Come l’helicopter money potrebbe rilanciare l’economia italiana

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BlackRock e il Financial Times suggeriscono l’helicopter money: anche il ministro dell’economia Gualtieri dovrebbe “mettere soldi direttamente nelle tasche degli italiani”.
Il nuovo ministro dell’economia Roberto Gualtieri del governo Conte-due dovrebbe urgentemente riflettere sulla proposta di helicopter money ed emettere titoli/moneta direttamente a favore dei soggetti privati e pubblici dell’economia reale. Una ipotesi del genere è avanzata perfino da un’indiscussa autorità in campo finanziario come BlackRock, la più grande società d’investimento al mondo, che gestisce un patrimonio di circa 6 trilioni di dollari, e che è il primo investitore straniero in Europa e in Italia, e azionista di peso delle maggiori banche e aziende italiane. BlackRock afferma che per affrontare la prossima incombente, prevedibile crisi globale – che ormai quasi tutti gli economisti indicano come probabile dopo dieci anni di crescita incessante dei valori finanziari – occorrerà “gettare denaro dall’elicottero”, ovvero ridare liquidità a un sistema economico inceppato, strangolato dalla mancanza di moneta e dalla carenza di domanda aggregata (investimenti, consumi, spesa pubblica).[1]

Secondo BlackRock “l’attuale spazio di manovra per le banche centrali globali è limitato e non sarà sufficiente per rispondere a una significativa, e forse drammatica, futura prossima contrazione economica La politica monetaria convenzionale e non convenzionale opera principalmente attraverso l’effetto di stimolo di tassi di interesse a breve e a lungo termine più bassi. Questo canale è quasi esaurito…. Un ulteriore sostegno non può dipendere dal calo dei tassi di interesse…”.

Per il gigante degli investimenti anche il Quantitative Easing non può più sostenere l’economia reale. Infatti il QE (il programma di “espansione monetaria” per la quale la Banca Centrale Europea ha stampato moneta per 2,6 triliardi di euro) aumenta in maniera spropositata la liquidità di riserva delle banche commerciali: ma queste riserve detenute presso le banche centrali costituiscono un sistema chiuso, e l’aumento delle riserve di liquidità delle banche commerciali non comporta per nulla l’aumento del credito per l’economia reale. Quindi la BCE e le banche centrali pompano sì moneta per le banche, comprando da loro soprattutto i titoli di stato, ma tutta questa moneta non arriva alle famiglie, agli imprenditori, agli enti pubblici.

Quando l’economia reale è fortemente indebitata (come nella situazione attuale) e non ha prospettive di crescita, le banche – anche se sono piene di liquidità di riserva – non concedono credito, o non lo concedono a sufficienza per fare ripartire l’economia. Le banche commerciali operano ovviamente per profitto e se vedono che le imprese e le famiglie sono in difficoltà, se temono che i loro prestiti non vengano rimborsati, non concedono crediti. Il credito bancario è pro-ciclico: c’è ne è tanto se il business va bene, ma poco o nulla se va male. In tempi di crisi il meccanismo di trasmissione monetaria avviato dalla BCE si inceppa se passa solo per il canale bancario. La BCE stampa moneta per le banche, ma le banche non passano sufficiente moneta/credito all’economia. Inoltre anche l’espansione fiscale, l’aumento assolutamente necessario della spesa pubblica da parte dello stato, può rivelarsi del tutto inadeguato quando gli stati sono già fortemente indebitati (come l’Italia).

“E’ necessaria una manovra senza precedenti quando la politica monetaria è esaurita e la politica fiscale da sola non è sufficiente. La manovra richiederà probabilmente un’azione diretta” afferma BlackRock”Questo significa che la banca centrale deve trovare il modo di trasmettere la sua moneta direttamente (senza passare per le banche, ndr) nelle mani di chi è in grado di spenderla nel settore pubblico e privato”. BlackRock in realtà si preoccupa di circoscrivere e limitare gli effetti del cosiddetto “helicopter money”. Vuole che l’helicopter money sia limitato e ristretto nel tempo. Si preoccupa che gli stati, attraverso le banche centrali – che, al di là della loro indipendenza formale, sono organi pubblici – non interferiscano troppo e durevolmente nell’economia e nella finanza.

