è l’immagine del cadavere con un lenzuolo bianco e un crocifisso al collo, qui a lato nella versione riprodotta nel francobollo del 2005) e data alle stampe. Un’altra vittima del Segreto da dare in pasto ai giornali.

Se la morte di Pinelli, assurta a simbolo dell’abuso di potere, ha aperto le porte della Questura permettendo – seppur con due anni di ritardo – al giudice Biotti di entrare nell’ufficio di Calabresi per stabilire le dinamiche dell’interrogatorio e confrontare le testimonianze, la morte del commissario quelle porte, letteralmente, le chiude. Dopo l’esecuzione del 17 maggio si ferma il processo avviato dallo stesso Calabresi contro Lotta Continua che lo accusava di aver ucciso l’anarchico, si ferma la sete di verità dell’opinione pubblica e si ferma anche il progetto di Carlo Ponti, marito di Sophia Loren, di girare un film sulla vita e la morte del ferroviere, con la stessa Loren destinata a interpretare la vedova Licia. Non solo: per concorso morale vengono imputati i 757 intellettuali che il 13 giugno ’71 avevano inviato a L’Espresso una lettera di accusa alle autorità per la morte di Pinelli.

Ma quel 17 maggio 1972 successe anche qualcos’altro, un evento che non verrà mai messo in correlazione con l’omicidio di Calabresi. Quel giorno il già citato quadro di Baj avrebbe dovuto essere presentato a Milano per la prima volta ma, dopo le notizie provenienti da via Cherubini, si decise di annullare tutto. «Al vernissage si sarebbe senz’altro presentato il sindaco di Milano, il socialista Aldo Aniasi, accompagnato dal prefetto o dal questore. O magari – perché no? – dallo stesso Calabresi, noto per essere molto interessato agli eventi culturali della città» commenta l’autore de La Bomba. «Il quadro è tornato a Milano solo nel 2012, grazie ala giunta di Giuliano Pisapia. Certo, potrebbe trattarsi solo una coincidenza, anche se ogni manuale di polizia invita a non sottovalutarle mai». Come direbbe un insospettabile Giulio Andreotti, «a pensar male si fa peccato, ma spesso ci s’indovina».

E se Pinelli non fosse caduto?

«Sarebbe stato arrestato, portato a Roma, probabilmente messo a confronto con Valpreda – risponde deciso Deaglio – e senza dubbio imputato anche per gli attentati sui treni della notte tra l’8 e 9 agosto, in seguito ai quali il suo telefono era stato subito messo sotto controllo, senza che fosse trovato nulla di penalmente rilevante, come testimoniato dai tabulati». Particolare questo, l’assoluta assenza di prove, che non impedì a Guida nell’affermare che via Preneste 2, in zona San Siro, dove Pinelli abitava, fosse il «centro dell’anarchismo internazionale». Se davvero lo fosse stato, perché nessun funzionario pubblico tornò mai nell’appartamento dopo il primo, sommario sopralluogo condotto già nel tardo pomeriggio del 12 dicembre? Curioso per uno snodo di attentatori così importante.

Pietro Valpreda, il mostro ballerino, amico di Pinelli e vero obiettivo di Allegra e Calabresi, rimarrà in carcere da innocente per tre anni. I giornali scommisero sulla sua colpevolezza già a partire dal giorno successivo alla strage: ad accanirsi in maniera particolare fu il Corriere, al tempo diretto dal repubblicano Giovanni Spadolini. Questo l’incipit dell’articolo intitolato La furia della bestia umana: «La bestia umana che ha fatto i 14 morti di Piazza Fontana e, forse, anche il morto, il suicida, di via Fatebenefratelli, è stata presa, è inchiodata […] non la dimenticheremo mai, la bestia che ci ha fatto piangere». Segue una particolareggiata descrizione dello stile di vita e della malattia di Valpreda, il Morbo di Buerger o Tromboangioite obliterante, una rara malattia infiammatoria vascolare, mostrata come prova della sua malvagità. Verrà assolto solo nel 1987 e soltanto per insufficienza di prove. In quella stessa occasione il Tribunale di Catanzaro assolverà anche il defunto Pinelli.

Dall’edizione de “Il Giorno” del 17 dicembre: i primi da destra sono Calabresi e Allegra. Sotto la ricostruzione ufficiale della nottata in Questura

«Se un giornalista vi dice che un anarchico s’è buttato dalla finestra…»

C’è molto fumo e pochissima chiarezza nelle vicende che ruotano attorno alla strage di Piazza Fontana, persino nella Storia che ci viene raccontata a scuola, nei pochi casi in cui i programmi dell’anno della maturità riescono ad addentrarsi fino agli anni della strategia della tensione. Il Segreto è stato mantenuto? Come districarsi tra i fili abbandonati o celati, tra le notizie di timer e doppie bombe, tra la «voglia di sangue degli anarchici» di cui parlò Antonio Amati all’arresto di Valpreda e il coinvolgimento dei servizi segreti? «A un maturando del 2019 che voglia scoprire cos’è successo consiglierei il mio libro La bomba. Cinquant’anni di Piazza Fontana – scherza Deaglio – e quello di Paolo Morando, Prima di Piazza Fontana, in cui si ricostruisce la fabbricazione della pista anarchica. E, soprattutto, lo avvertirei di non credere mai a chi vi dice che un anarchico s’è buttato dalla finestra».

Una storia sepolta nel passato che non ha più nulla da insegnarci? «Non so quanto oggi si possa parlare di Piazza Fontana come di una cosa finita, appartenente a un’altra epoca. In parte sì, per ovvie ragioni anagrafiche, visto che gran parte dei protagonisti è morta e con loro la ricerca del vero movente. E in parte no, perché alcuni filoni di questa storia continuano a rivestire un ruolo importante. In sostanza quella scoppiata 50 anni fa nel centro di Milano è una bomba che ha mostrato a noi italiani come siamo fatti. Non malissimo, a dir la verità, ma guardarsi allo specchio è sempre difficile», conclude.

La macchina del "Clarion" di Spoon River fu distrutta
ed io spalmato di pece e coperto di penne,
per aver pubblicato questo il giorno in cui gli Anarchici
vennero impiccati a Chicago:
"Vidi una donna bellissima con gli occhi bendati
eretta sui gradini di un tempio di marmo.
Grandi moltitudini passavano davanti a lei,
sollevando la faccia ad implorarla.
Nella mano sinistra teneva una spada.
Brandiva quella spada, colpendo a volte un bimbo, a volte un operaio,
ora una donna che tentava sottrarsi, ora un folle.
Nella destra teneva una bilancia;
nella bilancia venivano gettati pezzi d'oro
da quelli che schivavano i colpi della spada.
Un uomo con la toga nera lesse da un manoscritto:
"Ella non rispetta gli uomini."
Poi un giovanotto col berretto rosso
balzò al suo fianco e le strappò la benda.
Ed ecco, le ciglia erano corrose
dalle palpebre imputridite;
le pupille bruciate da un muco latteo;
la follia di un'anima morente
le era scritta sul volto -
ma la moltitudine vide perché portava la benda

[Edgar Lee Master, Spoon River, 1943, traduzione di Fernanda Pivano.
Epitaffio sulla tomba di Pino Pinelli,
cimitero degli anarchici di Turigliano, a Carrara]