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Pubblicato il 24 agosto 2014 | di

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La nuova ragione del mondo

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LA NUOVA RAGIONE DEL MONDO. CRITICA DELLA RAZIONALITA’ NEOLIBERISTA – DI PIERRE DARDOT E CHRISTIAN LAVAL – ed. DERIVE APPRODI

da www.deriveaprrodi.org

Che il capitalismo non sia affatto onnisciente e in grado di autoregolarsi è, almeno dalla crisi iniziata nel 2007, sotto gli occhi di tutti. Questo libro dimostra, però, che il caos economico, finanziario e politico di cui siamo testimoni nell’ultimo decennio deriva da una precisa razionalità, sotterranea, diffusa e globale. Si tratta della razionalità del neoliberismo, che oggi arriva a coincidere con quella del capitalismo stesso.
Il libro di Pierre Dardot e Christian Laval – ormai opera di riferimento nel dibattito internazionale – è la prima esaustiva analisi del neoliberismo inteso come razionalità economica, politica e di governo. Con un approccio a cavallo tra diverse discipline (economia politica, filosofia, sociologia del lavoro) i due autori ricostruiscono le premesse teoriche delle dottrine economiche e politiche liberali ripercorrendo le molteplici strade intraprese dal liberalismo per imporsi come vera e propria «ragione del mondo». Nell’erigere la concorrenza a norma universale dei comportamenti, nel fagocitare ogni ambito dell’esistenza umana, del produrre nuove dinamiche di assoggettamento, la razionalità neoliberista finisce con l’erodere le premesse della stessa democrazia. Per questo, solo la comprensione e l’attenta analisi di questa specifica razionalità – dai suoi discorsi sulla libertà individuale alle sue teorie sull’autonomia dei mercati, dalle sue pratiche di controllo a suoi dispositivi di governo dell’individuo attraverso il debito – può consentire di aprire una strada per un altro avvenire.

«Di grandissima erudizione, questo libro è un invito urgente a spingere la critica teorica e sociale dell’ordine esistente ben al di là delle analisi correnti» Le monde diplomatique.

«Per capire il dibattito il libro di Pierre Dardot e Christian Laval sulla “società liberista” offre importanti strumenti di analisi. Una summa di ricerche che sono storia delle idee, filosofia e sociologia» Le monde.

«Un’opera che segnerà uno spartiacque tra i saggi dedicati al neoliberismo» Marianne.

«Un libro che casca a fagiolo di fronte alla crisi che attraversiamo» Le spectacle du monde.

«La nuova ragione del mondo è un libro di teoria, di economia e di narrazione storica. Il suo interesse sta anche nell’essere molto accessibile» Politis.

gli autori:

Christian Laval

Christian Laval, sociologo, svolge attività di ricerca presso l’università di Parigi X. Dal 2004, anima insieme a Pierre Dardot il gruppo di ricerca «Question Marx».

 Pierre Dardot

Pierre Dardot, filosofo e docente, è autore, spesso insieme al collega Christian Laval, di saggi su Marx, Hegel e il capitalismo globale. Di recente pubblicazione in francese, la prestigiosa monografia Marx, prénom Karl (Gallimard 2012).