Ma, al di là delle cautele e delle prudenze, ormai gli economisti meno conformisti e più all’avanguardia – sia di destra che di sinistra – riconoscono che il QE ha in gran parte fallito: ha salvato le banche e gli stati più indebitati – come l’Italia -, ha così salvato (almeno temporaneamente) anche l’euro, ma non ha scongelato l’economia reale: al contrario, ha gonfiato gli asset finanziari, le borse e il sistema bancario-ombra. Gran parte della liquidità monetaria creata dalla BCE non è finita nell’economia reale ma nelle borse e nei circuiti finanziari provocando nuove bolle pronte a scoppiare.

Gli economisti più attenti e competenti convengono che è necessaria un altro programma per finanziare l’economia reale, più radicale e diretto. Occorre che le banche centrali e gli stati immettano direttamente moneta e liquidità nell’economia reale per farla ripartire, anche saltando l’intermediazione bancaria. Si tratta del cosiddetto “denaro gettato dall’elicottero”: ovvero di idee elaborate da economisti del calibro di Milton Friedman, e, prima di lui, da J. M. Keynes (con la metafora del denaro da estrarre liberamente da una buca) –. Ben Bernanke, l’ex presidente della Banca Centrale americana, la Federal Reserve, è stato ed è tuttora uno dei fautori dell’HM.

L’HM è più efficiente del QE per superare la crisi di liquidità e ridare fiato alla domanda. Basta fare due semplici calcoli: 2,6 triliardi distribuiti ai 340 milioni di abitanti dell’eurozona (neonati e ultraottantenni compresi) avrebbero comportato che ogni abitante poteva percepire oltre 7650 euro, cioè circa 160 euro al mese per i 46 mesi del QE. Ogni famiglia, considerando una media di 4 persone per famiglia, avrebbe ricevuto 640 euro in più al mese per poco meno di quattro anni. 640 euro in più al mese sono tanti!!! Se i soldi fossero stati assegnati invece che alle banche, direttamente alle famiglie, e anche alle imprese e agli stati per gli investimenti pubblici, la domanda aggregata (consumi, investimenti, spesa pubblica) e l’inflazione si sarebbero riprese subito e avrebbero trascinato immediatamente al rialzo la produzione e l’occupazione[2]. Ma la BCE ha preferito finora ignorare anche solo la discussione su questa possibilità.

Perché la BCE dovrebbe prepararsi a gettare denaro dall’elicottero
Ormai, a livello internazionale, si parla diffusamente della necessità di attuare politiche di Helicopter Money, di offrire denaro alle famiglie e alle imprese, e anche di “monetizzare” il debito pubblico. Nel suo contributo sul Financial Times del 5 settembre Moritz Kraemer intitolato “Perché la BCE dovrebbe prepararsi a gettare denaro dall’elicottero” afferma che nell’eurozona è necessario avviare manovre monetarie più radicali di quelle convenzionali, e anche del QE[3]:

“Abbassare i tassi di interesse non stimolerà gli investimenti. Nonostante la ripresa economica e la politica monetaria iperaccomodante dal 2015, l’attività di investimento dell’area dell’euro in percentuale del prodotto interno lordo è rimasta indietro rispetto ai livelli storici. Piuttosto che cercare ancora una volta di tirare la leva del tasso di interesse, è arrivato il momento di “portare gli elicotteri fuori dall’hangar”. Se si vuole alzare l’inflazione dei prezzi al consumo, ha senso mirare direttamente alla spesa al consumo. Quello che è diventato noto come “soldi dell’elicottero” è un metodo diretto. Come potrebbe funzionare? La BCE potrebbe impegnarsi a effettuare un trasferimento mensile a tutti i cittadini dell’area dell’euro con un conto corrente, fino a raggiungere il 2 per cento dell’inflazione”.

