La ludopatia è il peggiore dei mali o un farmaco che cura la desolazione?

per Gian Franco Ferraris

di Fausto Anderlini

Pensiero un po’ maudit della notte. La ludopatia non è il peggiore dei mali. Si potrebbe pensare, al contrario, che è una cura.

Laddove Piazza dei Martiri era un ameno refugium peccatorum a orario continuato ora è una buia e tetra landa desolata. Una rotonda sul nulla. Un peloso zelo risanatore ha messo i sigilli agli pseudo-casinò che ivi albergavano. Prima si è provveduto a restringere l’orario a brevi scorci di tempo diuturni, come a voler disciplinare la depence dei giocatori timbrando cartellini a part-time, poi con la scusa di uno scarso metraggio rispetto a luoghi sensibili come le scuole se ne è decretata la fine. Sebbene a mia conoscenza mai abbia incontrato scolaresche nelle sale giochi.

Una volta un tipo, credo un ex presidente dell’arci, ignaro di come in America si sia trovata una sintesi efficace in materia, scrisse un articolo dove magnificava la tombola come un gioco sociale mentre demonizzava le slot come la caduta nell’individualismo alienato. Una distinzione grottesca perché il movente che da luogo alle due situazioni è lo stesso: la spensieratezza. Che in un caso si raggiunge per via amena, diluendosi nel corpo ludico collettivo, nell’altro caso nel rapporto ipnotico e solitario con la macchina. Deus ex machina cui affidare il proprio destino perdendosi nel caso. Stesso lo scopo terapeutico: sgravare l’individuo, almeno momentaneamente, dei pensieri, ovvero dell’oppressione esistenziale. Una via breve e a portata di mano per raggiungere la meta che è intrinseca all’ascesi mistica, ma con tutta la leggerezza dell’abbandono, senza il cimento supremo fra il sé e la volontà dell’annullamento del sè E come in ogni ascesi degna del nome ci si deve spogliare d’ogni ricchezza qui è la slot che provvede al caso.

Per l’insonne, il tormentato, il senza dimora, il disamorato, per lo sfigato in genere varcare quella soglia che separa la sala gioco dal resto del mondo è come trovare un rifugio. Potere stare finalmente solo senza i propri pensieri, Staccarsi da sé stessi una volta che il legame sociale è andato guastato se non reciso. Una liberazione. Per adagiarsi in un ambiente intimo e accogliente, a suo modo socievole. Non c’è empatia più immediata che quella che si trovano a condividere i giocatori della slot accanto. Si conoscono, sono capitati insieme. Uguagliandosi. Una consapevolezza di prossimità per la quale non c’è la necessità di scambiare nè una parola nè uno sguardo. In quel limbo è ricompresa la stessa condizione umana, e la morte è irrilevante.

Togliere agli individui desocializzati e tristi la possibilità di vivere la sovranità del non pensiero, costringerli a convivere nella solitudine con pensieri in sé irresolubili, è pura crudeltà. Come essere costretti a scrivere un post del cazzo nella notte perchè fuori non c’è nessuno e le sale giochi sono miserevolmente spente.

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