Un brano dall’introduzione all’edizione italiana

Com’è possibile che nonostante le ripercussioni catastrofiche cui hanno portato le politiche neoliberiste, queste ultime siano sempre più attive, al punto da precipitare interi Stati e società in crisi politiche e regressioni sociali sempre peggiori? Com’è possibile che, negli ultimi trent’anni, queste stesse politiche si siano sviluppate e approfondite senza aver incontrato resistenze sufficienti a metterle in crisi?
La risposta non può ridursi ai semplici aspetti «negativi» delle politiche neoliberiste, ovvero alla distruzione programmata delle regolamentazioni e delle istituzioni.
Il neoliberismo non è semplice distruzione regolativa, istituzionale, giuridica, è almeno altrettanto produzione di un certo tipo di relazioni sociali, di forme di vita, di soggettività. Detto altrimenti, con il neoliberismo ciò che è in gioco è né più né meno la forma della nostra esistenza, cioè il modo in cui siamo portati a comportarci, a relazionarci agli altri e a noi stessi. Il neoliberismo definisce una precisa forma di vita nelle società occidentali e in quelle società che hanno scelto di seguire le prime sul cammino della cosiddetta “modernità”. Questa norma impone a ognuno di vivere in un universo di competizione generalizzata, prescrive alle popolazioni di scatenare le une contro le altre una guerra economica, organizza i rapporti sociali secondo un modello di mercato, arriva a trasformare perfino l’individuo, ormai esortato a concepire se stesso come un’impresa.
Da pressoché un terzo di secolo, questa norma esistenziale presiede alle politiche pubbliche, governa le relazioni economiche mondiali, trasforma la società e rimodella la soggettività. Le circostanze di un simile successo normativo sono state descritte di frequente. A volte privilegiando l’aspetto politico (la conquista del potere da parte delle forze neoliberiste), a volte quello economico (l’ascesa del capitalismo finanziario globalizzato), altre l’aspetto sociale (l’individualizzazione dei rapporti sociali a scapito delle forme di solidarietà collettiva, l’estrema polarizzazione tra ricchi e poveri), altre ancora quello soggettivo (la comparsa di una nuova tipologia di soggetto, lo sviluppo di nuove patologie psichiche). Si tratta di dimensioni complementari alla nuova ragione del mondo. Con questo dobbiamo intendere che siamo di fronte a una ragione globale nel duplice senso del termine: una ragione che di colpo diventa valida su scala mondiale e una ragione che, lungi dal limitarsi alla sfera economica, tende a totalizzare, cioè a “fare mondo”, con un proprio specifico potere di integrazione di tutte le dimensioni dell’esistenza umana. La ragione del mondo è anche, contemporaneamente, una «ragione-mondo».

un estratto dal tredicesimo capitolo, tratto da IL RASOIO DI OCCAM

La concezione che vede nella società un’impresa costituita di imprese non può non generare una nuova norma soggettiva, che non corrisponde più esattamente a quella del soggetto produttivo delle società industriali. Il soggetto neoliberista in via di formazione – di cui vorremmo ora tratteggiare alcune delle caratteristiche principali – è in relazione con un dispositivo di prestazione e godimento che è l’oggetto di numerose ricerche. Non mancano oggi le descrizioni dell’uomo «ipermoderno», «incerto», «flessibile», «precario», «senza gravità». Queste ricerche preziose, e spesso convergenti, all’incrocio tra psicanalisi e sociologia, rendono conto di una nuova condizione dell’uomo, che si rifletterebbe secondo alcuni fino all’economia psichica stessa.

Da una parte numerosi psicanalisti dichiarano di avere in cura pazienti affetti da sintomi che testimoniano di una nuova era del soggetto. Il nuovo stato soggettivo è spesso rapportato nella letteratura clinica a categorie vaste come l’«era della scienza» o il «discorso capitalista». Il fatto che una prospettiva storica si sostituisca a una strutturale non stupirà i lettori di Lacan, per il quale il soggetto della psicanalisi non è una sostanza eterna né una costante trans­storica, ma l’effetto di discorsi inscritti nella storia e nella società[1]. Dall’altra, in campo sociologico, la trasformazione dell’«individuo» è un fatto innegabile. Ciò che viene designato il più delle volte con il termine ambiguo di «individualismo» fa riferimento talvolta a mutazioni morfologiche, nella tradizione di Durkheim, talvolta all’espansione dei rapporti mercificati, nella tradizione marxista, tal volta ancora all’estensione della razionalizzazione a tutti i campi dell’esistenza, secondo un filo più weberiano.

Psicanalisi e sociologia registrano dunque ciascuna a suo modo una mutazione del discorso sull’uomo che può essere rapportata, come in Lacan, da un lato alla scienza e dall’altro al capitalismo: è proprio un discorso scientifico che dal XVII secolo comincia a enunciare cosa sia l’uomo e cosa debba fare ed è proprio per fare dell’uomo quell’animale produttivo e consumatore, quell’es­sere di fatiche e bisogni, che un nuovo discorso scientifico ha cercato di ridefinire il metro umano. Ma tale quadro assai generale è ancora insufficiente per spiegare come una nuova logica normativa abbia potuto imporsi nelle società occidentali. In particolare, non mette a fuoco le inflessioni che la storia del soggetto occidentale ha potuto subire negli ultimi tre secoli, e meno ancora le trasformazioni in corso che possono essere messe in relazione con la razionalità neoliberista.

