D’Alema: “non c’è salvezza del progetto europeo senza un radicale cambiamento”

per Gabriella
Autore originale del testo: Massimo D'Alema

Intervento di D’Alema all’Assemblea di Articolo Uno a Bologna all’Assemblea congressuale di Articolo Uno, Bologna, 6/7 aprile 2019 – trascrizione di Giovanna Ponti

Care compagne e cari compagni,

Io credo che, se pure con un certo ritardo di cui Roberto Speranza ha fatto ammenda, questa impresa politica si rimette in movimento, dopo l’avvio difficile, dopo l’esperienza di Liberi e Uguali, dopo la presa d’atto che in quell’esperienza convergevano ipotesi e prospettive diverse e che quindi difficilmente poteva trasformarsi, ancorché lo avessimo promesso, in una formazione politica coerente.

Noi siamo ciò che Roberto Speranza ha testé detto.

Noi siamo una forza ancorchè piccola, che non vuole essere una forza di testimonianza, ma vuole contribuire a costruire in questo Paese una sinistra di governo che torni a vincere, che torni a governare l’ Italia.

D’altro canto, e lo dico con molto rispetto, le elezioni europee da questo punto di vista sono anche un momento di verità: chi si riconosce nella sinistra alternativa si presenta come sinistra alternativa, chi sente di essere o poter diventare verde si presenta con i Verdi, noi siamo parte del socialismo europeo, non possiamo travestirci diversamente.

Ognuno è se stesso, noi facciamo parte di quel riformismo di sinistra  che vive una difficoltà grave e tuttavia è la forza principale della sinistra.

Nello stesso tempo Roberto ha detto che l’opera di ricostruzione alla quale noi vogliamo dare un contributo non è una cosa semplice, ci deve essere in noi la coscienza anche del tempo di un processo che non sarà breve.

Usciamo da una sconfitta i cui confini vanno al di là dei confini del nostro Paese, anche se in Italia ha assunto un carattere particolarmente rovinoso per le regioni che sappiamo. Inutile tornarci, sono piuttosto propenso a guardare al futuro.

Il processo sarà lungo perché bisogna ricostruire un radicamento nella società, la capacità di rappresentanza nei luoghi di lavoro, nel mondo  dei più deboli e quindi tutto questo passa attraverso un grande processo di innovazione. E’ in discussione il paradigma economico, cioè quella cultura liberale temperato da valori solidaristici che è stata la cultura della sinistra e che in modo particolare è stata la cultura fondativa del Partito Democratico, è un paradigma che è entrato in crisi, cioè non ha retto la prova della grande crisi del 2008 che ha spazzato via ogni lettura facilmente ottimistica della globalizzazione. Intorno a quella crisi vi è una rottura, c’è un passaggio di fase e se  noi non vediamo quello che è successo in questi anni rischiamo di annacquare ogni riflessione in una riflessione storica in cui ci sono molte cose vere, ma che non coglie un elemento importante.

Ma non è solo  il paradigma economico che è entrato in crisi: è l’idea della democrazia che entra in crisi, anche per l’impatto delle nuove tecnologie e per il peso delle disuguaglianze sociali. E’ difficile pensare che in un mondo in cui  12   famiglie hanno la stessa ricchezza della metà dell’umanità, ognuno di noi vale uno. E’ l’idea stessa della democrazia, così come è stata costruita in Occidente ad entrare in crisi. Le nuove tecnologie sconvolgono non soltanto le forme democratiche, ma anche le forme tradizionali della politica.

Abbiamo oscillato in questi anni  per la difesa di forme tradizionali, ed io sono fra quelli più legati ad una idea tradizionale, che però tuttavia non reggono all’impatto dell’innovazione e sfociano nella adesione a modelli presidenzialistici, plebiscitari, di partito personale i cui effetti sono stati ben detti.

Dunque siamo davanti alla necessità di una ricostruzione che non è soltanto materiale ma che avrà bisogno di idee nuove e di una nuova generazione che si renda protagonista di questo sforzo.

E’ con questa consapevolezza che bisogna forse guardare  con maggiore distacco alle scadenze politiche immediate, non perché non siano importanti, ma perché vanno viste dentro questo processo.

E’ un impegno politico che richiede tempo.

Le elezioni amministrative sono importanti perché interessano un radicamento nel nostro Paese,  le elezioni europee sono un appuntamento che non può essere mancato. Io apprezzo moltissimo da un punto di vista politico e umano lo sforzo unitario e il grande senso di responsabilità di cui ha dato prova Roberto Speranza, ma ora occorre guardare realisticamente a questo appuntamento: che cosa ci può dare e se sarà possibile un qualche segnale di esistenza in vita del centrosinistra nel nostro Paese, ma soprattutto io credo che l’obiettivo in questo passaggio così difficile è quello di far sì che la forza dei Socialisti Europei rimanga  una forza condizionante del Parlamento europeo, pena il rischio di un arretramento drammatico sui temi dei diritti civili, delle conquiste ambientali eccetera.

