Cose dall'Altro Mondo

Pubblicato il 14 maggio 2016 | di Francesco Bonicelli

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Il cane di Dubcek

Voi non avete fermato il vento,

gli avete solo fatto perdere tempo.

F. De André (1973)

 di Francesco Bonicelli

Penso che gli umani avrebbero molto da imparare dai cani, ma tranne Diogene di Sinope (quello là che viveva in una botte, ad Atene, e cercava l’uomo con una lanterna) e la mia padrona, ho l’impressione che in pochi se ne siano accorti. Dall’altra parte va detto però che, nella mia lunga vita (vent’anni per noi cani sono un bel traguardo), ho avuto modo di vedere la più atroce crudeltà fra gli uomini, ma anche bontà, tanto rara eppure tanto limpida da rischiarare il bilancio complessivo della storia del genere umano.

Il buono è timidissimo coniglio che schiva il potere. Ah se le leggi le facesse chi non ha potere e non ne vuole avere… si dice che uno scrittore teatrale, che ora si trova in prigione, un uomo baffuto e con l’erre moscia dei timidi, un certo Vaclav Havel, abbia scritto qualcosa di clandestino proprio su questo tema: “Il potere dei senza potere”. Chissà che ci possa essere un futuro nel quale anche uno scrittore possa essere presidente della repubblica? Noi cani non sappiamo leggere perché non ne abbiamo bisogno, ma gli uomini senza lettura sono come una scimmia con un mitra in mano, un cinghiale laureato in marketing. Penso che gli scrittori liberi (non gli “ingegneri dell’anima”) siano come la coscienza di un popolo, gli anticorpi al virus del fanatismo e del totalitarismo, contro il quale i singoli individui, risvegliati nella loro verità e nella loro libertà, diventano come una pacifica valanga che si ingrossa e travolge le dittature, riportando l’uomo all’uomo, in grado di vivere senza distruggere sé stesso, il pianeta e le altre speci.

Mi sono accorto che la bontà è timida e nascosta, come la mia padrona dagli occhi di bosco, la quale non sa di essere bella da mozzare il fiato, è molto giovane, sono assuefatto all’odore che emana e alla sua voce. Ritengo che presto troverà un altro essere umano che non se la farà scappare. Spero ardentemente che possa essere qualcuno che ogni tanto mi butti qualche fettina di salame. Adoro il salame, ma la mia padrona mi tiene a dieta, per conservarmi in buona salute e gliene sono grato, perché davanti al cibo non riesco a controllarmi, potrei mangiare montagne di salsicce.

Da parte mia sono fatalista e so anche che la vita non basta mai, a nessun essere vivente, però prima o poi, in salute o no, me ne dovrò andare. Sono ancora di bocca buona e godo di ottima salute, per il momento, un vecchietto arzillo insomma. Vi posso dire, senza timore di essere smentito, che ai giardini faccio ancora sognare tante cagnoline. I maschi mi temono, come un principe, anche i giovani bulli più grandi e grossi di me girano alla larga. Lascio diversi messaggini olfattivi, che per noi sono come lettere o persino poesie d’amore alle cagnoline dei dintorni, le quali, annusandoli, sospirano piene d’ardore.

Non sono aggressivo se non con i prepotenti. Non sopporto la mancanza di cavalleria e la sopraffazione dei più forti. Chi rifiuta il pensiero e schiaccia altri esseri viventi, accettando gli ordini dei vigliacchi che stanno sopra di lui e pensano al suo posto.

Anche noi cani dei giardini di Dubravka (quartiere di Bratislava), abbiamo avuto il nostro Sessantotto. In quella primavera potemmo finalmente attraversare liberamente il confine con l’Austria, senza essere sparati (come centinaia di persone e cani prima, buttandosi a nuoto nella Morava). Passammo il Danubio, attraversammo Petržalka, accanto ai bunker che avevano resistito ai tedeschi, a sconosciute fosse comuni che solo noi cani sappiamo dove sono, e correndo per i campi arrivammo fino a Kittsee. Eravamo a un passo da Vienna, eppure quel mondo ci appariva così lontano. Pensavamo alla fortuna degli uccelli che abitano il cielo ed infischiandosene della cattiveria terrestre, durante guerre e repressioni, continuano a viaggiare da una parte all’altra e a fare i nidi anche fra le macerie.

In Austria ci offrirono dei wurstel e conoscemmo alcuni cani austriaci che furono molto curiosi nell’annusarci, sorpresi e un po’ sospetti.

Quell’anno io stesso ho guidato un gruppo di cani altruisti e civisti, contro i cani che volevano reprimere le nostre libertà invadendo il nostro giardino, provenivano da quartieri lontani, a Est di Bratislava. Noi sapevamo che ce n’era per tutti, non volevamo rubare niente a loro, volevamo solo continuare a passeggiare nel nostro parco. Alcuni di noi persero un orecchio, la coda. Ormai i compagni di allora sono tutti morti, alcuni caddero in battaglia, altri stirati dai cingoli dei carri armati. Abbaio ancora per tutti loro e, quando ricevo qualcosa di buono o delle grattine dietro alle orecchie, penso a loro come se potessimo condividere tutto, come allora, quando correvamo dietro ai gatti e ci infangavamo nelle pozzanghere.

Sono nato ungherese e infangato, nella Slovacchia meridionale, sono un cane di campagna cresciuto rubando uova alle galline e scappando dai galli, la rudezza della vita rurale mi ha fatto più forte. Quando entravo di nascosto in casa per rubare qualcosina, uscivo strisciando, rapido come una biscia, fuggendo dalla voce minacciosa dei miei vecchi padroni di allora, i nonni della mia attuale padrona, molto buoni anche se un po’ severi con me. Sono sempre stato un po’ ribelle. Per fortuna non sono nato nel nord, dove un mio collega mi ha raccontato che i “compagni” facevano battute di caccia al cane, in assenza di altra carne, lo narra anche, in un suo racconto censurato, il grande scrittore ceco Bohumil Hrabal.

In città sono diventato un cane viziato. Mi fanno una doccia alla settimana, mi spazzolano, ho imparato anche a lavarmi da me, come un gatto, mi hanno dato un nome: Laky, mi dicono che sono io quello lì nello specchio. Abbaio ogni volta che avverto la pur minima minaccia dietro la porta, sul pianerottolo. Uso l’ascensore, viaggio in tram, mangio molto bene.

