Il popolo e la legge

0
135

di Luca Billi  13 aprile 2019

E’ il 406 a.C.: la guerra tra Atene e Sparta che coinvolge tutto il mondo greco – comprese le città siciliane e italiane – dura da più di vent’anni. Il nuovo comandante della flotta spartana, Callicratida, riesce a conquistare la città di Métimna, nella costa settentrionale dell’isola di Lesbo, da dove può facilmente controllare l’Ellesponto e quindi bloccare i rifornimenti di grano, di legname e di metalli diretti ad Atene. La flotta ateniese, guidata da Conone, attestata a Samo, non può far altro che dirigersi verso Lesbo, anche se numericamente inferiore di quella spartana. Callicratida attacca Conone davanti a Mitilene e lo sconfigge. La flotta ateniese, che dopo la battaglia è rimasta con solo trenta triremi, si rifugia nel porto di Mitilene, nella parte occidentale di Lesbo, dove però è assediata sia da terra che dal mare. A fatica Conone riesce a mandare una nave ad Atene per chiedere aiuto.
L’assemblea decide di approvare una serie di misure di emergenza: vengono fuse le statue d’oro per finanziare la costruzione di nuove navi e viene promessa la cittadinanza agli stranieri e agli schiavi che si arruoleranno nella flotta. Grazie a queste decisioni e all’arrivo di navi dalle città alleate, Atene riesce in breve tempo ad allestire una flotta di centocinquanta navi che, con una decisione inusuale e azzardata, vengono affidate al comando di otto strateghi.
Quando Callicratida ha notizia dell’arrivo della flotta nemica, lascia cinquanta triremi ad assediare Conone e con le altre centoventi decide di attaccare le navi ateniesi di fronte all’isole Arginuse, nel tratto di mare tra Lesbo e la terraferma. Lo scontro è molto cruento, ma grazie all’abilità degli strateghi ateniesi che dividono la loro flotta in otto contingenti, è un successo per Atene: la flotta spartana perde settanta navi (contro le venticinque ateniesi affondate) e molti uomini, tra cui lo stesso comandante, che muore durante lo scontro. Conclusa la battaglia gli strateghi devono decidere in fretta cosa fare: bisogna salvare i naufraghi e allo stesso tempo dirigersi a Mitilene per liberare la flotta di Conone, finché le navi spartane sono divise e senza una guida. Decidono allora di lasciare quarantasette navi alle Arginuse, al comando di Teramene e di Trasibulo, per soccorrere i naufraghi, mentre il grosso della flotta, guidata da loro, sarebbe andata a togliere l’assedio a Mitilene. Una violentissima tempesta impedisce però entrambe le operazioni. Le navi spartane riescono a fuggire, ma, quel che è peggio, praticamente tutti i naufraghi muoiono.
E a questo punto lo scenario cambia completamente. Non solo militarmente, ma soprattutto politicamente. I messaggeri che portano ad Atene la notizia della vittoria delle Arginuse fanno scatenare l’entusiasmo in città, ma nei giorni immediatamente successivi, quando si sa che tutti i naufraghi sono morti, il clima muta repentinamente. E comincia una vicenda che mette in crisi, definitivamente, il sistema democratico ateniese, mostrandocene tutti i suoi limiti. E questa storia, su come può funzionare una democrazia, credo potrebbe insegnare qualcosa anche a noi.
Trasibulo e Teramene sono i primi a tornare in città e quindi hanno più tempo e più occasioni di volgere l’opinione pubblica a loro favore. Gli strateghi, capendo che la situazione per loro sta per diventare complicata, scrivono delle lettere, che però non riescono a cambiare lo stato delle cose. L’ecclesia – ossia l’assemblea di tutti i cittadini, il massimo organo legislativo della città – decide di sollevare gli strateghi dal loro incarico, li richiama in città per valutarne la posizione, anche in vista di un possibile, futuro, processo. Due strateghi decidono di non tornare, perché hanno intuito che contro di loro si sta preparando un processo politico dall’esito scontato: ma questo diventa in mano ai loro nemici una sorta di ammissione di colpevolezza, che rende ancora più difficile la difesa dei sei che invece decidono di tornare.
