La musica della vita

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di Toni Gaeta  19 giugno 2019

Quest’articolo costituisce la 2^ parte del precedente dedicato al cromosoma Y.

Prima di procedere all’esposizione voglio riportare alcune considerazioni con cui Denis Noble (1) cerca di introdurre il lettore alla comprensione dei suoi argomenti squisitamente biologici:

«La scoperta negli anni 50 della doppia elica del DNA, nonché del codice genetico e le successive ricerche riguardanti l’organizzazione del genoma (in particolare i meccanismi di sintesi delle proteine) hanno fortemente contribuito ad orientare l’opinione pubblica verso il convincimento che i nostri geni siano i principali (se non addirittura gli unici) responsabili del programma della vita. Questo orientamento ‘genocentrico’ ha dominato il campo della divulgazione scientifica per decenni.

Tuttavia, ci sono oggi molte evidenze che dimostrano come i processi biologici cellulari siano più complessi e articolati: in particolare, l’idea che i geni siano i diretti responsabili del ‘fenotipo’ (2) è troppo semplicistica ! Nasce, dunque, la domanda: i geni sono realmente i soli “musicanti” dell’orchestra della vita ?».

Nel suo saggio “La musica della vita – La biologia oltre la genetica” (Bollati Boringhieri) Denis Noble cerca di dimostrare come e perché questa convinzione sia profondamente errata.

Per interpretare correttamente la sua tesi, nel corso della lettura di questo importante testo ho evidenziato un significativo passaggio-chiave:

«Gli scienziati sono propensi ad affezionarsi agli schemi chiari e bel definiti. Non è così per la natura, che è intrinsecamente disordinata. Questo non ci dovrebbe sorprendere, visto che la selezione naturale è stato ed è un processo lungo e casuale, guidato semplicemente da altri processi altrettanto casuali: mutazioni geniche e deriva genetica, condizioni meteorologiche, eventi meteorici e geologici [Darwin e darwinisti confermano]. Perché dunque il risultato [delle ricerche] dovrebbe conformarsi alle nostre convinzioni sulla creazione di un sistema vivente in grado di affrontare con successo la selezione naturale ?».

Il sistema vivente e le relative errate convinzioni, cui Noble fa riferimento, è così sintetizzabile:

– I nostri geni codificano e sintetizzano le proteine; quest’ultime costituiscono la spina dorsale di tutti i percorsi biochimici necessari per la formazione e lo sviluppo delle cellule; queste si organizzano in tessuti (pelle, ossa muscoli, cartilagini, etc), che a loro volta si distinguono e distribuiscono in organi. Va da sé che l’insieme degli organi forma l’intero organismo.-

Come è facile intuire, si tratta di un processo unidirezionale, che dai geni porta in modo lineare, sebbene riduttivo, fino all’intero organismo. Ogni fenomeno che si manifesta in quest’ultimo non sarebbe altro che il “fenotipo” del gene tipizzante.

Tuttavia, chi legge forse si è già posto le domande: si, ma con quali criteri i geni codificano e sintetizzano le proteine, affinché il complesso proteico possa creare i presupposti delle tipologie di cellule per i tessuti e gli organi cui sono destinate ? Esiste una regia di questa meravigliosa attività ? Esiste un programma ?

Queste domande sono del tutto giustificate e comprensibili. Rispondere ad esse significa anche poter capire se, come e perché il cromosoma Y ha possibilità di salvarsi dalla sua apparentemente inarrestabile caduta. Non ci basta sapere che, non essendo presente in coppia, i suoi geni hanno molte più difficoltà di rimediare a scompensi ed errori, non potendo supplire con altri geni similari.

Un’altra affermazione di Noble, tuttavia, apre la porta alla sua importante teoria, che a me sembra trascurata dai cultori del ‘genoma’:

«Il DNA non ci arriva in forma ‘pura’ e incorrotta: deve essere necessariamente ereditato insieme con una cellula uovo completa. Questo significa che ogni effetto ambientale o materno ha possibilità di influenzare sia la cellula uovo del nascituro, sia l’embrione, nelle primissime fasi dello sviluppo. Quindi, quale che sia l’effetto, esso può imprimersi nel genoma o essere addirittura tramandato». [vedi anche natura dei mitocondri].

Per farla breve, Denis Noble non nega il valore ascendente di influenza tra gene e intero organismo. Tuttavia, egli teorizza che, in realtà, ogni fase superiore del complesso biologico sopra descritto può anche essere letto al contrario: ovvero l’organismo nella sua interezza interagisce con ogni singolo organo; quindi anche con i tessuti; poi discendendo fino alle cellule e tutti i loro componenti, geni compresi.

L’aspetto più interessante per il contenuto di questo articolo è l’estensione dell’influenza discendente, anche tra livelli intermedi e finali: ad esempio tra proteine e geni, i quali possono assumere la funzione di “mattoncini”. Questi sarebbero usati di volta in volta per sostenere le necessità delle proteine, in rapporto con le esigenze delle cellule e, quindi, dei tessuti dell’intero organismo, che a sua volta risponde alle sollecitazioni ambientali (maschi e femmine compresi). In linea del tutto teorica si può, quindi, pensare che il complesso delle relazioni biologiche nell’ambito della biosfera possa limitare e forse anche azzerare il deficit genetico del cromosoma Y.