Il nuovo soggetto, se di nuovo soggetto si tratta, deve essere colto nelle pratiche discorsive e istituzionali che alla fine del XX secolo hanno prodotto la figura dell’uomo-impresa, o «soggetto imprenditoriale», favorendo l’imposizione di una fitta trama di sanzioni, incentivi e coinvolgimenti che generano comportamenti psichici di un tipo nuovo. Portare a compimento l’obiettivo di riorganizzare da cima a fondo la società, le imprese e le istituzioni tramite la moltiplicazione e l’intensificazione dei meccanismi, delle relazioni e dei comportamenti di mercato, tutto questo non può non implicare una trasformazione dei soggetti. L’uomo benthamiano era l’uomo calcolatore del mercato e l’uomo produttivo delle organizzazioni industriali. L’uomo del neoliberismo è competitivo, completamente immerso nella competizione mondiale. Di questa trasformazione si è parlato continuamente nelle pagine precedenti. Si tratta ora di descriverne più sistematicamente le forme molteplici.

Il soggetto plurale e la separazione delle sfere

Da dove cominciare? Per molto tempo, il soggetto occidentale che chiamiamo «moderno» è stato sottoposto a regimi normativi e registri politici insieme eterogenei e conflittuali gli uni rispetto agli altri: la sfera del costume e della religione delle società del passato, la sfera della sovranità politica, la sfera degli scambi commerciali. Il soggetto occidentale viveva dunque in tre spazi diversi: quello delle occupazioni e delle credenze di una società ancora rurale e cristianizzata, quello degli Stati nazionali e della comunità politica, quello del mercato monetario del lavoro e della produzione. Tale ripartizione è stata fluida sin dall’inizio, e la posta in gioco dei rapporti di forza e delle strategie politiche consisteva proprio nel fissarne o modificarne le frontiere. Le grandi lotte che riguardavano la natura stessa del regime politico ne danno un’espressione curiosamente condensata. Più importanti, ma più difficili da af­ferrare, sono le progressive modificazioni dei rapporti umani, le trasformazioni delle pratiche quotidiane indotte dalla nuova economia, gli effetti soggettivi delle nuove relazioni sociali nello spazio commerciale e delle nuove relazioni politiche nello spazio della sovranità.

Le democrazie liberali sono state sistemi dalle tensioni molteplici e dalle spinte divergenti. Senza entrare in considerazioni che oltrepassano i nostri scopi, possiamo descriverle come regimi che permettevano e rispettavano entro certi limiti un funzionamento eterogeneo del soggetto, ovvero assicuravano al contempo la separazione e l’interconnessione delle diverse sfere della vita. Tale eterogeneità si manifestava nella relativa indipendenza delle istituzioni, delle regole, delle norme morali, religiose, politiche, economiche, estetiche e intellettuali. Ciò non significa che le caratteristiche di equilibrio e «tolleranza» esauriscano la natura del movimento che le ha animate. Due grandi spinte parallele sono coesistite: la democrazia politica e il capitalismo. Allora l’uomo moderno si è sdoppiato: il cittadino con i suoi diritti inalienabili e l’uomo economico guidato dall’interesse, l’uomo come fine e l’uomo come mezzo. La storia di questa «modernità» ha consacrato uno squilibrio verso il secondo polo. Se si volesse privilegiare lo sviluppo, anche se contrastato, della democrazia, come fanno certi autori[2], si perderebbe di vista l’asse principale che, ciascuno a suo modo, Marx, Weber e Polanyi hanno messo in evidenza: lo spiegamento di una logica generale dei rapporti umani sottomessi alla regola del profitto massimale.

Non tralasceremo a questo punto tutte le modificazioni generate nel soggetto proprio a partire dallo stesso rapporto mercificato. Marx, insieme ad altri ma forse meglio di altri, ha evidenziato gli effetti dissolutivi del mercato sui legami umani. Con l’urbanizzazione, la mercificazione dei rapporti sociali è stata uno dei fattori più potenti dell’emancipazione dell’individuo dalle tradizioni, le radici, l’attaccamento familiare e le personali fedeltà. La grandezza di Marx è stata mostrare che tale libertà soggettiva veniva al prezzo di una nuova forma di assoggettamento alle leggi impersonali e incontrollabili della valorizzazione del capitale. L’individuo liberale poteva sì, come il soggetto di Locke proprietario di se stesso, credere di godere di tutte le sue facoltà naturali, dell’esercizio libero della ragione e della volontà, poteva sì proclamare al mondo la sua irriducibile autonomia: restava pur sempre un ingranaggio dei grandi meccanismi che l’economia classica aveva cominciato ad analizzare.