Durante una breve seduta della bulé – il consiglio di cinquecento cittadini scelti attraverso sorteggio, che ha essenzialmente il compito di istruire le pratiche da presentare al voto dell’ecclesia – i sei ex-strateghi – che pure erano stati accolti da tanti loro concittadini con entusiasmo come i vincitori delle Arginuse – vengono incarcerati e, correttamente, si rimanda il giudizio sul loro operato alla decisione dell’ecclesia.
Occorre ricordare che nel sistema giudiziario ateniese non esiste qualcosa di simile alla pubblica accusa, ma sono i cittadini stessi che devono sempre avviare l’azione penale. E infatti un cittadino, ancora prima che si riunisca l’ecclesia, intenta un processo contro uno degli strateghi: anche se l’accusa non riguarda direttamente la condotta durante e successivamente la battaglia, ma un presunto uso illecito di beni pubblici. Chiaramente questo processo serve a verificare l’umore dei cittadini: il fatto che venga condannato fa capire come si sta indirizzando l’opinione pubblica ateniese.
A questo punto si riunisce l’ecclesia in cui i sei strateghi possono finalmente difendersi. E’ lo stesso Teramene che chiede loro conto del motivo per cui i naufraghi sono morti. Gli strateghi spiegano che solo a causa della tempesta non è stato possibile salvarli. Teramene in questa fase è molto abile, perché, grazie al fatto di condurre il dibattito, riesce a nascondere le proprie eventuali responsabilità, scaricandole tutte sugli strateghi. Poi non interverrà più, lascia che altri facciano per lui il lavoro “sporco”, ma evidentemente è colui che tira le fila di quello che succederà nei giorni successivi.
La gestione di questa seduta dell’ecclesia da parte dei pritani, ossia i cinquanta membri della bulé scelti a sorte per presiederla, risente del clima che si respira in città. Agli strateghi è concesso meno tempo per parlare di quello previsto – probabilmente truccando la clessidra che determina il tempo degli interventi – e soprattutto, visto che, grazie a quei loro sensati discorsi e ai testimoni che hanno portato, la maggioranza sembra pronta a scagionare i comandanti, riconoscendo che non potevano fare altro di fronte allo scatenarsi della tempesta (e questo argomento scagiona comunque anche Teramene), i pritani decidono di non mettere subito ai voti la proposta se procedere o meno con il processo, con l’argomento che si sta facendo buio e diventa difficile contare le mani alzate.
Il giorno successivo non si può riconvocare l’ecclesia: ad Atene è un giorno di festa. Si tratta delle Apaturie, una delle feste più antiche della città, in cui si celebrano gli avvenimenti famigliari avvenuti nell’anno passato: nascite, matrimoni, passaggi dall’adolescenza alla maturità. Si tratta in sostanza di feste familiari, in cui ci si ritrova tra parenti, che magari vivono lontani. In un’occasione come questa naturalmente l’assenza degli uomini morti nel naufragio delle Arginuse pesa ancora di più e quindi il favore che inizialmente si è registrato per il comportamento degli strateghi rapidamente scema. E gli uomini di Teramene hanno più tempo per organizzarsi.
Finita la festa, quando la bulé si riunisce per preparare l’ordine del giorno della seduta successiva dell’ecclesia, avviene una grave forzatura istituzionale: l’ecclesia avrebbe dovuto ricominciare da dove era stata interrotta, ma uno dei buleuti, Callisseno, riesce a far passare un ordine del giorno sull’istituzione del processo, come se l’ecclesia si fosse espressa. Non abbiamo un resoconto di quella seduta della bulé, ma probabilmente Callisseno riesce a forzare la mano dei buleuti più riottosi a procedere in quel modo, dicendo che un altro passaggio nell’ecclesia sarebbe stata una perdita di tempo, che ormai è chiaro l’orientamento della maggioranza, che occorre fare in fretta, perché il popolo vuole giustizia. E così passa un ordine del giorno in cui si stabilisce che l’ecclesia dovrà giudicare gli otto strateghi in maniera collettiva e non uno per uno, che la pena in caso di colpevolezza sarebbe stata la morte e che il voto sarebbe avvenuto con il sistema del sasso messo in una delle due urne, una per la colpevolezza e una per l’innocenza. In teoria il voto sarebbe stato segreto, ma se le due urne vengono sistemate un po’ distanti l’una dall’altra, diventa molto facile controllare – e condizionare – il voto.
