La madre delle scissioni della Sinistra: da se stessa

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di Lucia Del Grosso – 25 febbraio 2017.

Esauriti gli stucchevoli inviti all’unità del PD altrimenti si abbatteranno sull’Italia inenarrabili sciagure, partorita a Rimini Sinistra Italiana, fatta la conta dell’esodo da Sinistra Italiana nel nuovo soggetto politico nato dalla frattura del pd, proviamo a collocarci in un punto fuori dalla Terra e a fare una panoramica dell’esistente a sinistra. Dunque abbiamo:

  1. Sinistra Italiana;
  2. Movimento Democratici e Progressisti o come si chiamerà (mi dicono che il nome non è definitivo);
  3. Possibile;
  4. Campo Progressista o La Prima Cosa Bella di Pisapia (qui sono entrata in confusione tra politica e Festival di Sanremo).

Altro? Per il momento mi pare di no, ma è già abbastanza per far pensare all’alieno che ci guarda da un punto remoto che non è che una sinistra così pulviscolare abbia molta strada davanti.

Però all’alieno potrebbero mancare alcuni fotogrammi della storia remota della sinistra non solo italiana, ma europea che spiegano questa deflagrazione, dopo una coabitazione artificiale in un luogo che tutto era tranne che sinistra, cioè il PD.

Insomma in un posto in cui la sinistra era scissa da se stessa, una scissione ben più grave dell’arcipelago che si è prodotto.

All’alieno può anche importare poco di indagare il frangente o il processo in cui la sinistra si è estraniata da se stessa, ma noi non ci possiamo permettere questa indifferenza, pena l’irrilevanza per i prossimi 40 anni luce.

Perché la stravittoria del liberismo su tutti i terreni, sociale, economico, istituzionale e culturale inducono un bisogno di radicalità che non si esaurisce nell’additare Renzi come virus letale che si è impiantato in un corpo sano.

Io non ho mai avuto la pretesa di scrivere saggi su questo blogghetto da strapazzo, per cui dirò la mia in estrema sintesi, con molto sacrificio della complessità che invece è richiesta.

Quando sono iniziati i raffreddori nella sinistra italiana? Ed erano malattie solo nostre o da contagio europeo, cioè un’epidemia continentale? E’ importante la diagnosi, se no ci si cura con palliativi e si rimane malaticci.

Penso che già da prima della caduta del muro di Berlino i partiti europei che facevano riferimento ai lavoratori siano entrati in confusione.

Prima del tramonto dell’orizzonte del socialismo reale fu la reverenza nei confronti del vincolo esterno, cioè la furia dei mercati internazionali, a piegare i riferimenti ideologici della sinistra, in Italia come altrove in Europa.

Ce lo ricordiamo che in Francia le sinistre unite vinsero le elezioni presidenziali del maggio 1981 e quelle politiche un mese dopo con un programma molto radicale che contemplava una politica di bilancio espansiva e redistributiva e un imponente pacchetto di nazionalizzazioni? E che però questo programma già nel 1983 era ridotto a carte straccia perché Mitterand si accordò opportunisticamente con Delors, che era ideologicamente antastatalista sessantottino e quindi ostile all’intervento dello Stato nell’economia? Non solo: Delors era fissato con la bilancia dei pagamenti, quindi assolutamente non disposto a mettere in discussione il dogma deflazionistico delle teorie economiche ortodosse, cioè liberiste. Lo rammento tanto per citare qualche linea di febbre nell’anamnesi della sinistra europea, altro che il batterio di Rignano. Renzi è solo l’epilogo asino e incolto di una sinistra che già da diversi decenni ha rinciato ad elaborare un pensiero economico autonomo rispetto alla vulgata dei conti in ordine e della minima interferenza dello Stato negli affaracci dei mercati (ma perché, Napolitano non ci ha fatto per anni le balle quadre sui conti in ordine?).

Tornando ai giorni nostri: la sinistra, scissa o unita, se ripercorre i suoi passi per rintracciare dov’è avvenuto il tradimento intellettuale, dove si è arresa agli schemi della destra e dove avrebbe potuto opporre con orgoglio la sua visione, non può che limitarsi a vagiti contro i voucher e al generico proclama di tornare ad ascoltare i deboli e le periferie sociali. Ma che, davero? Non si tratta di ascoltare, si tratta di dire! Dire che il Jobs Act non è una trovata criminale di Renzi, ma  il figlio della teoria economica marginalista, dette impropriamente neoclassica,  secondo la quale il mercato del lavoro è nella condizione di piena occupazione purché si lasci oscillare il salario fino al punto in cui è conveniente per l’imprenditore occupazione aggiuntiva: siccome i sindacati sono rompiballe questo punto non viene raggiunto e quindi c’è disoccupazione. Ma basta che il mercato del lavoro sia flessibile sia in entrata che in uscita e che perciò i salari si attestino al livello desiderato dagli imprenditori grazie alla minaccia dei licenziamenti e vedrete che di lavoro ce ne sarà per tutti (don’t be choosy, eccheccazzo!).

Ma siccome un’elaborazione di teoria economica non ortodossa è presente, benché soffocata dalla litania accademica dell’ortodossia liberista, osare e riscoprirle significa affrontare i tempi attuali con la necessaria radicalità, l’unica in grado di parlare all’umanità massacrata dalla globalizzazione liberista.

Invece del lamento ellenico sugli arcipelaghi e la marginalità delle siniste disunite!