Il centrismo tedesco non può reggere

0
198

di Wolfgang Münchau, 5 novembre 2018

traduzione di Giacomo Piacentini

Il centrismo politico tedesco  non può reggere. Anche in altre nazioni dell’UE i partiti tradizionali stanno perdendo il loro storico supporto

Molto sta accadendo in Europa in questo periodo – una riemergente divisione tra Oriente e Occidente, il panico per la posizione fiscale dell’Italia e, ovviamente, Brexit. I ben più sottili cambiamenti politici in Germania appaiono, a prima vista, non altrettanto spettacolari, ma nel lungo termine potrebbero avere un forte impatto sul modo in cui l’UE funziona.

Le elezioni in Baviera della scorsa settimana ci hanno dato un primo assaggio della doppia natura che questi cambiamenti stanno avendo. Vi è infatti, al contempo, un passaggio dal centro-destra all’estrema destra e dal centro-sinistra ai Verdi. La CSU, il grande alleato della Merkel in Baviera, ha perso circa dieci punti percentuali. È stato un risultato negativo, anche se non tanto quanto si temeva prima delle elezioni.

Alternative fur Deutschland, un partito di estrema destra, ha raggiunto il dieci per cento, così come l’altro partito di centro-destra candidatosi. In totale, la somma dei voti finiti alla destra non è variata di molto, anche se la CSU è molto indebolita.

Il secondo effetto, ben più drammatico, è stato il passaggio dal Partito Socialdemocratico ai Verdi. La SPD ha perso quasi metà dei suoi voti in Baviera. I Verdi non sono più soltanto il nuovo partito “cool” della sinistra, sono anche il più grande.

Il più recente sondaggio a livello nazionale vede l’alleanza tra CSU e CDU al 27%, i Verdi al 20%, la SPD al 14%. Per chi osserva abitudinariamente la politica tedesca, questi numeri sono stupefacenti. I Verdi sono anche diventati la forza politica maggiore in numerose aree urbane, come quella di Monaco.

Perché la politiche tedesche si allontanano sempre di più dai suoi due partiti di centro? Le motivazioni sono sia strutturali, sia di carattere ciclico. La motivazione ciclica è che la SPD ha commesso un suicidio entrando in una grosskoalition, la terza dal 2005. Se, oppure quando, la SPD deciderà di tirarsene fuori, migliorerà sicuramente nei sondaggi.

Ciò che rende la situazione ancora più pericolosa è il trend demografico: la SPD non è soltanto il partito più vecchio in Germania, è anche quello i cui membri sono più vecchi. Un tempo questo era il partito della classe operaia, degli insegnanti e degli intellettuali di sinistra. Il cuore della sua base era formato dai cosiddetti “sessantottini”, gli studenti di sinistra che protestarono contro l’establishment politico nelle strade di Berlino e Francoforte negli anni ’60.

Secondo una recente analisi demografica, la SPD ha la maggior percentuale di membri con un’età superiore ai sessant’anni – il 54% del totale. Il partito ha inoltre la minor percentuale nazionale di elettori giovani.

Elettori e membri ormai vecchi hanno intrappolato la SPD  con politiche economiche e sociali con cui i giovani fanno fatica a connettersi. Il partito ha fortemente sostenuto la riforma costituzionale che impedisce allo Stato di fare ricorso al deficit fiscale, ma questo, com’era prevedibile, ha portato ad una dura riduzione di investimento nel settore pubblico, il che ha poi diminuito i successivi tasi di crescita.

Ci sono prove di una struttura ormai fatiscente e pronta a crollare quasi ovunque. La Germania ha una delle reti telefoniche peggiori d’Europa e una recente indagine ufficiale sullo stato dei ponti delle autostrade ha rivelato che l’11% di questi non può essere definito sicuro.

Questo è quello che succede se l’unico obiettivo della propria politica è raggiungere forsennatamente surplus economici ogni anno. Attraverso politiche che riducono i futuri tassi di crescita, la coalizione di partiti tradizionali sta mettendo gli interessi dei più anziani sopra gli interessi dei più giovani.

Anche altre nazioni europee hanno visti un allontanamento dai partiti tradizionali. In Spagna, Ciudanados, un partito liberale, si è creato una buona nicchia al centro. Emmanuel Macron e la sua “République en Marche” hanno fatto lo stesso in Francia. I socialisti francesi hanno ceduto il posto a “La France insoumise”, un partito di estrema sinistra guidato da  Jean-Luc Mélenchon. L’Italia è guidata da due partiti: il Movimento Cinque Stelle, un partito che rifiuta la classica divisione tra destra e sinistra, e la Lega, partito di estrema destra. Il vecchio centro è in ritirata ovunque.

Io non ritengo che l’ultimo sondaggio riguardo le elezioni europee del 2019 rispecchi del tutto la situazione di cambiamento che sta avvenendo un po’ in tutta Europa, al momento. Il sondaggio rivela che i partiti tradizionali dovrebbero essere in grado di mantenersi più o meno saldamente al potere. La base elettorale però si sta già spostando, come si è visto più sopra – dunque entro le votazioni europee anche questi dati potrebbero cambiare sensibilmente.

Il partito Popolare Europeo, di centrodestra, dovrebbe probabilmente emergere di nuovo come la più larga fazione nel Parlamento Europeo, ma potrebbe non avere più la forza di creare un’effettiva coalizione vincitrice.

Questa probabile fine della grande coalizione, sia a Berlino che a Bruxelles, potrebbe in teoria rendere molto diverse la politica europea. Tuttavia, in un sistema che richiede maggioranze qualificate per far sì che qualunque provvedimento venga approvato, potrebbe anche finire per causare un vero e proprio stallo.