Gli altri canti del Ciclo di Inanna (II)

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di Antonio Gaeta 5 novembre 2018

Come in mitologie di altri popoli e culture postume, ai tempi di Inanna in Mesopotamia un albero particolare simboleggiava il collegamento tra i tre mondi che caratterizzano la vita umana: la chioma il rapporto con l’ambito “celeste” (ovvero divino), il tronco con la realtà terrena (o «terra di mezzo») e le radici quello con il mondo sotterraneo dei morti.

I primi due canti (1) testimoniano quanto i popoli mesopotamici del IV millennio a.C. proiettassero nella loro dea/regina una condizione di vita lieta dei prodigi e dei doni naturali. Ma anche della trasformazione della «terra di mezzo» in un fiorente giardino, con evidente riferimento allo sviluppo della “piantumazione” tipica dell’agricoltura, dopo aver liberato gli alberi dai demoni improduttivi.

I canti successivi del Ciclo di Inanna, vedono la dea/regina affrontare il regno sotterraneo Irkalla, dove regna la sorella Ereshkigal, esiliata in questo luogo dal nuovo ordine patriarcale, senza poterne fare più ritorno. Dalla tavoletta ritrovata a El Amarna in Egitto apprendiamo della feroce cacciata sotterranea di Ereshkigal, strappata dal suo trono da Nergal:

Canto III

«La mente del dio della guerra sanguinosa,

la mente del dio dei malanni e della pestilenza,

la mente del dio dei turbini e delle tempeste,

concepì ben presto il piano

che placasse i suoi torbidi desideri

Pensò alle nozze.

E afferrando saldamente i capelli della testa di Ereshikigal,

la tirò giù dal trono

la buttò sul pavimento

minacciando di tagliarle la testa

se non avesse acconsentito a essere sua sposa.

E le disse di voler sedere lui sul trono

e lei di stargli accanto

E le disse di porre nelle sue mani le Tavole del Destino

che erano state soltanto di lei

e le chiese di legittimarlo come sovrano

della terra di Irkalla

e che lei sarebbe stata la sua consorte devota

A terra sulla fredda pietra

con tutti i demoni guerrieri

non disposti a darle alcun aiuto

Vedendo la spada di mesu, hashurru e supalu

vicina alla sua gola

Ereshkigal capì che la sola scelta fosse la morte»

Quando Inanna giunge a lei, nella nuova situazione in cui la sorella si trova costretta, la trova ostile e invidiosa, giacché Inanna vive nel mondo di sopra, dove essa ancora regna e ha un consorte amato. Ereshkigal non permetterà, perciò, alla sorella di tornare indietro, senza aver attraversato le “sette porte”. Nell’attraversamento Inanna scopre con disperazione la perdita di ogni suo possesso e la nuda sofferenza della morte. Prima adorna di ogni suo ornamento di benefico potere, poi a ogni porta deve spogliarsi di un suo attributo, per arrivare infine nuda davanti a Ereshkigal.

A questo punto il Ciclo prosegue in modo da far chiaramente capire la lotta che era a quel tempo in atto tra civiltà nate ed evolute intorno all’adorazione della Dea, quale eredità della comune cultura paleolitica, e quelle raccolte invece intorno alla mascolinità degli dei, che riflettevano i nuovi usi e costumi definiti “patriarcali”.

Canto IV

«Poi Ereshkigal fissò su Inanna l’occhio della morte.

Pronunciò contro lei la parola d’ira.

Emise contro di lei il grido di accusa.

Infine, la percosse.

Inanna fu mutata in cadavere

in un pezzo di carne putrefatta,

e venne appesa a un gancio sopra il muro»

Solo dopo altre vessazioni e peripezie Reshkigal le consente di tornare nel suo regno, a condizione però che indichi “qualcuno” che prenda il suo posto. Segno evidente, questo, dell’avvenuta sottomissione di parte della cultura della Dea a vantaggio della cultura del Dio.

Tuttavia, la lotta tra gli dei e le dee, simboli di avverse culture, prosegue.

Tornata nel mondo superiore, Inanna si accorge di essere stata seguita da demoni, messi alle sue calcagna dalla sorella, regina degli inferi, con il compito di cogliere il suo primo sguardo d’odio. Esso colpirà chi sarà costretto a prendere il suo posto. E sarà proprio Dumuzi (1) a provocare in Inanna un moto d’ira furibonda. Questi, infatti, durante la discesa agli inferi di Inanna si é insediato bellamente sul trono di Uruk e non mostra di aver affatto sofferto la lunga assenza della sua regina.

Canto V

«A Uruk, presso il grande melo,

Dumuzi sposo di Inanna, sfoggiava le sue vesti splendenti.

Sedeva sopra il trono superbo, ma non si mosse..

Inanna fissò su Dumuzi l’occhio della morte.

Pronunciò contro di lui la parola dell’ira.

Emise contro di lui l’urlo di chi accusa:

“Prendete lui ! Portate via Dumuzi !”»

Dumuzi viene trascinato nell’Irkalla («terra di sotto») come punizione per la sua ambizione, che gli ha fatto tradire l’amante, la dea, la regina, la madre di tutti. Inanna é triste per le troppe cose nuove apprese durante le sue discese nella «terra di sotto», ma la giustizia ancora trionfa ! (segue)

NOTE:

(1) – Vedi parte I: https://www.nuovatlantide.org/i-canti-del-ciclo-di-inanna-i/