Kraemer ipotizza che la manovra inizi ad ottobre e termini nel dicembre 2022. Si applicherebbe, secondo Kraemer, una indicizzazione mensile, pagando 200 euro su ogni conto corrente dell’eurozona se l’inflazione annua fosse pari o inferiore all’1%. Questo pagamento sarebbe ridotto di 20 euro per ogni 10 punti base oltre l’1 per cento, raggiungendo lo zero quando l’inflazione raggiunge il 2%. Ogni titolare di conto corrente riceverebbe un cumulativo di € 3.300. Poiché ci sono circa 275 milioni di adulti con conti correnti nell’area dell’euro, il costo totale del programma ammonterebbe a 908 miliardi di euro, circa l’8 per cento del PIL dell’area dell’euro nel 2018 (ovvero meno della metà di tutti i titoli di Stato acquistati attraverso il QE). Si tratta di una somma significativa data in proporzione ai più poveri, ovvero a chi ha maggiore propensione al consumo.

La domanda aggregata crescerebbe notevolmente e con essa l’inflazione ripartirebbe, e quindi le prospettive di profitto e nuovi investimenti. Kraemer avverte che questa manovra sarebbe perfettamente legale perché la BCE finanzierebbe gli individui privati e non gli stati e i loro debiti, cosa che le è espressamente proibita dal Trattato di Maastricht. La manovra suggerita da Kraemer è ovviamente discutibile sul piano tecnico e ci potrebbero essere certamente delle alternative migliori, ma il suo progetto dimostra comunque che la proposta dell’Helicopter Money è all’ordine del giorno.

Perché il governo dovrebbero fare dell’helicopter money 
Per superare urgentemente la crisi che da troppo tempo colpisce gli italiani e l’economia nazionale e per affrontare la prossima incombente crisi finanziaria, Gualtieri dovrebbe riflettere sulla possibilità che la BCE o, in alternativa, lo stato italiano diano direttamente denaro alle famiglie, alle imprese e agli enti pubblici. come se fosse gettato da un elicottero. Se la BCE non lo farà, come è probabile, occorre che lo stato si muova, pur nel quadro delle regole dell’eurozona.

Occorrono idee e manovre non convenzionali per fare ripartire l’economia. Le mezze misure finora hanno portato alla crescita zero. Un fatto è certo: il governo giallo-rosa sopravviverà solo se riuscirà a ridare benessere agli italiani. Altrimenti farà la fine del greco Alexis Tsipras, che dopo aver seguito il programma suicida di austerità – ma il debito greco è rimasto pari al 180% del PIL, che è ancora più basso del 25% rispetto a prima della crisi – è stato sconfitto alle elezioni dalla destra. La crescita zero, il debito e le diseguaglianze alla fine rovinano anche la democrazia.

Il problema è quindi “rimettere soldi nelle tasche degli italiani”, aumentare la capacità di spesa sia del settore privato che pubblico, far ripartire la domanda interna e quindi l’economia produttiva e l’occupazione. La questione è complessa: occorre infatti contrastare l’austerità e fare ripartire l’economia senza però creare nuovo deficit e quindi aumento del debito pubblico.

Molti sperano che l’Unione Europea e la BCE ci garantiscano la flessibilità e le coperture necessarie per superare la stagnazione. Ma sia l’Italia che l’eurozona nel suo complesso sono a rischio di recessione. Ed è purtroppo molto difficile, per non dire (quasi) impossibile, che la nuova Presidente della Commissione UE, la tedesca Ursula von der Leyen, e la nuova Presidente della Banca Centrale Europea, la francese Christine Lagarde, capovolgano le dure politiche di austerità che hanno caratterizzato le politiche europee dalla crisi del 2007-8 in poi. La soluzione della crisi italiana non sta nell’Unione Europea. E’ del tutto improbabile che la UE e la BCE ci aiutino a risolvere il problema del debito pubblico e dello spread.

