La befana senza scopa

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Grazia Nardi
Fonte: facebook
Url fonte: https://riminisparita.it

di Grazia Nardi – 1 agosto 2014

….La cucina che, come già detto, era un tutt’uno con la camera da letto, si riempiva di vapore il che, in via del tutto eccezionale, ci consentiva di tracciare disegni e ghirigori passando l’indice sui vetri appannati. Non è la retorica del buoni sentimenti che per forza dovevano aleggiare nelle famiglie povere. Quella è stata la mia (e di molti altri) infanzia. Nei giorni “normali”, d’inverno, la legna veniva razionata, il sugo si rapprendeva nel piatto mentre si sforchettava, vestiti a strati, mani e piedi perennemente gelati. E’ naturale che ci si accontentasse di poco più.

Il menù della vigilia, assolutamente privo di carme non era solo o tanto una tradizione “religiosa” ma aveva lo scopo di accentuare, per contrasto, il gusto del pasto natalizio. Con lo stesso spirito, ma certamente con minor risultati, vengono oggi praticate le diete nei giorni lavorativi per poi abbuffarsi nel fine settimana in ristoranti che citano la tradizione culinaria propinando invece precotti, surgelati e pietanze sfornate dai micronde. La stessa piada, ormai, può considerarsi una fotocopia (neanche ben riuscita) di quella originaria.

Ma il tratto marinaresco caratterizzava anche il menù della vigilia di natale. Minestra coi ceci, tonno o, meglio, al mulighi de ton depositate sul fondo del barattolo di latta, vendute a basso costo.

Ma il marinaio di famiglia puntava “mi bisatt”. Il babbo portava casa l’anguilla, come trofeo di conquista e con la fierezza di un guerriero si accingeva a lavorarla inchiodandole la testa sul legno per tagliare i pezzi che infarinati e fritti avrebbe gustato in completa solitudine.
Sia perché l’ingordigia verso quel pesce prelibato mai glielo avrebbe fatto dividere con qualcuno sia perché nessuno di noi bambini e mamma compresa poteva accettare l’idea di mangiare una “biscia”.

Dopo cena si preparava l’albero di Natale. In casa mia non c’era traccia di presepe. No, non si trattava di una scelta “laica”. Il presepe costava…..l’albero si rimediava con un ramo staccato da un pino marino, piantato quindi in un barattolo di latta, ricoperto con carta crespa verde. Ciuffi di cotone (è bumbes), creavano l’effetto neve, mandarini, alcune pigne secche colorate con la “porporina” e qualche ciondolino di cioccolata rimediato dalla mamma con quello che lei chiamava un salto mortale sui risparmi della spesa…completavano l’addobbo. Si aspettava l’epifania quando, smontando ciò che rimaneva degli addobbi, sopravvissuti agli assalti del gatto, potevamo finalmente dare degna sorte ad quei dolci pupazzetti che, nel frattempo, del cioccolato avevano perso persino l’odore.

Non esisteva l’usanza (o sì?) dei regali di natale. Per noi bambini c’era “la Befana del Comune”, un giocattolo elargito dal sistema assistenziale comunale, il giorno dell’Epifania, nella sala del Cinema Italia, in un clima inquietante. I bambini piangevano perché inevitabilmente preferivano il giocattolo consegnato ad un altro. Le mamme, non da meno, protestavano per le disparità alludendo ai figli dei “raccomandati” che ricevevano i regali migliori….

Sì, a scuola ci facevano scrivere la letterina a babbo natale ma prima ancora di pormi dubbi sulla reale esistenza di tale benefattore, ero certa che non ci sarebbe stata risposta. Per cui quella missiva trascritta in bella grafia su carta ricoperta di brillantini, sotto il piatto del babbo, non l’ho mai messa.

Ma il tripudio finale, mentre ci si avvicinava alla mezzanotte, era dato dalla preparazione dei cappelletti. La mamma tirava la sfoglia, subito tagliata a quadratini che noi bambini riempivamo d’impasto (fè prest cla sa secca e dop l’è fadiga ciudie). I più bravi potevano anche “chiuderli” con la classica foggia del cappello da prete…tutta altra cosa rispetto i tortellini …

Ecco il bello del natale era tutto lì, nella concitazione della vigilia, nelle speranze, meglio, nell’illusione di una “normalità” rassicurante. Il giorno dopo non sempre manteneva le aspettative. Le tensioni sopite durante la vigilia esplodevano, spesso, proprio il giorno di natale nelle liti di famiglia e non era raro che noi bambini, causa gli sbalzi di temperatura del giorno prima quando la stufa, per risparmiare si lasciava spegnere, si rimanesse bloccati a letto con febbre e tonsillite acuta. Insomma pace in famiglia e salute non erano garantiti, nemmeno a Natale!

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