Faccio la guardia e aspetto la mia padrona accanto alla porta, la scorto ovunque. Questo è il mio passatempo, che svolgo con gran devozione. Per il resto noi cani sappiamo bene che l’unico dovere è vivere ed essere felici, tutto il resto che facciamo è un dono per rendere felici coloro che ci amano e ci nutrono.

Mi dicono tutti che assomiglio a un orsetto, sono bianco, di taglia medio-piccola, il mio pelo è molto lungo e morbido, lo lascio dappertutto, così che tutti si ricordino di Laky. Trovano miei peli ovunque, nei vestiti, dopo essere stati un po’ con me. Per anni i miei peli resistono a diverse lavatrici, come le idee buone resistono a tutta la superficialità e ai lavaggi del cervello.

Abbaiammo, nell’agosto del 1968, quando arrivarono i repressori del Patto di Varsavia, in testa il generale polacco Wojciech Jaruzelski, in seguito anche detto “Pinochetski”, destinato poi a diventare un “uomo di pace” (che porta sempre gli occhiali scuri, per l’effetto dei raggi acciecanti riflessi sulla neve siberiana nel gulag dov’è diventato grande), alcuni di loro erano stati torturati e imprigionati anni prima, eppure erano tornati ancora più fortificati nelle loro oscure convinzioni malefiche.

Le armate dei “paesi fratelli” erano state chiamate da vigliacchi che disonorarono l’idea del socialismo, trasformandolo quasi in una seconda “soluzione finale”, tanto simile all’espressione “socialismo reale”, coniata da Ulbricht. Uno dei codardi era Vasil Bil’ak, eminenza grigia del partito comunista cecoslovacco, al quale hanno ancora fatto una targa commemorativa a Svidnik (Slovacchia).

Abbaiammo ma quasi nessuno ci ascoltò, la nostra voce diventò sempre più debole. Non furono accettati volentieri i rifugiati cecoslovacchi all’estero, molti occidentali credettero alle campagne di diffamazione dei servizi segreti. I paesi dell’Europa occidentale e gli Stati Uniti continuarono a finanziare il lungo coma dell’URSS e dei paesi socialisti europei. Fecero molti affari con Gustav Husak e gli altri “normalizzatori” nei diversi paesi. C’era bisogno di costruire un impero del male e impedire al socialismo di mostrare il suo volto umano, per giustificare la repressione e il controllo delle menti anche nei paesi che avrebbero dovuto essere liberali e democratici. C’era il bisogno commerciale e politico dello scontro ideologico e di ideologizzare tutto, quasi di raccogliere l’eredità del nazismo.

Molti umani mi amano e penso mi trovino gradevole. Personalmente invece non amo proprio tutti e faccio fatica a capire cosa passi per la testa di molti uomini, così come fatico a intuire cosa pensino i gatti. Ci sono però taluni rappresentanti del genere umano, come la mia ricciuta e castana padroncina, con i quali mi intendo molto bene. Facciamo lunghe passeggiate insieme, la mia padrona ed io, anche fino al castello o alla collina di Slavin, al cimitero dei “liberatori”. L’odore dei fiori delle solenni corone posate dai politici mi stimola sempre un’irresistibile voglia di pisciare.

Lungo il percorso seguo le orme del nostro illustre vicino di casa, innominabile per gli uomini, il secondo essere umano con il quale posso dire di sentirmi in piena sintonìa. Non mi conosce, ma io conosco lui.

Sono nato nel 1967, quando lui ad ottobre coronava la battaglia, intrapresa insieme ai suoi amici, contro il vecchio Antonin Novotny, succeduto anni prima a Gottwald e a Zapotocky, alla guida del partito e dello stato. Erano i sicofanti che avevano imposto il monopartitismo, importando il modello stalinista e costruendo uno stato “socialista”, nel febbraio del 1948, fondato sul classismo, il razzismo, i privilegi, gli abusi, la violenza, i furti e le delazioni.

Contro tutto ciò il nostro vicino di casa, Alexander Dubcek, che il regime aveva poi trasformato in una “non-persona”, quatto quatto era arrivato fino al vertice del partito, mosso dal socialismo romantico, utopista e umanista dei suoi genitori e dei suoi nonni. Probabilmente i suoi familiari avevano cercato di dissuaderlo: farai una brutta fine o nessuno ti ascolterà, guarda cosa è successo a Nagy Imre, in Ungheria, nel 1956.

Lui era andato avanti. Me lo ricordo alla televisione, lui ed i suoi giovani amici fedeli, Černik, il nuovo primo ministro, Smrkovsky, il presidente della camera e portavoce dei riformisti, l’economista Šik, il nuovo segretario del partito e scrittore Mlynař, i giornalisti Tigrid, Mňačko e Novomesky, il filosofo Richta, gli storici Laluha e Jaroš, Hendrych, l’anziano ma giovane nuovo presidente della repubblica, Svoboda, il cui cognome era di sicuro un buon auspicio, significando “libertà”.

Ognuno si sentì uno di loro, anch’io mi sentii uno di loro. Credevamo nella libertà di pensiero, d’informazione e di espressione, che significa soprattutto libertà di chi la pensa diversamente, credevamo nell’autogestione, nel libero associazionismo, nella riduzione dello Stato e in un governo più vicino e multicentrico, nella responsabilizzazione civile, volevamo vivere nella verità. In realtà noi cani viviamo già spontaneamente e naturalmente secondo questi principi.

Qualcuno volle invece interrompere tutto ciò, tutta quella condivisione di ideali, quell’esplosione di buone energie. Qualcuno si arrogò il diritto di decidere le sorti e fare il “bene” della Cecoslovacchia e somministrarci un amaro veleno. Travolsero la nostra gioventù come un bulldozer, come tanti carri armati, anzi. Anch’io ero un giovane allora, ero poco più che un cucciolo, come la mia padrona, mi avevano appena portato in città. Gli studenti, stufi di studiare a memoria principi di fratellanza costantemente e puntualmente traditi dai loro capi, protestavano, offrivano con coraggio il petto agli invasori. Tutti parlarono di Praga, ma anche a Bratislava e in tutte le altre città ci furono gli stessi scontri e le stesse proteste pacifiche, crudelmente represse nel sangue. Quella sì fu una primavera. I soldati russi non avevano neanche idea di dove si trovassero e si insinuavano in ogni angolo del paese.

