Sabino Cassese sulla crisi della Pubblica Amministrazione italiana

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di Giuseppe Beato – 29 maggio 2017

E’ un peccato che questa Lectio Magistralis di Sabino Cassese – tenuta solo due anni fa presso Trentino School of Management – vedi – giaccia dispersa fra le tante “bottiglie” galleggianti  nel grande web: infatti, attraverso le parole di colui il quale si può considerare il più autorevole studioso vivente della pubblica amministrazione italiana, possiamo ascoltare in 40 minuti il pensiero compiuto sullo stato attuale delle PP.AA. del nostro Paese e sui   rimedi che egli ritiene necessari per superare una situazione che egli definisce come “negativa”.

L’esposizione é stata da lui suddivisa in due parti: la diagnosi e i rimedi. Lasciandone la visione e l’ascolto diretto ai più interessati, qui facciamo un riferimento sommario e volante a uno dei cardini del ragionamento di Cassese:  la precarizzazione della dirigenza pubblica come elemento di crisi e di debolezza della pubblica amministrazione.

Su questo tema – fermi rimanendo l’ossequio e il rispetto che si devono – esprimiamo il nostro stupore: Cassese affermava nel 2015 che “la separazione fra indirizzo politico e gestione amministrativa è fallita“, perché tutto il percorso di riforma immaginato negli anni ’90 si “fondava su una dirigenza amministrativa stabile” che invece è stata precarizzata, quando invece é necessaria una “dirigenza retta sul principio del meritonon precaria“. Parole come pietre, che non fanno altro che ribadire ciò che egli proclamava e argomentava da circa 20 anni, fin dal momento del lancio della “privatizzazione” e delle “riforme” da allora susseguitesi (vedi qui 2002– riforma della dirigenza una modificazione costituzionale e qui 1993 il sofisma della privatizzazione e ancora qui -clicca).

La limpida coerenza del pensiero sulla dirigenza – ribadita da questa sua lectio dell’anno 2015 – si infrange, con grande incredulità e costernazione dei suoi non pochi ammiratori, all’apparire nell’agosto dello scorso anno di un suo articolo sul Corriere della Sera (vedi qui) di “endorsement” convinto della riforma sulla dirigenza pubblica posta in campo con la legge delega n. 124 del 2015. Ancora oggi è oscuro il senso di quella presa di posizione su uno schema di decreto legislativo che, ancora prima della bocciatura della Corte Costituzionale su un punto fondamentale di principio, aveva subìto, non solo una gragnuola di critiche da parte del Consiglio di Stato (vedi qui), ma anche il convinto dissenso della maggioranza dei diretti interessati e degli osservatori esterni: proprio quel principio di stabilità nel ruolo, da Cassese sempre difeso, veniva definitivamente distrutto dalla previsione della perdita dell’incarico dirigenziale dopo 4 anni, senza collegamento con alcuna forma di valutazione sul suo operato: l’asservimento completo del dirigente pubblico alla politica e la distruzione di qualunque funzione di “contrappeso” e di garanzia d’imparzialità che tutti gli Ordinamenti occidentali  le assegnano come funzione principe.

Quella sua battuta “la nuova configurazione va nella direzione giusta” ci fece male e siamo ancora qui a chiedercene il motivo. Magari è meglio immaginare una svista nella lettura del testo inguardabile di quella “riforma” e fare riferimento a ciò che Cassese aveva detto pubblicamente solo un anno prima.

Giuseppe Beato

Sabino Cassese Università di Trento 2015 Lectio magistralis sull’Amministrazione pubblica italiana