Rigore e realismo

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di Francesco Sylos Labini – 5 agosto 2018

(post esplicativo per il ruolo degli “economisti” nella società contemporanea – dal mio libro Rischio e Previsione)

Il compito di prevedere il futuro per assicurare la sussistenza del popolo, affidato nella società maya ai sacerdoti-astronomi, è oggi assegnato a chi si propone di interpretare i grandi movimenti della società, organizzare la sua economia e orientare di conseguenza la sua politica. Questo dovrebbe essere, dunque, il compito degli scienziati sociali e degli economisti in particolare. Alcuni lo fanno in maniera egregia, mentre molti altri sembrano appartenere a una casta simile a quella dei sacerdoti-astronomi, con la differenza che il potere derivante dal ruolo non sembra affiancato dalla capacità di formulare delle previsioni utili alla collettività. Si tratta di un particolare sottoinsieme di economisti, che si trova nelle università ma più spesso nei consigli di amministrazione di società pubbliche e private, nella politica, nelle organizzazioni internazionali, ecc. Alcuni partecipano spesso ai talk show televisivi e scrivono i loro editoriali sui principali quotidiani, oppure s’incontrano in politica, come alti funzionari e ministri, e sono accreditati presso l’opinione pubblica per il loro ruolo tecnico, cioè in quanto detentori delle conoscenze di una disciplina che dovrebbe fornire risposte scientificamente fondate ai grandi problemi della società moderna.

Troppo spesso quest’apparente veste tecnico-scientifica sembra non corrispondere alla capacità di comprendere la società: anzi, potrebbe sembrare che far passare l’economia per una scienza capace di trovare in maniera univoca le risposte alle diverse questioni che riguardano la vita economica di un paese, di una società o di un individuo, sia una maniera artificiosa per far apparire le scelte politiche come risultati tecnico-scientifici, e quindi neutri. Questi sacerdoti del XXI secolo sembrano studiare qualsiasi aspetto della vita umana, cercando di quantificare una qualche forma di valore per trovare la relativa ottimizzazione dell’efficienza. Dalla politica economica a quella universitaria, dall’andamento delle Borse all’organizzazione del mercato del lavoro, da come operare i tagli alla sanità pubblica a come riorientare interi settori industriali, ecc.: sembra che non ci sia campo dello scibile e dell’azione umana che non possa esser ricondotto a un semplice modello applicabile in tutte le situazioni e valido per ottimizzare e rendere più efficiente qualsiasi situazione. Tuttavia, ciò che è più importante, le teorie economiche hanno un impatto molto rilevante sulla nostra vita di tutti i giorni e da qualche decennio a questa parte quella neoclassica, dominante – come vedremo – nell’accademia, nella politica e nel dibattito pubblico, ha spinto in favore della deregolamentazione e della liberalizzazione dell’economia con l’argomento che i vincoli di ogni genere impediscono ai mercati di raggiungere il loro equilibrio perfetto e il loro stato di massima efficienza. Il punto cruciale dell’impatto della dottrina economica sulle scelte politiche è ben spiegato dal fisico Mark Buchanan nel suo documentato saggio sul tema.

Nell’ultimo mezzo secolo la teoria economica neoclassica ha fornito le basi teoriche per sostenere che, al fine di aumentare l’efficienza del mercato, i governi avrebbero dovuto privatizzare le proprie industrie e deregolamentare il mercato stesso. Questo risultato sarebbe dimostrato da raffinate teorie economiche che, attraverso una procedura logico-deduttiva, caratterizzata da un certo rigore formale matematico, avrebbero fornito una serie di teoremi matematici a supporto di tali conclusioni. Tuttavia, studiando le ipotesi alla base dei teoremi matematici utilizzati in economia, si nota una straordinaria differenza tra le condizioni in cui questi si applicano e la realtà: il realismo, al contrario del rigore, è stato del tutto trascurato. A differenza delle teorie della fisica, come ad esempio la teoria della relatività o la meccanica quantistica, che sono state soggette a un’intensa verifica sperimentale, non sembra che per quanto riguarda l’economia neoclassica ci sia stata una simile tensione per testare le ipotesi su cui si basa attraverso il loro confronto con la realtà empirica. Il fisico teorico francese Jean-Philippe Bouchaud, esperto anche nello studio dei mercati finanziari, in un editoriale dal titolo L’economia ha bisogno di una rivoluzione scientifica2, pubblicato su «Nature» nel 2008, all’indomani del fallimento della Lehman Brothers, manifestò un’analoga preoccupazione. Dopo aver rilevato come il progresso delle conoscenze in fisica abbia permesso lo straordinario sviluppo tecnologico – dalla conquista della Luna alla diffusione di quei concentrati di scoperte tecnologiche che abbiamo in tasca nella forma di smartphones – cui abbiamo assistito negli ultimi cinquant’anni, si chiedeva: «Qual è allora un successo che sia il fiore all’occhiello dell’economia, oltre alla sua ricorrente incapacità di prevedere e prevenire le crisi?». I ilhuica tlamatilizmatini maya sapevano prevedere le stagioni, ma i sacerdoti-economisti moderni sono davvero capaci di interpretare i comportamenti e i movimenti degli uomini, dei mercati, delle economie, degli Stati, e di prevederne il futuro? L’opinione pubblica, i cittadini, i politici, per perseguire il benessere particolare e, soprattutto, quello generale, possono davvero fidarsi dei consigli e delle previsioni dei sacerdoti-economisti?

(DISCALIMER qui parlo di economisti, ma il riferimento dovrebbe essere chiaro agli “economisti” marginalisti/neoliberisti/neoclassici)