Due studenti di filosofia praghesi si diedero fuoco per protesta. La Pravda scrisse che lo avevano fatto per finta, ma morirono per davvero. Anche il loro professore, il “Socrate praghese”, Jan Patočka, morì sotto tortura qualche anno dopo, essendo fra i fondatori di Charta 77, il movimento per i diritti umani.

Il nostro timido vicino di casa, Dubcek, con il suo disarmante e dolce sorriso, quasi femmineo, aveva in realtà sfoderato un coraggio da leoni.

In quei primi giorni del 1969, quando Jan Palach, il primo a darsi fuoco, moriva nel reparto grandi ustioni di Praga, soccorso in notevole ritardo, Dubcek era prostrato, ricoverato in una stanza dello stesso ospedale, in mezzo a tanti ragazzi contusi e in fin di vita. Alla fine il suo fisico, non aveva più retto ed era crollato.

Aveva incontrato i russi, tutti schierati come una terribile, kafkiana, “commissione d’esame”, simile a un plotone d’esecuzione, sul confine orientale, a Cierna nad Tisou. Era stato teso in una trappola per spaventarlo e screditarlo agli occhi dell’opinione pubblica, ormai libera. Egli era andato pieno di fiducia nell’umanità, persino in quella dei suoi avversari. Nel frattempo i carri armati e le divisioni dei “paesi fratelli”, penetravano il paese e violentavano la sua appena riconquistata fragile libertà. Era stato come tenere in mano un uovo, ma quanti stranieri erano accorsi, all’apertura dei confini, a vedere cosa succedeva a Praga! La Cecoslovacchia stava diventando un esempio per il mondo intero, non solo per i paesi socialisti, ma per tutti gli oppressi, una sorta di neo-cristianesimo. Era la patria degli eretici seguaci di Jan Hus e di Comenio, il fondatore della pedagogia moderna.

Consapevoli di ciò, Dubcek e i suoi amici non erano tornati con la coda fra le gambe, avevano continuato a proclamare la verità, ad appellarsi al sostegno di tutti gli uomini di buona volontà, affinchè il movimento di riforma continuasse. Da Kronštadt in poi, i sovietici non avevano fatto altro che prendere a cannonate ogni tentativo di interpretare autenticamente il messaggio libertario di Marx.

Secondo i dubčekiani si poteva credere in un paese ed in un mondo migliori, in un umanesimo nuovo, concepito dall’uomo per l’uomo, tutti gli uomini per tutti gli uomini, uno per tutti, tutti per uno.

Solo chi prova il sentimento della paura può trovare in sé il coraggio. Chissà che paura dovevano aver avuto davanti a quei generali russi che si erano intesi tanto bene con i fascisti e i nazisti poco più che due decenni prima, dal 1939 al 1941. Il compagno Husak, impettito, aspettava che l’Unione Sovietica si annettesse la Slovacchia.

Il nostro vicino, Alexander Dubcek, è l’uomo dal volto più umano che conosca. È invecchiato ed imbiancato da allora, ma il suo volto, il suo sorriso, i suoi occhi stretti, non sono cambiati. Abbaio sempre in segno di rispetto quando lo incontriamo. Nessuno fra gli uomini può farlo, ma quei brutti tipi nelle auto bianche e gialle non possono capire il linguaggio dei cani.

Le persone che invece gli dimostrano stima, simpatia o lo salutano, magari in tram, sono stati seguiti dagli agenti e minacciati, qualcuno è stato spostato o ha perso il lavoro. Quei brutti tipi del governo lo seguono dappertutto, non lo perdono mai di vista, impediscono che chiunque lo avvicini o vada a fargli visita. Gli elettrodomestici e i muri in casa sua sono pieni di cimici e i vicini hanno dovuto far finta di niente, se hanno visto qualcosa. Sua moglie, lo avvertono anche le mie celluline olfattive, è molto malata al fegato e il governo non le ha permesso di curarsi. Quelle rarissime volte che Dubcek riesce ad incontrare un amico, riesce ad accordarsi telefonicamente, usando parole in codice. Vanno a fare un bagno al lago, a Čunovo o a Senec. Solo nuotando riescono a parlare liberamente, gli agenti devono seguirli in barca a remi e si stancano presto.

Dubcek è stato espulso a vita da ogni sorta di associazione, persino da quella della caccia. Tutta la sua posta è intercettata. Non può ricevere posta.

Cosa potrebbe fare, domando, dopo quasi vent’anni, più che resistere dignitosamente, sopravvivere, sorridere? Quale eroismo maggiore? Cosa crede il resto del mondo, in poltrona, che un “dissidente” dovrebbe fare o essere, cosa si aspettano di più?

Ogni mattina va al lavoro, a Krasňany, a nord di Bratislava, fa il meccanico per il corpo forestale e gli agenti si accertano che rimanga sempre inchiodato in officina. Lo seguono da casa al lavoro e da lì a casa. Alcuni suoi amici sono scomparsi o sono stati costretti a trasferirsi.

Lui conosce bene i suoi persecutori, o meglio, gli agenti dei suoi persecutori. Uno sale in tram con lui, gli altri lo seguono in auto e poi rimangono sempre nella via. Eppure egli sorride fra sé, non possono rubargli la sua libertà interiore, non li odia, sa che l’odio rende schiavi, che l’odio, cieco e opportunistico, è il nutrimento dei regimi totalitari, asfissiati nella completa assenza di fiducia e libero pensiero.

Egli ama, ama i suoi figli, i suoi nipotini, sua moglie Anna, l’unica che possa davvero entrare nella sua perfetta solitudine, e i suoi fiori. Ha una notevole passione per i fiori (e i libri), come molti uomini buoni. Ogni giorno porta fiori freschi e cura il suo giardino. Anch’io amo i fiori e amo cacciare le api e le vespe che volano intorno, anche se poi mi pungono la lingua e piango.

