Joséphine e Luigi: una storia degli années folles (quasi tutta vera)

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Pepito osserva con attenzione quel gentiluomo italiano che sta entrando nel suo locale, al 40 di rue Fontaine: è la terza sera consecutiva che si presenta. Lo saluta con un cenno, come fa con ogni cliente di riguardo. E’ un drammaturgo famoso, i Pitóeff hanno rappresentato una sua commedia qualche anno prima, ma Pepito non l’ha vista: non è il suo genere. Certo anche quell’italiano viene al Chez Joséphine per vedere lei: come tutti gli altri uomini, si alza in piedi quando arriva lei con indosso soltanto un gonnellino fatto di banane, e, come tutti gli altri uomini, comincia ad applaudire felice come un bambino quando lei inizia a ballare. Però gli sembra che quell’italiano stia osservando anche lui: certo a Parigi tutti conoscono Giuseppe Abatino, detto Pepito, tutti conoscono il conte di Calatafimi, ma quell’italiano sembra che voglia saperne di più. O forse ne sa di più.
Anche Georges, seduto al suo solito tavolo del Chez Joséphine, osserva il nuovo arrivato: lui ha visto i Sei personaggi alla Comédie des Champs-Elysées, e ha anche letto Il fu Mattia Pascal. Bella l’idea, ma per Georges c’è poca azione e troppa filosofia: non è il suo genere. Si chiede cosa spinga quel famoso collega italiano ogni sera nel locale: certo il corpo di Josephine. Per Georges è solo un altro, l’ennesimo, rivale, un altro che gli vuole togliere Joséphine. Però ha notato che anche Pepito guarda quell’italiano, con un misto di paura e cattiveria: quella paura gli interessa. E forse ne può trarre un qualche vantaggio.

Naturalmente Luigi Pirandello è in quel locale per Joséphine Baker. C’è in lei un’incredibile sensualità, quasi animale, e allo stesso tempo un’innocenza primitiva. Certo lei balla seguendo i ritmi di questa nuova musica che è arrivata dagli Stati Uniti insieme alle truppe alla fine della guerra mondiale, ma segue anche un ritmo antichissimo: Joséphine Baker è una menade jazz. E Pirandello è rimasto rapito da questa bellissima dea nera. Non si sognerebbe neppure di sfiorarla: le divinità non possono essere profanate dai mortali.
Poi quando la dea non è in scena Pirandello non può non osservare gli uomini che affollano quel locale, solo per vedere lei: gli hanno detto che quello laggiù è André Gustave Citroën, uno degli uomini più ricchi di Francia, pronto a fare pazzie per lei. Poi c’è quel siciliano, Giuseppe Abatino, che si fa chiamare conte di Calatafimi. Pirandello ha capito subito che si tratta di un impostore: non ci sono i conti di Calatafimi. Non gli interessa smascherarlo: è solo curioso di conoscere la sua storia. Mentre osserva Pepito, Pirandello immagina la sua vita, la sua “fuga” dalla Sicilia, il suo arrivo in Francia, le sue prime bugie fino ad arrivare a essere il sommo sacerdote che gestisce il culto pagano di Joséphine Baker: in fondo Pepito è un Mattia Pascal che ce l’ha fatta.

Tornato in albergo Pirandello trova una lettera, scritta quella stessa sera, proprio a un altro tavolo del Chez Joséphine e recapitata prima del suo rientro. E’ di un giovane scrittore, un tale Georges Sim, che si presenta con una certa prosopopea, dando per scontato che Pirandello lo conosca. Che nome è Sim? Non è da scrittore, se lo dovrebbe dovrebbe cambiare. Naturalmente non l’ha mai sentito nominare. La lettera è comunque ben scritta e insolitamente diretta. L’autore dice di essere follemente innamorato di Joséphine Baker e di volerla salvare da Pepito, e per far questo ha bisogno dell’aiuto del collega siciliano, che gli fornisca le prove per smascherare l’impostore.
Pirandello ride di gusto, mentre straccia la lettera di questo innamorato frustrato: anche questa potrebbe diventare una sua storia, magari aggiustata un po’, perché così rischia di sembrare inverosimile. La vita è piena d’infinite assurdità, che sfacciatamente non han neppure bisogno di parer verosimili; perché sono vere.