La libertà di stampa arriva al Colle

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di Alessandro De Angelis – 16 settembre 2018

Terzo intervento in 4 giorni di Mattarella su temi ad alta intensità politica. Dopo giustizia ed Europa, una dissuasione preventiva della crociata M5S contro la stampa

È il terzo intervento in quattro giorni, su temi ad alta intensità politica che incrociano l’agenda di governo. Stavolta Sergio Mattarella interviene sulla libertà di stampa. In modo “alto”, portando il discorso sul terreno dei valori e dei principi, non certo su questa a quella misura che il Governo vorrebbe introdurre nella finanziaria, in materia di fondi pubblici i restrizione della pubblicità: “L’incondizionata libertà di stampa costituisce elemento portante e fondamentale della democrazia e non può essere oggetto di insidie volte a fiaccarne la piena autonomia e a ridurre il ruolo del giornalismo”. Una consapevolezza, questa, che deve saper “guidare il ruolo delle istituzioni”.

Terzo intervento in quattro giorni, dicevamo, dopo quello di mercoledì sul tema del rapporto tra giustizia e politica, e quello di venerdì sui rischi che corre l’Europa. Certo col suo stile, sobrio, pacato, senza alcuna citazione diretta delle esuberanti posizioni politiche dei leader di governo, tratto distintivo di questa presidenza a cui è estranea la cultura del “monito” o la moral suasion invadente. Però il riferimento ai temi più delicati dell’agenda politica è evidente, siano essi la sentenza sui rimborsi elettorali della Lega, sia sulle posizioni in materia di migranti, frontiere e più in generale sull’impianto nazionalista (potremmo dire sovranista) che mina la costruzione europea.

L’ultimo, sulla libertà di stampa, evidentemente incrocia la nuova crociata pentastellata, annunciata qualche giorno fa da vicepremier Di Maio e illustrata dal sottosegretario Vito Crimi, in materia di fondi all’editoria e di nuove norme che limitano la pubblicità sui giornali: “Una stampa credibile – sostiene il capo dello Stato – sgombra da condizionamenti di poteri pubblici e privati, società editrici capaci di sostenere lo sforzo dell’innovazione e dell’allargamento della fruizione dei contenuti giornalistici attraverso i nuovi mezzi, sono strumenti importanti a tutela della democrazia. Questa consapevolezza deve saper guidare l’azione delle istituzioni”.

Modalità degli interventi e scelta dei tempi configurano uno stile e un “metodo”. Non del tutto nuovo, per un presidente che, sin dall’inizio del suo settennato ha sempre evitato di porsi come un “supplente” nei confronti di una politica che non decide o come un “regista” di una politica da re-indirizzare. C’è un Parlamento, espressione della sovranità popolare, un governo, espressione di una maggioranza Parlamentare, punto. La loro democratica espressione non va limitata né contrastata. Politicamente ma neanche mediaticamente.

Sbaglia chi pensa che il capo dello Stato sia impegnato nella sua azione quotidiana a indebolire il governo o correggerne l’azione, per quanto per cultura, impianto programmatico e universo valoriale, questo governo sia quanto di più lontano si possa immaginare rispetto alla sua sensibilità. Non a caso nessuno di questi interventi è stato mai pronunciato a caldo, né ad esempio a ridosso delle sparate di Salvini contro la magistratura né di quelle di Di Maio sui giornali, proprio per evitare di dare l’impressione che la presidenza della Repubblica sia una sorta di “contropotere” che bilancia o una opposizione che contrasta o una grande istituzione pedagogica corregge la propaganda. Nel momento però in cui le intenzioni si devono tradurre in atti concreti di governo, è legittimo che il capo dello Stato spinga a una riflessione generale sull’impatto di quei provvedimenti.

A voler coniare una formula nuova per descrivere questo metodo, potremmo parlare di “dissuasione preventiva”, per evitare cioè che si possano creare imbarazzi una volta che vengano presentati i provvedimenti su cui, giova ricordarlo, il presidente ha il potere di forma, dopo attento esame di costituzionalità. E che, quantomeno, ci sia un supplemento di riflessione. Finora sembra aver funzionato, perché gli annunci, anche i più belligeranti, non sono stati trasformati in articolati di legge. Ma forse questo è un altro discorso, che investe la natura “anti-istituzionale” del populismo, che non conosce mediazioni tra leader e l’opinione pubblica e si nutre di questa disintermediazione, a prescindere dai risultati, annuncio dopo annuncio, nemico dopo nemico da evocare, perché quel che conta è mobilitare più che governare.