Dubcek ha ricevuto da sua madre l’amore per i fiori. Il padre era un falegname, era stato operaio a Chicago, in una fabbrica di strumenti musicali. Per un pelo il nostro Alexander Dubcek non era nato negli Stati Uniti. Però è stato concepito su un transatlantico diretto a Genova.

È nato nella scuola protestante di Uhrovec, me lo ha detto un cane randagio di là, come l’eroe nazionale slovacco, Ludovit’ Štur, il nostro Garibaldi. È cresciuto nel lontano Kirgizistan, dove i suoi ingenui e romantici genitori, presi in giro da interessati mascalzoni, si erano diretti, lasciando tutto in Slovacchia, per andare a costruire l’utopia. Avevano trovato solo miseria, xenofobia e le purghe staliniane.

Mi piace ascoltare le persone quando sognano. Quando Dubcek ha degli incubi e si sveglia di soprassalto nel cuore della notte, di solito rivede gli scheletrici bambini ucraini, figli di “Kulaki”, deportati in Kirgizistan. O suo padre, imprigionato a Nitra dai fascisti, torturato fino alla morte.

È un falso mito che in assoluto il giusto dorma sempre sonni tranquilli!

Però Dubcek sa che i mostri possono essere sconfitti, si stringe alla moglie e si riaddormenta, dopo aver bevuto un sorso d’acqua.

Che i mostri possano essere sconfitti lo sa anche il vescovo Korec, costretto dal regime a fare lo spazzino, lo si può incontrare che pulisce le strade di Bratislava. Lo sa anche padre Srholec, senzatetto di professione, ai lavori forzati, per aver dato ospitalità e cibo ai barboni.

Quando la mia padrona ha bisogno di libertà sente il mare nel vento, lei che il mare non lo ha ancora visto. Anche lei è uno di quegli esseri umani che non rinuncia a sognare. La vita è sogno, confluenza di sogni, deve essere sognata.

I miei sogni sono piccoli, perché come cane so che la vita è semplice. Sogno una salsiccia, una caccia al piccione, qualche volta sogno di volare per prendere i piccioni e inseguire gli aquiloni.

Ogni sera Dubcek cura le piante sul suo balcone. Ha anche dell’alloro, del timo, del rosmarino, della salvia, del basilico. Sua moglie prepara degli arrosti che mi fanno venire l’acquolina in bocca. Quand’ero piccolo pensavo più spesso a come dovesse essere il paradiso (anche noi cani pensiamo a queste cose), sarà che da giovane avevo più fantasia, forse, ma oggi, quando ci penso, il paradiso me lo immagino sempre più simile ad un succulento arrosto. Qui non si mangia certo arrosto tutti i giorni.

Alla sera, quando tutti gli altri dormono, Dubcek esce sul terrazzo e guardando la luna fra le nuvole, sospira pensoso, mordendo una mela. Si appoggia al davanzale. Il giorno è fatto per le parole inutili, la notte, nell’ora in cui anche le lancette dell’orologio si baciano, è fatta per riconciliarsi con il mondo.

Ripenserà alla giovinezza con sua moglie, a qualche ricordo dell’infanzia, a quando i suoi figli erano ancora bambini e lui non era ancora un aparatčik molto importante. Personalmente amo l’odore dei bambini e dei cuccioli, è l’odore che mi sembra più prossimo a quello della pura e semplice felicità di vivere.

Forse di tanto in tanto ripensa anche a Vysočany, a quel capannone nella periferia industriale di Praga, dove all’ultimo, poco prima di subire l’invasione, si riunì per la prima ed ultima volta il congresso tutto rinnovato del partito, pieno di facce nuove, giovani, sconosciute.

Ad aprile, nel 1968, una nuova stagione si era aperta, una primavera che avrebbe finalmente cancellato le classi, chiuso con il passato, avrebbe liquidato le mummie di partito, liberato la cultura, la musica, condiviso i mezzi di produzione, introdotto la libertà d’iniziativa, democratizzato i consigli di fabbrica, coinvolgendo ciascuno nel nuovo corso, facendo sentire ognuno importante e fondamentale, con le sue capacità e inclinazioni.

Il partito avrebbe accompagnato il nuovo corso come il buon maestro che sa quando mettersi da parte. Non avrebbe più imposto ricette, non avrebbe più accettato diktat da Mosca, né da nessun altro. Ogni libera associazione di uomini e donne avrebbe scoperto la propria ricetta strada facendo. Ognuno si sarebbe sentito partecipe e responsabile del progresso e avrebbe fatto la sua parte, con la sua propria libertà e creatività, sentendosi finalmente gratificato, mentre i “grandi sacerdoti” del comunismo si riunivano a Dresda, evitando di invitare Dubcek, scervellandosi per trovare squallide e patetiche giustificazioni al loro grigio sistema.

Erano state ritirate le accuse e le condanne contro Kundera, Klima e Vaculik, e contro tanti altri che per le loro idee erano stati perseguitati dai “crociati” della rivoluzione. A maggio era stato finalmente il vecchio Novotny, l’amico di Stalin, a doversene andare dal partito. Non ci si chiamava più “compagni”, ma anche amici, in un clima di risorta fiducia. Lo sviluppo avrebbe finalmente donato a tutti i suoi frutti, abolendo il capitalismo di stato. Alla radio, alla televisione, nelle scuole, nelle università, nei caffè, nelle piazze, sui giornali, ora indipendenti, si discuteva liberamente e si parlava anche degli errori e dei crimini del passato.

Venivano formate commissioni indipendenti per indagare e fare luce sulle ombre del comunismo, sul comportamento dei sovietici in guerra, come sui processi politici, sul processo a Rudolf Slansky, le deportazioni, le uccisioni di Jan Masaryk e dei democratici e dei liberali. Perché, da quello che mi hanno raccontato alcuni cani anziani, tanti anni fa (che a loro volta avevano appreso queste cose da altri cani più anziani di loro e così via), Marx, del cui nome tanti si sono indegnamente riempiti la bocca, mai aveva parlato di ricette uniche e unilaterali, da imporre contro la volontà delle persone, mai aveva parlato di dividere la miseria. Piuttosto, il barbuto, ebreo e ateo (che più del comunismo aveva amato le poesie romantiche), aveva ritenuto che il proletariato dovesse liberarsi e liberare le altre classi aprendo loro gli occhi, liquidando la vecchia società schiava delle sovrastrutture e dei sensi di colpa, nonché dell’egoismo, ma non senza che ognuno, in un contesto di sviluppo e benessere raggiunti, volesse consapevolmente liberarsi. Sappiamo che ognuno ha i suoi ritmi e travolgendo i ritmi umani i regimi socialisti non hanno fatto altro che imporre classi e ranghi ancora più rigidi, pregiudizi e superstizioni ancora più terribili.