Questa mercificazione espansiva ha assunto nei rapporti umani la forma generale della contrattualizzazione. I contratti volontari impegnano persone libere: contratti pur sempre garantiti dagli organismi sovrani si sono così sostituiti alle forme istituzio­nali dell’alleanza e della filiazione e, più in generale, alle vecchie forme della reciprocità simbolica. Il contratto è divenuto più che mai il suggello di tutte le relazioni umane. Di modo che l’individuo ha sempre più sperimentato nel suo rapporto con gli altri la propria piena e intera libertà di impegno volontario, percependo la società come un insieme di rapporti associativi tra persone dotate di diritti sacrosanti. È questo il nocciolo di quello che chiamiamo «individualismo» moderno.

Si trattava, come spiega Durkheim, di una bizzarra illusione, dal momento che nel contratto c’è sempre qualcosa di più che il semplice contratto: senza lo Stato come garante, non esisterebbe alcuna libertà personale. Ma si può anche aggiungere, con Foucault, che dietro il contratto c’è sempre qualcosa di diverso dal contratto, o ancora che dietro la libertà soggettiva c’è sempre qualcosa di diverso dalla libertà soggettiva. È una concatenazione di processi di normalizzazione e di tecniche disciplinari che costituiscono quello che potremmo chiamare dispositivo d’efficienza. I soggetti non si sarebbero mai «convertiti» spontaneamente alla società industriale e commerciale con la sola propaganda del libero scambio, né con le sole attrattive dell’arricchimento personale. Si saranno dovuti ideare e applicare, «tramite una strategia senza stratega», i modelli di educazione dello spirito, di controllo del corpo, di organizzazione del lavoro, di abitazione, di riposo e di svago che erano la forma istituzionale del nuovo ideale dell’uomo, al contempo individuo calcolatore e lavoratore produttivo. È il dispositivo d’efficienza ad aver fornito alle attività economiche le «risorse umane» necessarie, ad aver prodotto senza sosta le anime e i corpi adatti a funzionare nel grande circuito della produzione e del consumo. In una parola, la nuova normatività delle società capitaliste si è imposta tramite una normalizzazione soggettiva di un tipo preciso.

Foucault ha fornito una prima cartografia, peraltro problematica, di questo processo. Il principio generale del dispositivo d’efficienza non è tanto, come è stato detto anche troppo, un «addestramento del corpo» quanto una «gestione delle menti». O forse bisognerebbe dire che l’azione disciplinare sul corpo è stata solo un momento e un aspetto del modellamento di una certa modalità di funzionamento soggettivo. Il Panopticon di Bentham è in effetti particolarmente emblematico di tale modellamento soggettivo. Il nuovo governo degli uomini penetra fino al loro pensiero, lo accompagna, lo orienta, lo stimola, lo educa. Il potere non è più soltanto volontà sovrana, ma, come dice giustamente Bentham, si fa «metodo obliquo» o «legislazione indiretta», destinata a pilotare gli interessi. Postulare la libertà di scelta, suscitarla, costituirla praticamente, presuppone che gli individui siano guidati come da una «mano invisibile» a fare le scelte che saranno proficue per ciascuno e per tutti. Sullo sfondo di questa rappresentazione non si trova tanto un grande ingegnere, sul modello dell’Orologiaio supremo, quanto una macchina idealmente autonoma che trova in ogni soggetto un ingranaggio pronto a soddisfare i bisogni della catena complessiva. Ma l’ingranaggio bisogna fabbricarlo e mantenerlo.

Il soggetto produttivo fu il capolavoro della società industriale. Il problema non era soltanto aumentare la produzione materiale, bisognava anche che il potere si ridefinisse come essenzialmente produttivo, come uno stimolatore della produzione i cui limiti sarebbero stati definiti solo dagli effetti della sua azione sulla produzione. Questo potere essenzialmente produttivo aveva per controparte il soggetto produttivo: non solo il lavoratore, ma il soggetto che in tutti i campi della sua esistenza produce benessere, piacere, felicità. Molo presto l’economia politica ha trovato corrispondenza in una psicologia scientifica che descriveva un’economia psichica a essa omogenea. Già dal XVIII secolo meccanica economica e psico-fisiologia delle sensazioni si pro­mettono amore eterno. È questo senza dubbio l’incrocio definitivo che disegnerà la nuova economia dell’uomo governato dai piaceri e dai dolori. Governato e governabile dalle sensazioni: l’individuo considerato nella sua libertà è un irriducibile briccone, un «delinquente potenziale», un essere mosso prima di tutto dal proprio interesse. La nuova politica si inaugura con il monumento panottico innalzato alla gloria della sorveglianza di ciascuno da parte di tutti e di tutti da parte di ciascuno.