Da 25 anni l’Italia presenta un bilancio pubblico in avanzo primario – cioè i cittadini pagano più tasse di quanto lo stato spende per i servizi sociali -. L’austerità italiana dura da 25 anni. Eppure l’avanzo primario di 25 anni non è bastato per diminuire il debito; anzi, nonostante l’avanzo primario, da 25 anni, ogni anno, lo stato solo per pagare gli interessi sul debito è costretto a chiedere soldi ai maggiori operatori finanziari, ovvero ai signori della moneta, i veri padroni dell’euro. L’oligarchia finanziaria da 25 anni ricava ogni anno dai 60 agli 80 miliardi di interessi sul debito pubblico italiano. E’ chiaro che in questa situazione l’economia nazionale non può crescere.

Continua invece a crescere inesorabilmente il debito pubblico; mentre il PIL nazionale, dopo più di dieci anni dall’inizio della crisi, è ancora inferiore al 5% di prima della crisi. Un disastro.

Ma la soluzione esiste: se la UE e la BCE non potranno fare dell’helicoper money, è il governo italiano che potrebbe attuare una manovra espansiva contemporaneamente monetaria e fiscale emettendo dei titoli fiscali convertibili in euro per aumentare il PIL e diminuire così il debito pubblico. Questa manovra senza deficit potrebbe anche salvare la moneta unica europea dall’instabilità e dalla crisi.

Titoli Fiscali per aumentare il PIL e diminuire il debito pubblico (e salvare la moneta unica dall’instabilità e dalla crisi).
L’ Italia è nel mezzo di una guerra economica, e abbiamo bisogno che lo stato intervenga ed emetta non una moneta alternativa all’euro ma un titolo di Stato che rimetta in circolazione nell’economia reale l’enorme quantità di denaro congelata nel sistema bancario. Lo Stato dovrebbe emettere Titoli di Sconto Fiscale che consentirebbero di uscire finalmente dall’austerità che sta impoverendo il Paese, abbruttendo la società civile e rovinando la democrazia.

I TSF andrebbero assegnati a famiglie, imprese ed enti pubblici in maniera aggiuntiva – e non sostitutiva – ai redditi in euro per alimentare la domanda aggregata. Lo stato potrebbe così finanziare finalmente i consumi, gli investimenti e la spesa pubblica. Anche le banche, grazie alla ripresa dell’economia reale, uscirebbero dal tunnel dei crediti deteriorati. I TSF potrebbero inoltre conquistare un ruolo strategico non solo per l’Italia, ma per tutti i paesi periferici dell’eurozona e potenziare la moneta unica garantendo maggiore flessibilità ai singoli Paesi e governi.

Parafrasando le parole utilizzate da Mario Draghi per respingere i famigerati minibot, è possibile mostrare che i Titoli di Sconto Fiscale non sono né moneta né titoli di debito. I TSF sono dei titoli che danno diritto ai loro possessori di ridurre i pagamenti dovuti allo stato (fisco, tariffe, contributi, ecc) dopo tre anni dall’emissione. I TSF verranno distribuiti gratuitamente, e quindi senza debito, a famiglie, enti pubblici e imprese. Lo stato non chiederà nulla al mercato finanziario e ai primary dealer – le grandi banche d’affari che comprano all’ingrosso il nostro debito pubblico[4] – e si affrancherà così dalla loro dominanza; e gli operatori finanziari da parte loro non correranno alcun rischio perché non sborseranno soldi per finanziare il bilancio pubblico italiano.