Ognuno ha i suoi ritmi, molti se lo dimenticano, anche quando pretendono da noi cani quello che non vorremmo essere o fare, vestendoci, legandoci, amputandoci, ingabbiandoci, incatenandoci. Tutto fatto in nome del nostro “bene”, dicono. Siamo pur sempre animali, come anche gli uomini dovrebbero ricordarsi di essere; ci piace e abbiamo il diritto di abbaiare, correre, sporcarci, tenerci il nostro pelo, le nostre orecchie, le nostre code, non essere trattati come pupazzi per gratificare l’ego dei nostri padroni. Ci piace annusarci, annusare, assaggiare la cacca, mangiare la spazzatura. E allora? Non ci piace imparare a urli, minacce o botte. Così come non piace agli uomini, eppure alcuni uomini continuano imperterriti a trattare altri uomini come “cani”, perché è proprio così che si suol dire, vero?

Per fortuna io sono sempre stato un cane amato dai miei padroni.

“Nessuno dovrebbe avere un programma preventivo e dettagliato, ma comporlo lungo la via”, aveva detto Dubcek al plenum di aprile, del 1968. Fummo entusiasti, anch’io ebbi doppia razione di cibo quel giorno. Da allora tutti i documenti del partito, gli ordini del giorno e i verbali delle riunioni erano diventati pubblici.

L’importante è navigare, anche senza capire tutto, l’importante è sentire sempre la vertigine del viaggio durante il percorso, anche se ne conserveremo una visione confusa. Ognuno deve scoprire dentro di sé un indirizzo, ascoltarsi profondamente, ascoltare gli altri e rincorrere l’orizzonte, tenendo a mente che tutto il tempo e l’infinito spazio coincidono in un unico punto, dentro di noi. Invece molti cani, come molti uomini, trascorrono la vita intera a mordersi la coda, mi passerete la metafora. Da parte mia, ormai percepisco solo un eterno presente.

“Ognuno deve sapere che si conta su di lui, abbiamo bisogno di tutti voi, ho ricevuto le vostre lettere, le vostre cartoline, i vostri biglietti e ho cercato di immaginarmi i vivi volti di tutti voi, ecco questo era quanto volevo dirvi”.

Era il 18 luglio 1968, presagendo quello che sarebbe accaduto, Dubcek, preoccupato, si rivolgeva al popolo che seguiva l’evolvere degli eventi, incollato alla radio o alla tv, nelle abitazioni, nei luoghi di lavoro, nelle birrerie o dal droghiere, ognuno ascoltava un uomo umile e pieno di fiducia nel prossimo, chiedere sostegno e amicizia, nella dura prova che sarebbe arrivata.

I sovietici gli soffiavano già sul collo, Brežnev non era stato tenero al telefono. Inebriati da una serena e sublime incoscienza avevamo perseverato, malgrado le minacce, sulla via intrapresa. Il mondo a volte va avanti grazie agli incoscienti.

Lo scrive anche Karel Hynek Macha: il popolo cecoslovacco è un popolo ospitale, chiunque trovi un cecoslovacco troverà un amico. Eppure quante volte siamo stati bastonati.

Com’è bella la mia padrona, quando dorme e sogna, sembra una bambola, respira così tranquillamente, coi capelli scompigliati sul cuscino, le labbra leggermente dischiuse. Sul suo petto giace aperto all’ingiù un libro, caduto per il sonno. Si tratta del portoghese Camoes, lei sogna i mari lontani, pensa e ripensa, anche da sveglia, a quel ragazzo che nei sogni, la abbraccia e la bacia teneramente, sulla riva del mare, sotto un cielo grigio e ventoso, la tiene stretta e la riscalda. Quello dev’essere per lei il paradiso, sono certo che un giorno lo troverà.

Amo annusare i sogni degli esseri umani.

Penso che anche lui desideri qualche volta andare al mare, perdersi davanti all’infinita distesa. Per questo il mare ci interroga, come l’infinita pianura vuota, il bene è nel cuore di tutti, non tutti purtroppo sono liberi di ascoltarlo.

Quando noi cani ci incontriamo in libera assemblea abbaiamo democraticamente e condividiamo i nostri tesori e le nostre ricerche. Scegliamo liberamente i nostri destini e per il bene sappiamo unirli quando serve. Ci amiamo, ci annusiamo e ci incrociamo, senza denigrazione. Ognuno percorre la sua strada e qualche volta queste strade si incontrano, ci confrontiamo, ma non vogliamo annullarci a vicenda.

Qualche volta Dubcek legge un libro sul balcone, con i suoi grandi spessi occhiali da vista. Legge Čapek, come suo nonno, quando mangiavano carpa fritta e pane sul fiume, contemplando le anatre e i cigni, al tramonto, dopo una giornata di caccia o di pesca. Suo nonno gli diceva che la biblioteca di famiglia è l’anima della casa.

Karel Čapek ha scritto racconti e articoli, sul giardinaggio, sui cani, ha inventato la parola robot e scritto il primo codice di etica robotica. Ha scritto un romanzo su una guerra fra uomini e salamandre evolute e impazzite, un’abile metafora dei nazisti. Qualche volta Dubcek legge anche poesie d’amore alla moglie. Poesie di un certo Pablo Neruda, un comunista cileno che i “compagni” volevano proibire. Ha preso il suo pseudonimo da uno scrittore praghese, Jan Neruda.