Occorre poi che cresca nel campo progressista e socialista  la consapevolezza che non c’è salvezza del progetto europeo senza un radicale cambiamento.

Quindi noi siamo socialisti, ma quelli che nel campo socialista dicono che bisogna cambiare strada, che bisogna mettere in campo una visione coraggiosamente nuova. Questo è l’aspetto interessante del lavoro di Stiglitz che è uscito in modo strano perché i socialisti europei non erano convinti di affidare il coordinamento a lui. Naturalmente non è un lavoro personale, ma un lavoro del gruppo, cui ho partecipato anche io.

Il valore di quel  documento, che è molto importante abbia visto la luce alla fine,  è che lì c’è scritta una cosa nuova. C’è scritto che non basta soltanto cambiare le politiche, lì c’è scritto che è l’architettura dei trattati, e  particolarmente  il patto di stabilità (c’è un capitolo che demolisce il patto di stabilità, da un punto di vista teorico e da un punto di vista di funzionamento pratico), che  vanno cambiati. Questa architettura è stata pensata in un’epoca in cui si credeva  che in Europa il problema principale era contenere l’inflazione invece il problema  è rimettere in movimento la crescita, creare lavoro.

Il documento del PSE è profondamente europeista, ma propone una riforma strutturale dell’Unione europea perché così non funziona.

Ad esempio la Cina ci fa concorrenza, anche perché ha un livello più basso dei diritti del lavoro, però non vorrei che noi avessimo un’idea vecchia. La Cina non è più la parte del mondo che compete con noi con i bassi salari. L’anno scorso la Cina ha superato l’Unione Europea in investimenti, innovazione e ricerca ed è diventata la seconda potenza del mondo. L’Europa è terza, mentre la Cina a metà di questo decennio è previsto che superi gli USA.

Occorre capire questi processi. Come Europa dobbiamo avere un bilancio più robusto, investire nella innovazione, nella ricerca,  superare il patto di stabilità per competere.

Noi siamo europeisti, ma abbiamo questa consapevolezza che è necessario compiere una grande riforma dell’Europa.

Allora noi dobbiamo sostenere un gesto unilaterale, che comunque abbia un minimo di bilateralità, perché c’è bisogno di rendere visibile questa apertura a sinistra. Io vorrei dire a Zingaretti che ciò è indispensabile persino perché sia elettoralmente utile, eh porca miseria! Io non pretendo che il Partito Democratico dica qualche parola sugli errori che ha compiuto in questi anni, perchè pare che siano proibite, non rendendosi conto che se non c’è qualche parola di verità su questi anni si diventa meno credibili agli occhi dei cittadini, e di quegli operai che hanno percepito il jobs act come qualcosa che è andato contro la loro dignità.

Comunque non voglio aprire questa vicenda.

Però un gruppo di candidati, e in questo anche noi dobbiamo fare uno sforzo di individuare persone nuove, delle personalità che siano riconoscibili e di rottura. Usciamo dal nostro Paese e  guardiamo il mondo, la sinistra che sta uscendo dalle difficoltà è quella che ha abbandonato il paradigma vecchio di trovare i consensi al centro, quella che ha saputo collegarsi alle posizioni più radicali. Antonio Costa governa con i comunisti portoghesi, altro che Articolo 1, quelli sono contro la Nato e Costa ha avuto il coraggio di farci un governo insieme. Sanchez ha riguadagnato forza quando ha aperto a Podemos e ha chiuso al Partito Popolare. Persino i democratici americani hanno ripreso forza nel momento in cui hanno dato voce a personalità nuove e radicali: se si può dire “socialisti” in America si potrà dire anche in Italia, santo cielo. E questo perché si sta radicalizzando la società, questo è il problema. La destra lo ha capito. Salvini non è il “moderatume” è un’altra cosa. Se la società si sta radicalizzando le devi dare anche voce, è interesse del Partito Democratico darle voce. Allora voglio immaginare che siamo messi in condizione di affrontare questa battaglia elettorale con un gruppo di candidati riconoscibili, magari potremmo chiedere che se si presentano con il simbolo del Psi andranno nel PSE una volta eletti, e voglio che si pensi a un manifesto per il rinnovamento dell’Europa, per una riforma che caratterizza una presenza, una forza politica, un gruppo di personalità nelle liste del Partito Democratico e che ci dà anche un po’ di passione per fare intorno a questa operazione una campagna elettorale che sia non subita.

Alla fine questo gesto unilaterale cerchiamo di costruirlo nei termini di una battaglia elettorale possibile che possa costituire il passaggio di un processo non breve nel quale io credo noi sapremo dare un contributo, tanto più se a partire dalle scelte che poi farete come gruppo dirigente daremo un forte segno di innovazione, di una nuova generazione.

Grazie

Massimo D’Alema

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