I TSF non saranno MAI rimborsabili in euro da parte dello Stato e quindi non costituiscono debito pubblico. Come tutti i titoli di Stato, come i BOT e i BTP, sono negoziabili sul mercato finanziario e quindi subito convertibili in euro. Aumentano perciò immediatamente la domanda aggregata. I TSF faranno crescere rapidamente il PIL (che è l’unica vera maniera di ridurre il debito pubblico) nei tre anni prima della loro scadenza, e così alla maturità, al quarto anno, si “autoripagheranno”.

Non solo i TSF rispettano le regole dell’euro, ma lo rafforzano. L’emissione di questi “buoni fiscali” potrebbe finalmente ridare ossigeno all’economia e fare uscire i Paesi dell’eurozona dalla trappola della liquidità che li soffoca.

Più in dettaglio: la proposta è che il governo italiano emetta TSF per qualche decina di miliardi di euro in tre anni (2-3% del PIL) e li assegni gratuitamente in base a criteri prestabiliti ai soggetti pubblici e privati dell’economia reale. I TSF potranno essere ceduti immediatamente dai loro possessori sul mercato finanziario in cambio di euro. Vende TSF chi ha bisogno di euro; compra TSF chi vuole sconti fiscali. Il loro valore di mercato sarà analogo a quello di un titolo di stato zero-coupon a tre anni. In pratica 100 euro di TSF saranno pari (quasi) a 100 euro di moneta sonante e subito spendibile. Dopo la loro conversione in euro, nell’economia reale circoleranno solo (più) euro e non strane monete parallele che nessuno accetterebbe volentieri.

In via preliminare e ipotetica, si può suggerire che una quota importante dei TSF (per es. 60%) venga utilizzata all’amministrazione pubblica e agli locali per un Piano del Lavoro finalizzato a creare piena occupazione per realizzare infrastrutture immateriali (ricerca, università, insegnamento, ecc) e materiali (riassetto idrogeologico, trasporti, reti in fibra ottica, energia verde, risparmio energetico, ecc) e rafforzare il welfare (pensioni, reddito di inclusione, ecc).

Alle famiglie i TSF saranno attribuiti (per es. il 25% delle assegnazioni totali) in proporzione fortemente inversa al reddito, privilegiando ceti sociali disagiati e lavoratori a basso reddito per incentivare i consumi e per ragioni di equità sociale.

Alle aziende le assegnazioni (15% circa del totale) saranno attribuite principalmente in funzione dei costi di lavoro, per tagliare il cuneo fiscale, migliorare la loro competitività ed evitare che l’effetto espansivo dei TSF sulla domanda crei un peggioramento dei saldi commerciali esteri (in pratica l’assegnazione dei TSF alle aziende equivarrà a una svalutazione). Ovviamente tutti i soggetti saranno entusiasti di ricevere titoli di stato che possono essere subito convertiti in euro. Il consenso del pubblico sarà quindi elevato ed entusiastico.

La manovra è in linea con i trattati europei poiché in campo fiscale ogni stato è sovrano, almeno fin tanto che non aumenta il suo debito pubblico. Ma i TSF non generano deficit, anzi. All’emissione lo stato non sborsa soldi e, come indicato sopra, non chiede neppure soldi ai primary dealers. Al quarto anno, alla maturità dei TSF, grazie all’effetto combinato del moltiplicatore dei redditi e dell’aumento dell’inflazione (dovuto certamente all’aumento della domanda) la forte crescita del PIL nominale darà luogo a un gettito fiscale tale da compensare pienamente il deficit legato agli sconti fiscali, e da produrre anche surplus. Basta infatti che l’inflazione aumenti annualmente in più tra il mezzo punto percentuale e l’un per cento del PIL, perché i ricavi fiscali dopo tre anni crescano in misura tale da coprire il valore iniziale di emissione dei TSF.