Quando vengono a trovarlo i suoi nipotini gioca con loro a nascondino, disegna con loro, li prende in spalle, fa loro il solletico, inventano filastrocche. Quando la casa si svuota e rimangono soli, lui e la moglie, mettono su un vecchio disco di walzer e ballano un po’ impacciati, ma ancora tanto innamorati. Chissà se quella donna si sarebbe mai immaginata, da giovane, che avrebbe comportato tanti sacrifici amare e restare accanto a quel ragazzo dal volto sorridente e sincero. Era un timido operaio della Škoda, non aitante, dagli spessi occhiali, la fronte ampia, il naso un po’ lungo e le grandi mani protettive e sicure, quel ragazzo che parlava molte lingue, iscritto all’associazione esperantista, che conosceva gli autori d’oltreoceano ed era stato partigiano, quando i sovietici avevano temporeggiato al di là del confine, aspettando che i tedeschi reprimessero gli insorti. Chissà se la giovane Anna aveva previsto tutto quello che sarebbe successo, quanto sarebbe stato difficile non l’amare quell’uomo così premuroso e generoso, quanto subire e sopportare la crudeltà degli altri; dubito che non lo avrebbe amato lo stesso, sono due che in ogni dettaglio si vede sono destinati l’uno all’altra. Purtroppo è spesso molto più facile essere odiati facendo il bene che compiendo il male.

Non ricordo mia madre, per me la mamma è la mia padrona, anche se in realtà sono più vecchio di lei e siamo praticamente cresciuti insieme. Mia madre dev’essere morta dandomi alla luce. Pur non avendola conosciuta, talvolta ho malinconia di lei, nei momenti in cui penso avrebbe bisogno di me, se ci fosse. Una mamma non andrebbe mai lasciata sola.

Parte di questo sentimento si trasferisce poi su qualcuno di speciale, che per noi diventa tutto. Ciascuno è destinato a questo. Chi non lo trova forse non ha ancora cercato sé stesso. Non lascio mai sola la mia padrona.

Purtroppo non posso comunicare con lei, lei non capisce sempre quando abbaio, benché io capisca le sue parole umane.

Se fossi un uomo potrei amare la mia padrona come nessun altro saprebbe fare, ne sono sicuro. Per quanto ne sia innamorato, però, so di dover rispettare la sua natura, so di non dover essere possessivo e geloso, perché amare significa anche lasciar andare. Quanti commettono stupidaggini per non saper stare soli. Amare è anche un atto di buona volontà, credo, io infatti voglio proteggere la mia padrona, alla quale sono irresolubilmente devoto. Lei è l’amore totalizzante della mia vita. Non so far altro che amarla e voglio morire accanto a lei quando sarà la mia ora.

Dormo accanto a lei e mi alzo più volte per vegliarla, in silenzio. Vorrei salire nel suo letto, ma so che mi è proibito. La contemplo.

Dall’altra parte del muro sento il nostro vicino. Alla sera legge fino a tardi e cura le sue piantine e i suoi fiori.

Conobbi un vecchio cane il cui padre aveva fatto compagnia un intero inverno a un disertore, mentre Šik, Hendrych, anche Novotny, erano a Mauthausen, come il futuro cancelliere dell’Austria Leopold Figl e il cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal, anche russi, polacchi, ungheresi, italiani, greci, norvegesi, a migliaia.

Ebbene, quel disertore, stanco di guerra, si nascondeva per non essere catturato e mandato laggiù o finire a Novaky, il campo di concentramento dello stato fantoccio slovacco, di monsignor Jozef Tiso, il prete responsabile della deportazione di 71 mila ebrei slovacchi.

Si nascondevano ovunque, non mangiavano per giorni, il disertore e il suo cane. Il ragazzo era anche perseguitato dai sensi di colpa, avrebbe potuto andare con i partigiani, degli inglesi e degli americani si erano paracadutati per aiutarli, avrebbe potuto essere come il suo amico, Jozef Gabčik, il quale, con il ceco Jan Kubiš, era stato mandato dallo Special Operations Executive inglese incontro a morte sicura (nel 1942), per uccidere il reichsprotektor, il macellaio Reinhard Heydrich, che sognava di sterminare insieme agli ebrei anche tutti gli slavi che non fossero inclini alla schiavizzazione e che non avessero evidenti caratteristiche germaniche. Non tutti potevano avere il coraggio di quei due. Il disertore pensava a casa sua, alla sua ragazza. Beata la patria che non ha bisogno di eroi. So solo che il cane si sacrificò per salvarlo dalla morte per fame. Non so cosa poi sia stato di lui.

A Bratislava una donna coraggiosa, Gizela Fleischmanova, aiutò molti ebrei a scappare. Poi però presero anche lei. La sua cagnolina color miele era rimasta ad aspettarla, vicino alla stazione, dove l’aveva vista salire sul treno con tanti altri, lo stesso treno sul quale, prima, trasportavano agnelli, vitelli e maiali ai mattatoi in Austria o in Polonia. Molti cuccioli quell’anno furono annegati, buttati via, bruciati.

I nazisti avevano sperato di mettere le mani anche sullo scrittore Čapek (anche se non leggo ascolto la mente degli uomini quando leggono e ho una discreta memoria), uno scrittore tanto schivo da aver rifiutato ogni onore, in vita, che aveva previsto la dittatura delle macchine, aveva odiato, ricambiato, ogni forma di fanatismo. Era profondamente scettico, ma profondamente innamorato della sua giovanissima attrice, del suo cane, del mondo, della Cecoslovacchia. Nella preghiera, scritta una notte d’ottobre del 1938, osservava che le potenze potevano anche vendere la Cecoslovacchia (insieme alla loro dignità) alla Germania nazista e alla Polonia e all’Ungheria, senza che nessuno alzasse un dito, ma lo spirito e l’onore cecoslovacchi sarebbero sopravvissuti e infine risorti, perché il male non può durare per sempre. Quando i tedeschi arrivarono a casa sua, in Mala Strana, a Praga, accanto alla Moldava che placida scorreva come sempre, avevano trovato solo il suo corpo, il suo spirito era già volato via e sarebbe aleggiato per gli anni a venire sulla sua povera patria. La sua cagna color notte era rimasta a vegliarlo, morto di crepacuore, fino a quando le forze non l’avevano abbandonata.

