I Pelasgi e le origini più remote degli Italici

per tonigaeta

di Antonio Gaeta – 6 agosto 2018

Il termine Pelasgi deriva dal greco antico, nella cui lingua pelagòs significa mare. Meglio ancora “mare aperto”, da cui la definizione dei Pelasgi anche come “Marini” (o del Mare). Il mare in questione é il Mediterraneo, ma come vedremo, poi anche il Mar Nero !

Fu un’insigne letterata italiana del XX secolo, Momolina Marconi (1912 – 2006), a studiare e scrivere sui Pelasgi e su tutte le civiltà cui diedero vita o che si riconobbero in questa molto più vasta cultura, fiorente in tutto il Mediterraneo (e non solo). Tutto ciò prima e durante l’arrivo a ondate gli invasori asiatici, meglio conosciuti come indoeuropei o ariani [dal Sanscrito arya (signore/nobile): termine indo/iraniano più accettato dal nazismo] !

Si parla, dunque, dei millenni che spaziano tra l’VIII e il III a. C.: in pieno Neolitico e che precede il proliferare di nuove culture in Europa, frutto delle integrazioni e/o sopraffazioni tra libere civiltà matrifocali e sempre più dominante cultura patriarcale indoeuropea, importata (con violenza prima sconosciuta) dalle steppe asiatiche !

Nel suo 1′ volume Riflessi mediterranei nella più antica religione laziale (Principato, 1939) Momolina Marconi analizza le popolazioni italiche, Sardegna e Sicilia comprese, che popolarono la penisola e le sue isole dal tardo paleolitico al neolitico. Quindi, le forti affinità con quelle delle altre isole e penisole mediterranee, nonché con quelle che popolarono le coste del nord Africa.

Si trattava in particolare di Protosardi e Paleoetruschi, strettamente imparentati con Minoici e abitanti delle coste del Mar Nero, fino alla Colchide. Come vedremo in un altro articolo, quest’ultima regione riveste importanza fondamentale nella teoria complessivamente sostenuta da M. Marconi.

La scrittrice circa lo sviluppo della civiltà pelasgica asserisce che sia di origine africana, poi emigrata sulle coste mediterranee ed estesa fino a una regione del Caucaso, che oltre la Colchide si affaccia sul Mar Nero, dando origine all’Hispania, nome poi trasportato fino alla penisola iberica !

Come rileva Luciana Percovich in “Oscure madri splendenti – Le radici del sacro e delle religioni” (Venexia Edizioni), per quanto riguarda l’Italia, le zone in cui si trovano le più antiche tracce di insediamenti sono il Lago di Garda, l’area ligure intorno a Genova e il Gargano delle Puglie.

I resti ossei parlano di popolazione ‘dolicocefala’ mediterranea, che confermerebbero le più recenti ipotesi formulate sulla base dello studio dell’euskera (la lingua basca), che trova somiglianze incredibili con l’etrusco, il minoico-cretese, l’iberico-tartesico e il berbero (1): teoria condivisa dal gruppo di studiosi che riconobbero in Pestalozza (il Maestro comune con di M. Marconi) assolute conferme.(2)

Altra acuta osservazione di Luciana Percovich é sulla contemporanea ricerca con quella di Marija Gimbutas nell’area ad est e nord-est del Mediterraneo, con epicentro i Balcani e l’Anatolia. Esse non si conoscevano e non avrebbero potuto, giacché i saggi di M. Marconi erano e sono in lingua italiana e, poi, la 2′ guerra mondiale interruppe molte possibilità di veicolare informazioni.

Tuttavia, anche la studiosa italiana nella 1′ parte del suo volume scrive della “Grande divinità femminile mediterranea”, che accomunava tutte le genti di cultura pre-indoeuropea. Nella 2′ parte, inoltre, essa descrive in dettaglio le caratteristiche comuni, definite “riflessi della Grande Dea mediterranea” (ovvero pelasgica) di Fortuna, Bona Dea, Mater Matuta, Feronia, Diana: tutte divinità femminili appartenute alla più antica religione laziale.

Per concludere il panorama pre-indoeuropeo sulle popolazioni italiche, M. Marconi, dopo essersi soffermata sui Siculi (importante popolazione con influenze in gran parte della penisola) scrive che nell’età del bronzo e nell’età arcaica del ferro (quasi a fine neolitico) nella nostra penisola iniziarono migrazioni di gruppi definiti “villanoviani” (3), provenienti dall’area balcanica, che si spostavano a occidente (per non dire fuggivano), giacché “premuti da grandi rivolgimenti etnici avvenuti nella Balcania” (4)

Oggi noi sappiamo che si trattava di fughe a piccoli o grandi gruppi di popolazioni pre-indoeuropee, che cercavano di sottrarsi alla grande violenza dei Kurgan: popolo di pastori guerrieri, che grazie all’uso del cavallo avviò le devastanti ondate di invasioni in Europa, cui nei millenni successivi fecero seguito altre popolazioni asiatiche (Bulgari, Magiari, Unni, Alani, Mongoli, Tatari, Peceneghi, Cumani, etc ).

Le genti etichettate come “villanoviane” si stanziarono in pianura padana, ma discesero anche lungo l’appennino, fino al Lazio, per dar vita al popolo dei Latini. Esse avevano assorbito la lingua indoeuropea, ma non la religione nella Grande Dea, che li accomunava ai Pelasgi. Un’altra diversità fu quella del trattamento dei morti. La religione della Grande Dea prevedeva l’inumanazione dei morti (come fu tra gli Etruschi), giacché restituiti a “colei da cui tutto nasce e tutto torna, per essere rigenerato”. I “Villanoviani”, invece, praticavano l’incenerimento: caratteristica che distinse poi i Latini (quindi di Romani) dal resto delle popolazioni italiche.

NOTE :

(1) – Circa la comunanza della religione pelasgica con quella berbera, vedi Heide Goettner-Abendroth nel capitolo dedicato alla “Antica religione berbera” (Le società matriarcali – Venexia Edizioni)

(2) – Umberto Pestalozza (1862 – 1966) primo docente universitario italiano di Storia delle Religioni presso la Regia Accademia Scientifico-Letteraria, divenuta poi la Facoltà di Lettere dell’Università di Milano.

(3) – Dagli scavi eseguiti a Villanova, in provincia di Bologna, dove fu ritrovato un sepolcreto di cremati.

(4) – Come già scritto, M. Marconi non conosceva i risultati delle ricerche archeologiche della grande Marija Gimbutas, anche perché rese note solo dal 1956.

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