Lo shock monetario-fiscale renderà nuovamente vitale l’economia nazionale. Le emissioni di TSF potrebbero partire da un livello pari al 2% circa del PIL annuo – circa 30 miliardi di euro – e essere modulate e calibrate nel tempo in modo da assicurare alti livelli di occupazione senza però produrre una inflazione superiore al 3-4%, né scompensi nei saldi commerciali esteri.

Circolano tante proposte di moneta fiscale, e molte sono sbagliate o impraticabili, come per esempio i fallimentari minibot: questi diventerebbero moneta fiduciaria alternativa alla moneta legale e aumenterebbero immediatamente il debito pubblico, e quindi provocherebbero la fuoriuscita dall’euro. La versione che propongo insieme ad altri studiosi ha invece il vantaggio fondamentale che i TSF sarebbero certamente accettati dalla BCE e dalle banche perché verranno classificati dalle agenzie di rating come investment grade. Infatti è chiaro che i TSF potrebbero essere utilizzati per ridurre le tasse dovuto allo stato anche se lo stato italiano fallisse sul suo debito in euro. I TSF sono quindi più sicuri dei BTP per gli investitori e, come tali, sono certamente investment grade. Ed è noto che la BCE accetta come collaterale, cioè come garanzia per i suoi prestiti alle banche, tutti i titoli di stato investment grade.

Quindi, dopo l’avvio del sistema TSF, la BCE e le banche acquisteranno i TSF senza problemi, e l’adesione del sistema bancario alla manovra costituirebbe la migliore garanzia del suo successo anche presso i mercati finanziari. Se l’economia italiana ritorna a crescere senza aumento del debito pubblico, allora anche gli spread possono diminuire. Società come Blackrock avrebbero assai poco da temere.

Un titolo emesso senza chiedere soldi ai primary dealers, un titolo investment grade, buon collaterale per la Bce, un titolo che aumenta il potere d’acquisto in euro, può diventare la scintilla che fa ripartire e finanzia l’economia. In conclusione: questo progetto di helicopter money nazionale è innovativo e radicale ma è forse l’unico fattibile in tempi brevi per risolvere urgentemente la crisi sociale ed economica. Emettere moneta fiscale è una decisione che il governo giallo-rosa potrebbe prendere autonomamente senza rompere con l’euro e con la UE, e con grande consenso sociale. Finalmente lo stato potrebbe aumentare il reddito delle famiglie e nel contempo rivitalizzare l’economia.

Il progetto di Moneta Fiscale offre inoltre l’enorme vantaggio di potere essere attuato mantenendo la moneta unica europea di fronte alle altre valute internazionali, come il dollaro, yen, yuan, pound. In effetti l’emissione di Titoli di Sconto Fiscale nei singoli paesi dell’eurozona potrebbe diventare il rimedio principale per affrontare la possibile (e probabile) nuova crisi finanziaria e valutaria che i colossi della finanza, come BlackRock, giustamente temono.

NOTE
[1] BlackRock Investment Institute “Dealing with the next downturn: From unconventional monetary policy to unprecedented policy coordination”, Macro and Market Perspectives, August 2019

[2] Enrico Grazzini, Micromega on line “Quantitative easing: un bilancio fallimentare” 31 gennaio 2019

[3] Financial Times, Moritz Kraemer “Why the ECB should gear up for a ‘helicopter money’ drop” 5 settembre

[4] Lista degli Specialists in Government Bonds approvata dal Ministero Italiano delle Finanze da gennaio 2016- Banca IMI (gruppo Intesasanpaolo); Barclays Bank; BNP Paribas; Citigroup Global Markets; Crédit Agricole Corp. Inv. Bank; Deutsche Bank; Goldman Sachs Int. Bank; HSBC France; ING Bank N.V.; JP Morgan Securities; Merrill Lynch; Monte dei Paschi di Siena Capital Services Banca per le Imprese; Morgan Stanley & Co.; Nomura Int; Royal Bank of Scotland; Société Générale Inv. Banking; UBS; UniCredit.