La detassazione dei salari e le prospettive di crescita dell’economia italiana

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La proposta di detassare gli incrementi salariali, lanciata di recente dalla CGIL a guida Landini, si muove nella giusta direzione, ma è da considerarsi (e probabilmente lo considera tale il Segretario generale del più importante sindacato italiano) un primo passo nella direzione di un cambio di rotta dell’economia italiana. Non vi è dubbio che l’economia italiana necessita di un rilancio della domanda interna, come peraltro sostenuto anche da Confindustria, e non vi è dubbio che a tal fine seve anche un aumento dei salari reali.
Tuttavia, occorrono soprattutto misure di incentivazione degli investimenti privati e ancor di più investimenti pubblici. A volte, esercizi controfattuali possono servire e la Storia può dirci qualcosa per evitare di incorrere in errori già fatti.
Gli anni del cosiddetto miracolo economico italiano – la golden age (1963-1974) – furono caratterizzati da una dinamica degli investimenti di notevole rilevanza. In rapporto al Pil, la spesa per investimenti passò dal 19% del 1948 al 31% del 1963 (a prezzi costanti), con una quadruplicazione in soli quindici anni. Si ampliò in modo considerevole il nostro apparato industriale, comportando uno spostamento ingente di lavoratori dall’agricoltura al settore manufatturiero: dal 1945 al 1963 il numero di lavoratori impiegati in agricoltura si ridusse da 10 a 6 milioni circa, a fronte di una percentuale di addetti nel settore industriale del 38%. Ciò si rendeva possibile per queste ragioni. In primo luogo, le aspettative dei nostri imprenditori di quel periodo erano estremamente ottimistiche. In secondo luogo, i profitti realizzati venivano pressoché interamente reinvestiti. In terzo luogo, la quota di profitti destinati ad attività speculative era pressoché nulla: il basso tasso di inflazione e il ridotto debito pubblico rendeva poco conveniente l’acquisto di titoli di Stato. La crescita degli investimenti comportò una notevole crescita della produttività del lavoro. E, a sua volta, l’aumento della produttività del lavoro generò la riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto, la conseguente riduzione dei prezzi dei beni esportati, l’aumento delle esportazioni e del tasso di crescita.
E’ ovvio osservare che si tratta di un modello irripetibile, perché sono irripetibili le condizioni storiche che lo resero possibile. E tuttavia, a fronte di ciò, le vicende di quegli anni ci restituiscono un pezzo di teoria economica che nell’asfittico dibattito accademico italiano sembra quasi messo all’oblio, se non per le dovute ma rare eccezioni. La tesi oggi dominante fa riferimento alla cosiddetta teoria dell’austerità espansiva, secondo la quale riduzioni di spesa pubblica, ampliando i mercati di sbocco per le imprese private, incentivano gli investimenti di queste ultime, generando crescita e, al tempo stesso, riducendo il rapporto debito pubblico/Pil. Si tratta di una teoria destituita di fondamento innanzitutto sul piano empirico, almeno se ci si riferisce all’Italia. Gli anni nei quale le politiche di austerità sono state maggiormente accentuate (2012-2013) sono stati gli anni della più intensa recessione che l’economia italiana ha vissuto negli ultimi decenni. E sono stati gli anni nei quali è stato massimo il picco raggiunto dal debito pubblico in rapporto al Pil.
L’esperienza della golden age insegna che le aspettative imprenditoriali possono essere migliorate attraverso appropriati interventi di politica economica. Il settore pubblico italiano, in quel periodo, effettivamente contribuiva a stimolare la spesa privata: si pensi agli effetti positivi per la riduzione dei divari regionali derivati dall’azione della Cassa per il Mezzogiorno, all’azione del Fondo industrie meccaniche, istituito nel 1947, al contribuito dell’IRI (riorganizzato nel febbraio del 1948).
In sostanza, il miracolo economico italiano si rese possibile mediante un impulso rilevante dell’impresa pubblica all’aumento della domanda interna. Impulso al quale il settore privato reagì con incrementi di investimenti e, soprattutto, di esportazioni. Non mancarono i punti deboli. Fra questi, la crescita dell’evasione fiscale – in larga misura tollerata dai Governi a guida democristiana per obiettivi di acquisizione di consenso – l’elevata disoccupazione, la bassa spesa per la ricerca scientifica, una tassazione che favoriva l’aumento delle diseguaglianze: un insieme di non interventi che Fabrizio Barca ha suggestivamente definito il “compromesso senza riforme”. Punti deboli che, negli anni successivi e fino ad oggi, diventeranno purtroppo le caratteristiche essenziali del modello di sviluppo italiano.
Ciò che fondamentalmente manca all’economia italiana oggi è il primo tassello: l’impresa pubblica. Azzerata, di fatto, da un’ondata di privatizzazioni (soprattutto a partire dai primi anni novanta) che ha avuto, nella quasi totalità dei casi, il solo effetto di aumentare le tariffe dei servizi privatizzati – e non ci si poteva attendere un esito diverso dal momento che le privatizzazioni in Italia si sono realizzate come cessioni di monopoli. L’investimento pubblico, contrariamente a quanto teorizzato dalla tesi dell’austerità espansiva, è complementare all’investimento privato. Anche in questo caso, il riferimento a ciò che accadde negli anni del miracolo economico può aiutare a comprendere il punto. A seguito di un piano di lungo periodo di ammodernamento delle infrastrutture, i chilometri autostradali passarono dai 479 del 1950 ai quasi quattromila del 1973 (solo la Germania, in Europa, ne contava un numero superiore). E, non a caso, fu l’industria automobilistica il vero motore del miracolo economico.