Occorre dunque dire che, se i cambiamenti ambientali hanno sempre fortemente determinato i meccanismi di selezione naturale (selezione della specie), è difficile pensare che i geni siano i veri padroni della biosfera ! Si rischia di perpetuare un approccio deterministico, che può trovare la sua ragion d’essere solo in una fede di tipo religioso, fondata sull’idea di un dio programmatore e regista della vita sulla Terra. Perché poi solo sulla Terra ?

Pertanto, sono convinto che capire le sorti del cromosoma Y, significa sapere quali cambiamenti ambientali possono incidere sul freno e/o sull’arresto della costante diminuzione. In particolare: come detti cambiamenti possono aver agito e agire sugli organismi viventi (Homo in particolare) e come il nostro organismo di Homo Sapiens può a sua volta agire sulla formazione dei cromosomi, in risposta agli stessi cambiamenti ambientali ?

In generale tutti gli studiosi ammettono le influenze di detti cambiamenti sugli organismi degli esseri viventi. Ma pochi si applicano nell’esame dei processi specifici. Una volta ammessa la verità della selezione naturale, quale fondamento della selezione nelle specie, c’è da chiedersi: come esattamente interagiscono i sistemi superiori della biosfera (complesso di tutte le specie animali e vegetali in un dato territorio) con i sistemi inferiori (singole specie animali e vegetali); nonché come il complesso organico di ogni specie nei confronti dei suoi specifici organi, quindi nei confronti delle rispettive cellule e quest’ultime dei rispettivi componenti, cromosomi e geni compresi ?

Ad esempio, dopo l’estinzione dei grandi rettili (dinosauri), tutta la biosfera subì enormi cambiamenti, che facilitarono la crescita dei mammiferi. Quest’ultimi divennero numerosissimi, dando vita a moltissime specie. Tra queste anche i precursori degli ominidi. Si calcola che circa 166 milioni di anni fa il cromosoma Y dei mammiferi avesse le stesse dimensioni del cromosoma X e con le stesse quantità di geni. Cosa può aver indotto alla progressiva riduzione di quest’ultimi nel cromosoma Y ?

L’ipotesi teorica dell’assenza assoluta di un programma (quindi, neppure di un programmatore e/o regista) nell’evoluzione della vita, in tutti i suoli aspetti e componenti, ci porta a dire che: nel complesso biologico vitale tutto concorre nel soccorrere ai danni procurati da scompensi dovuti ad interferenze biologiche e non biologiche.

Proseguendo nell’esempio-ipotesi, nulla ci vieta di supporre che il lento ma deciso prevalere delle specie mammifere abbia richiesto il possesso pieno nel cromosoma Y della stessa quantità di geni del cromosoma X. Tuttavia, allorché tra tutti i mammiferi prevalse il ceppo della specie Homo, le sue proteine non furono più sollecitate a disporre di così tanti geni, già serviti a sostenere massacranti battaglie per la sopravvivenza. La logica evoluzionista, infatti, prevede il trionfo dell’essenziale. Pertanto ai fini riproduttivi, al cromosoma Y non occorrevano e non occorrono più tutti i geni di prima.

Il filosofo evoluzionista Telmo Pievani, per far comprendere bene tale concetto tipicamente darwiniano, parla spesso della “rana pescatrice”: un pesce a volte confuso al ristorante con il rombo o la platessa. Il maschio della rana pescatrice ha proporzioni enormemente più piccole rispetto alla femmina: tali da indurre quest’ultima a permettere a un paio di decine di maschi di attaccarsi al suo corpo, per poter essere utilizzati a scopo sia riproduttivo sia nutritivo, secondo le sue esigenze. Per quello nutritivo la rana pescatrice succhia il contenuto di tutti gli organi dei maschietti, escludendo soltanto quelli finalizzati alla riproduzione. Faranno gli uomini la stessa fine dei maschi di questo pesce femmina “cannibale” ?

Occorre dire che tra gli studiosi c’è chi è convinto della capacità riproduttiva dei geni: circostanza che permetterebbe la continua duplicazione e, quindi, il freno alla costante riduzione in atto nel cromosoma Y. Tuttavia, questa ipotesi ci riconduce alla teoria del gene padrone dei destini umani o a quella un po’ romanzesca esposta da Richard Dawkins nel suo saggio “Il gene egoista” (Oscar Saggi Mondadori). Pertanto e in conclusione, c’è da auspicare che la ricerca scientifica avvalori la tesi che i geni non sono direttori dell’orchestra della vita e si ricongiunga con la ricerca culturale, che dichiara anche le arti, la musica e la creatività più in generale: forme di conoscenza dell’Homo Sapiens. Questi vuole la persistenza dei 2 sessi, pur accogliendo come naturale l’omosessualità femminile.

N.B. Le parole e le frasi tra parentesi quadre, contenute nelle citazioni, sono mie.

  1. – Docente di fisiologia cardiovascolare presso l’Università di Oxford.

  2. – Fenotipo: è ciò che è evidente del vivente. Il suo genotipo invece, è la informazione genetica che è in esso contenuta: quella che ha generato il fenotipo. Tuttavia, solo una parte del genotipo si esprime nel fenotipo.