Egli era come noi cani, un vero cittadino del mondo, come il suo amico Jan Masaryk, figlio del fondatore della Cecoslovacchia, che un mio anziano conoscente vide far finta di avere il braccio destro rotto per non stringere la mano ai russi, a Košice. Lo avevano sfruttato come ministro degli Esteri per usare le sue conoscenze (era stato ambasciatore a Londra) per legare buone relazioni con il resto del mondo. Poi nel 1948 lo avevano ricambiato con una iniezione letale, visto che non ne voleva sapere di dimettersi per lasciare che i “compagni” mettessero le mani su tutti i ministeri. Anzi, si era “suicidato”, buttandosi dalla finestra del suo bagno ed era stato così bravo da tornare anche a chiuderla. Un fiorellino dietro l’orecchio, nella bara aperta, era servito a nascondere il piccolo foro della fiala mortale. Il suo cane era l’unico a sapere la verità ma non poteva parlare. Non volle mai più rientrare in casa, rimase ad aspettarlo davanti alla porta, come se percepisse ancora la sua esistenza in questo mondo.

Edvard Beneš, già premier in esilio, dopo aver acconsentito a depredare ed espellere i cittadini di origine tedesca, magiara, rutena, aveva ceduto il potere assoluto ai comunisti, secondo precedenti accordi segreti fra lui e Stalin.

Il ventisettenne Dubcek, con quella faccia vagamente somigliante a Stan Laurel, iniziava la sua opposizione interna nel partito comunista slovacco. I vertici non si curavano dei suoi vagheggiamenti romantici e utopici, tutti presi nelle loro lotte intestine a colpi di delazioni incrociate, di accuse reciproche di “deviazionismo”, “sionismo”, “titoismo”. Ma la base era subito stata conquistata da quel ragazzo che inaspettatamente e silenziosamente riusciva a scalare il cursus honorum, così, quasi per caso, fino ad arrivare alla segreteria del partito comunista cecoslovacco. Era circondato di buoni amici, in un’epoca in cui l’amicizia, soffocata dal patologico sospetto e dal carrierismo, era merce rara.

Una volta l’ho sentito piangere, per la sua piccola mamma. Anche lei era stata seguita dagli uomini in uniforme. La seguivano ovunque e non la aiutavano nemmeno a portare le borse della spesa. Se n’era andata, facendosi piccola piccola, aggrappandosi al suo cuscino come ad un’ultima certezza, rannicchiata come una bambina nelle sue lenzuola a fiorellini, sotto una coperta blu, magari con la certezza che suo marito la venisse a prendere, glielo avevano arrestato e non lo aveva mai più rivisto. Aveva lasciato una credenza piena di marmellate, conserve e cetriolini, per tutti. Dubcek si era ricordato di quando, con sua madre, andavano nel bosco per funghi e castagne e raccoglievano foglie secche di tutti i colori, ci si immergeva come fosse un mare ed era veramente felice. Era ancora quasi un cucciolo.

Anch’io abbaio e salto dall’incontenibile gioia quando la mia padrona corre con me nelle foglie secche, in autunno, scalciandole in aria e ce le lasciamo piovere addosso. Poi mi lancia qualche ramo spezzato, più me lo lancia lontano più sono contento e corro a riprenderlo. Torno con il pelo tutto arruffato e la lingua fuori, qualche volta non resisto a farmi un bagnetto nell’acqua gelida del canale che attraversa il parco.

Una volta ho incontrato Dubcek, durante una delle mie ricerche, che tornava dalla sua casetta in campagna. Sentivo addosso a lui l’odore di bosco. Quando va in campagna perde la sua aria malinconica. Si è costruito da solo quella casetta. Lontano dagli sguardi cittadini può ancora sbucciarsi un ginocchio arrampicandosi su un albero a raccogliere una pera o una prugna e sbrodolarsi mangiandola. Ha anche le api e qualche vite. Fa l’orto, mette le mani nella terra, va a caccia, sente la felicità essenziale di vivere. Invece gli uomini hanno trovato necessario guastarsi la vita con processi, persecuzioni, interminabili riunioni di partito, maldicenza, carrierismo, violenza, infliggendo paura agli altri. L’uomo si ritiene superiore ma è rimasto “lupo” per sé stesso e per i suoi simili.

Gli agenti lo seguono anche in campagna. Offrirebbe loro un bicchiere di vino, una volta gli ha chiesto se non sarebbe più economico che loro lo portassero dove deve andare o fare un po’ per uno. Loro non hanno senso dell’umorismo, hanno accettato di rinunciare alla propria personalità, riducendo le loro vittime allo status di “non-persone”. Un comune esempio di egoismo umano negativo, che antepone persino alla propria autoconservazione la conservazione di un sistema marcio e la distruzione del “nemico”. Un sano egoismo, forse invece, sarebbe utile, per la conservazione della propria coscienza.

Quando arriva l’inverno, Dubcek spacca la legna e accende la stufa in campagna, in primavera raccoglie rami fioriti, in estate intaglia il legno, fa qualche lavoretto come gli ha insegnato il padre; rimane intere giornate nel bosco, come una piccola quercia fra le querce e gli altri alberi.

Nessuno di chi lo segue e perseguita può entrare nel suo mondo interiore. Inforca gli occhiali e si siede sull’erba, sotto il sole, con le sue vecchie lettere e cartoline, dai suoi sostenitori. Le conserva in due armadi e in un baule, in quella casetta quasi segreta. Gli viene una voglia quasi irrefrenabile di ridere di quegli agenti che lo seguono e non hanno di meglio da fare che rendere la vita impossibile a lui e ai suoi cari, seviziare un intero popolo. Non vinceranno, lo sa. La storia dell’uomo è storia della ricerca della libertà, la tirannia non dura per sempre. Essere liberi significa cercarsi, appartenersi, consegnarsi a chi ci ama, avere uno spazio. La violenza del branco, l’indottrinamento e la propaganda possono far apparire conveniente la schiavitù e il controllo senza protestare. Ma prima o poi l’uomo si risveglia. Noi cani siamo devoti all’idea dell’Uomo e la accompagnamo da migliaia di anni. Oserei dire che conosciamo meglio gli uomini che gli uomini stessi.