Quando l’ecclesia si riunisce per approvare o meno quanto deciso dalla bulé, dalle persone riunite si cominciano ad alzare delle voci che chiedono di andare subito al voto. Eurittolemo chiede di parlare contro la proposta di Callisseno, fatta propria dalla bulé. Egli non denuncia l’irregolarità della proposta della bulé, che formalmente non poteva essere neppure presentata, dal momento che nei giorni precedenti non c’era stato un voto dell’ecclesia: probabilmente si rende conto che di fronte alla folla che rumoreggia non è tempo di sollevare una questione procedurale e passa al merito. E’ ingiusto – egli sostiene – votare in blocco, ciascuno degli strateghi deve essere giudicato in maniera individuale e devono esserci le condizioni per garantire che il voto sia davvero segreto. Le parole di Eurittolemo sono accolte rumorosamente da una parte della folla, evidentemente organizzata. Un cittadino propone di estendere l’accusa rivolta agli ex-strateghi anche a chi si oppone alla votazione come decisa dalla bulé, con una chiara intenzione minatoria. Gli uomini di Teramene, dopo aver intimidito, minacciato – e corrotto – i membri della bulé, ormai controllano anche gran parte dell’ecclesia, in cui vengono portate persone vestite di nero, che si fingono parenti dei naufraghi per far crescere la tensione. L’argomento che fa maggior presa è che devono essere i cittadini a giudicare e che occorre fare presto.
Come detto l’ecclesia è presieduta dal collegio dei pritani, al cui interno ogni giorno viene scelto, sempre per sorteggio, un presidente, che – almeno per quel giorno – diventa la massima autorità cittadina. E’ un incarico a cui tutti possono accedere e che può essere svolto una volta sola nel corso della vita. Quel giorno fatidico è Socrate il presidente dell’ecclesia e quando, a seguito delle proteste contrapposte, il collegio dei pritani è chiamato a decidere se mettere al voto la proposta di Callisseno, egli è l’unico che vota contro, perché si tratta di una proposta palesemente illegale. La folla rumoreggia e gli altri quarantanove cedono.
Nonostante il voto negativo di Socrate, le due proposte, quella di Callisseno e quella di Eurittolemo vengono finalmente sottoposte al voto dell’ecclesia, per alzata di mano. E sorprendentemente passa la proposta di Eurittolemo. Un cittadino solleva un’obiezione e chiede il riconteggio. Gli uomini di Teramene questa volta si organizzano meglio. Anche il tempo gioca a loro favore: il processo si svolge in inverno, le giornate sono più corte e chi abita più lontano se ne va, per arrivare a casa prima che faccia buio. Nella seconda votazione, anche grazie al fatto che i pritani contano in maniera più frettolosa, passa la proposta della bulé.
Si sta facendo buio, ma a questo punto bisogna andare avanti, bisogna battere il ferro finché è caldo. L’ecclesia diventa una corte e si vota sulla condanna a morte degli strateghi. Gli uomini di Teramene controllano chi si avvicina alle urne, ma ormai non serve neppure più intimidire chi sta votando: il popolo li vuole colpevoli. I sei uomini vengono condannati e giustiziati.
Per Sparta la sconfitta della battaglia delle Arginuse è stata molto pesante e in città prevale il partito di chi vuole trattare con Atene per mettere fine alla guerra: viene inviata un’ambasceria nella città nemica, offrendo una proposta di pace vantaggiosa per Atene, che prevede sostanzialmente il riconoscimento dello status quonell’Egeo. Cleofonte convince l’assemblea ateniese a rifiutare la pace. Nel 405 a.C. la flotta ateniese subisce una sconfitta durissima davanti alla foce del fiume Egospotami, ancora nell’area dell’Ellesponto. Atene è costretta ad accettare una pace durissima, i cui termini sono definiti da Teramene: le Lunghe mura vengono abbattute, la Lega delio-attica viene sciolta, la flotta viene ridotta a sole dodici triremi e nasce un nuovo regime, quello dei Trenta tiranni, che sancisce l’alleanza con Sparta. Tra gli uomini che nel 399 a.C. sostengono l’accusa contro Socrate ci sarà ancora Trasibulo, l’antico compagno di Teramene alle Arginuse: il conto con il filosofo viene finalmente saldato.
La democrazia ateniese però è finita durante il processo agli strateghi delle Arginuse, quando alla domanda se sia più importante la legge o il popolo, l’assemblea proclama che al di sopra di tutto c’è il popolo.