Guccini comunista? Ma perché?

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Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti

In questi giorni si è molto discusso di Francesco Guccini e sul fatto che non fosse comunista né anarchico. Al più, come dice oggi lui stesso, un’azionista il cui riferimento era Giustizia e Libertà ed erano i fratelli Rosselli. Quaranta anni fa, su Muzak, in un’intervista il cantautore si dichiarò un socialista umanista, e credo che volesse dire non marxista, ma laico appunto. Effettivamente Guccini non fu mai comunista, il suo stesso atteggiamento era da libertario, da chi aveva in testa i diritti civili, da chi aveva in mente l’umanità piuttosto che taluni schemi politici e sociali ‘rivoluzionari’. Dice: si però ha cantato l’anarchia e la ribellione. D’accordo, ma mica solamente. “Incontro” cos’è? Il libretto rosso di Mao? Oppure una storia sovraccarica di nostalgia? Gli anni non ci hanno ancora insegnato che la ‘sincerità’ e l’onestà di un’artista è immanente, è animata da una coerenza interna, personale, non è un riflesso di schemi ideologici antecedenti, di verità incontrovertibili esterne a lui, non è frutto di una speculazione intellettuale (tanto meno politica).

Passerò per crociano, ma dinanzi a un’opera mi soffermo su di essa e non pretendo che essa sia coerente a schemi antecedenti, a determinazioni ferree, a ‘doveri’ ideologici. La storie sono storie, le poesie sono poesie, le canzoni sono canzoni. Montale, il più grande poeta italiano moderno, era un anticomunista viscerale, e allora? Walter Binni diceva che ogni artista aveva un propria poetica, una costellazione di idee, moralità, procedimenti artistici, sentimenti, convinzioni anche politiche ben distinte dalla sua opera (poesie, storie, canzoni). Noi dobbiamo giudicare quelle opere, non le sue idee, tanto meno partire dall’arte e pretendere una coerenza politica, ossia chiedere a Guccini di essere anarchico perché ha scritto ‘La locomotiva’. La dialettica di poetica e poesia è illuminante. Ma parliamo di un possesso culturale personale, non di una ideologia. L’arte (se esiste) ha un’autonomia specifica, sennò non ha senso. Sennò è un mix di cose in cui è inutile gettare lo sguardo, tanto non se ne trarrebbe mai niente di niente.

Guccini poi non è mai stato didascalico, tanto meno da un punto di vita politico. Pensate appunto alla ‘Locomotiva’. Si racconta un fatto davvero accaduto, e interpretato poeticamente, miticamente, esaltato da un punto di vista letterario. Io credo che non si possa pensare che lì Guccini ci stia istigando a sequestrare dei treni per scagliarli contro altri treni pieni di donne e uomini. Tanto meno si tratterebbe di un’istigazione al terrorismo di altra natura, quello dinamitardo. Ma siamo matti? E allora. Io credo che Guccini sia soprattutto un artista che ha cantato la nostalgia, i sentimenti lenti della provincia, le osterie fuori porta come luoghi dell’anima, l’umanità nelle sue varie sfaccettature. Perché doveva essere comunista? Me lo chiedo.

Certo, ci vuole una sensibilità di sinistra per soffermarsi su certe pieghe sentimentali, ci vuole una cultura umanista, non si può essere di destra se c’è un’attenzione viva agli ultimi, ai perdenti, alle piccole cose. Quello che sorprende è pretendere ‘coerenza’ ideologica (ma tra cosa e cosa, poi? Tra ‘Incontro’ e il materialismo storico?) in un’epoca dove ormai dovrebbe essere chiarissimo come i linguaggi, le storie, le narrazioni, la stessa funzione poetica applicata all’advertising mostrino come domini l’autonomia linguistica, piuttosto che la materialità del martello politico. Ma anche questo fa parte dei ritardi che scontiamo.