Noi abbiamo una forte idea del nostro spazio, pertanto non abbiamo bisogno di confini, recinti, muri, accettiamo chiunque venga in pace e senza prepotenza. Ho quel che mi serve, quello che mi rimane lo lascio agli amici, come loro fanno con me, come la mia padrona fa con me.

Non finisce mai la cena e mi dà quello che avanza. Va sul balcone e dipinge il tramonto. Mi siedo accanto a lei in religioso silenzio e osservo il pennello danzare sulla tela o sul foglio. Amo guardarla all’opera, è il momento della giornata che preferisco.

Un tempo lavorava al ministero degli Esteri, come assistente. Poi l’hanno sospesa ritenendo pericoloso che la vicina di casa di Dubcek potesse avere un qualsiasi ruolo in un ministero. Per questo motivo Dubcek è tanto schivo e non saluta nessuno, per non rovinare anche la vita degli altri.

Era tornata a casa in lacrime e mi aveva abbracciato forte. Avevo cercato di consolarla e confortarla in tutti i modi. Da allora abbiamo entrambi rinunciato a un pasto al giorno, abbiamo dovuto ripensare al nostro bilancio. Quanto alcuni uomini riescono a rendere il mondo complicato e inospitale!

Ora dipinge, dà lezioni di lingue, sicché posso gustare molte parole di molti popoli. Vengono molti ragazzi e ragazze, qualcuno porta qualcosa da mangiare anche a me.

Gli agenti, li annuso da lontano, vengono alla porta a controllare, camuffati da elettricisti o idraulici, sono sempre gli stessi che girano nella zona. Una volta gli ho morso le caviglie e da allora mi temono pur non essendo io un cane spaventoso. So ringhiare come un cane pericoloso, all’occorrenza. Non c’è cattivo più cattivo di un buono quando diventa cattivo.

Un giorno questi giovani esploderanno, l’amore esploderà dappertutto, nessuno permetterà più tutte queste ingiustizie. Ogni cosa sarà perdonata ma si taglierà con il passato e gli uomini di buona volontà usciranno dall’ombra per ricreare tutto. Non hanno fermato il vento, non ci sono riusciti, gli hanno fatto solo perdere tempo.

Oggi compio ventuno anni. Un record per un cane.

Abbiamo saputo che il nostro vicino andrà a Bologna, la più antica università del mondo, a ricevere una laurea honoris causa, che lo stesso governo italiano si è impegnato per consegnargli. Gliela darà Umberto Eco. Incontrerà anche il governo italiano e papa Giovanni Paolo II. Un grande onore nel mondo libero. Finalmente anche a ovest si sono ricordati e accorti di lui, chissà per quanto durerà?… Gorbaciov non ha ancora ammesso che l’invasione della Cecoslovacchia sia stata un gravissimo errore. I “compagni” non vorrebbero lasciare andare Dubcek, perché sanno che tornerà (come quando lo spedirono in Turchia nel 1969, sperando che scappasse, ma lui fece ritorno a Bratislava).

I comunisti occidentali, dopo un primo timido interesse verso Dubcek, si erano subito rimessi sull’attenti con Mosca, malgrado Dubcek avesse detto di aver trovato ispirazione, fra l’altro, nel memoriale di Yalta, di Togliatti. Berlinguer ebbe finalmente il coraggio di disconoscere il modello comunista di Mosca, solo nel 1977, in occasione del sessantesimo della Rivoluzione d’ottobre, e la seconda volta nel 1982, dopo il colpo di stato in Polonia. Ma era morto nel 1984 e nessuno raccolse la sua eredità. In Italia Kundera e gli altri dissidenti venivano ancora tradotti sotto pseudonimo, pena l’essere marginalizzati.

Grazie all’aiuto di un amico italiano, Luciano Antonetti, un comunista eretico, il nostro vicino ha potuto far arrivare la sua replica all’intervista che Der Spiegel ha fatto al gran sacerdote Bil’ak. Ma dico, come fa il mondo libero a prendere per oro colato le diffamanti parole dell’eminenza di un regime tirannico? Dubcek ha anche scritto una lettera di protesta al governo di Praga, tramite alcuni amici di Charta 77, chiedendo che liberino Havel e tutti i dissidenti arrestati. È il sistema che non funziona, non chi ci deve vivere. Non si capisce come mai il mondo libero continui a farci affari per la squallida logica dell’equilibrio o per cattiva coscienza?

Dubcek si alza presto al mattino, prepara la colazione alla moglie, alla quale hanno impedito di lavorare. Tutto il giorno pensa a sua moglie, come un giovane ragazzo innamorato e aspetta di tornare a casa. Quanto fegato le è costato tutta quella situazione, eppure quanto si è dimostrata forte, nonostante la sua fragilità.

Questa sera la mia padrona vuole preparare una torta di buon augurio, al nostro vicino, per il suo viaggio. Speriamo possa andarci e vedere il mare italiano. Da quanti anni è costretto a schivare chiunque quell’uomo. Dev’essere difficile imporsi l’autoisolamento, chiudersi in sé e non farsi mai scoprire. Andremo e lui e sua moglie si commuoveranno, non è più tempo di avere paura. Anche tutti gli altri vicini capiranno, spero, faranno come noi e gli augureranno un buon viaggio, che si faccia carico delle speranze di tutti noi ancora una volta e lo abbracceremo.

Sì, sento che tutto sta per cambiare e morirò sollevato, accanto a chi mi ha nutrito e voluto bene, sapendo che finalmente giungerà una libertà nuova. Buona fortuna, signor Dubcek! Buona fortuna alla mia padrona, soprattutto, la vita la aspetta e sarà una vita libera, l’ho sempre protetta e non l’ho mai abbandonata, fino a quando ha avuto bisogno di me! Finalmente potrò volare dietro ai piccioni, chissà se qualcuno sentirà la mancanza di un cagnolino e mi conserverà nei ricordi? Ho visto molte cose belle e brutte, posso ritenermi fortunato. Gli altri cani sentiranno il mio odore ancora per mesi, forse quando non lo sentiranno più ululeranno almeno una volta alla luna e qualche cagnolina mi penserà con malinconia e forse un giorno voleremo insieme.

Autore Originale del Testo: Francesco Bonicelli



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