Ma perché, domanderà forse qualcuno, sorvegliare i soggetti e massimizzare il potere? La risposta veniva da sé: per la produzione della massima felicità. Intensificazione degli sforzi e dei risultati, minimizzazione delle spese inutili, è questa la legge dell’efficienza. Fabbricare uomini utili, docili nel lavoro, inclini al consumo, fabbricare l’uomo efficiente, ecco cosa si delinea, eccome, già dall’opera di Bentham. Ma l’utilitarismo classico, a dispetto del suo formidabile lavoro di demolizione delle vecchie categorie, non è venuto a capo della pluralità interna al soggetto[3]come della separazione delle sfere cui corrispondeva tale pluralità. Il principio di utilità, la cui vocazione omogeneizzante era esplicita, non è riuscito ad assorbire tutti i discorsi e tutte le istituzioni, proprio come l’equivalente generale della moneta non è riuscito a introdursi in tutte le attività sociali. È proprio il carattere plurale del soggetto e la separazione delle sfere pratiche a essere oggi in questione.

La modellizzazione della società attraverso l’impresa

Il primo passo, come si è detto, è stato l’invenzione dell’uomo del calcolo che esercita su se stesso lo sforzo di massimizzazione dei piaceri e delle pene reso necessario dall’esistenza di rapporti interessati tra gli individui. Le istituzioni servivano a formare e inquadrare i soggetti refrattari a questo tipo di esistenza e a far convergere interessi diversi. Ma i discorsi delle istituzioni, a cominciare da quello politico, erano lungi dall’essere univoci. L’utilitarismo non si è imposto come unica dottrina legittima, tutt’altro. I principi sono rimasti misti, e alla fine del XIX secolo nelle relazioni economiche hanno fatto la loro comparsa considerazioni «sociali», diritti «sociali», politiche «sociali» che hanno limitato in modo significativo la logica accumulatrice del capitale e hanno contrastato la concezione strettamente contrattualista degli scambi sociali. La costruzione degli Stati nazionali ha continuato a inscriversi nelle vecchie espressioni della tradizione legista e in forme politiche estranee all’ordine della produzione. In una parola, la norma dell’efficienza economica è stata circoscritta da discorsi difformi, la nuova razionalità dell’uomo economico è rimasta mascherata e confusa dal groviglio delle teorie.

Al contrario, il momento neoliberista è caratterizzato da un’omogeneizzazione del discorso dell’uomo intorno alla figura dell’impresa. La nuova figura del soggetto opera un’unificazione senza precedenti delle forme plurali della soggettività che la democrazia liberale tollerava e di cui sapeva servirsi all’occorrenza per perpetuare la propria esistenza.

Diverse tecniche contribuiscono ormai alla fabbricazione del nuovo soggetto unitario, che chiameremo indifferentemente «soggetto imprenditoriale» o «soggetto neoliberista», o, più semplicemente ancora, neo-soggetto[4]. Non abbiamo più a che fare con le vecchie discipline votate ad addestrare il corpo e piegare le menti con la forza per renderle più docili, metodologia istituzionale già da tempo in crisi. Il problema oggi è governare un essere la cui soggettività deve essere integralmente coinvolta nell’attività che gli è assegnata. Con questo scopo, è necessario riconoscere tra le sue parti costituenti quella irriducibile del desiderio. Le grandi professioni di fede sull’importanza del «fattore umano» che pullulano nella letteratura del neo-management devono essere lette sotto la luce di un nuovo tipo di potere: non si tratta più tanto di riconoscere che l’uomo nel lavoro resta pur sempre un uomo, che non si riduce mai allo statuto di oggetto passivo, quanto di vedervi il soggetto attivo che deve partecipare totalmente, impegnarsi pienamente, dedicare tutto se stesso all’attività professionale. Il soggetto unitario è quindi il soggetto del coinvolgimento personale completo. L’obiettivo del nuovo potere è la volontà dell’individuo di realizzarsi, il progetto che si vuole portare avanti, la motivazione che anima il «collaboratore» dell’impresa, in parole povere il desiderio, sotto tutti i nomi che gli si possono attribuire. L’essere desiderante non è solo il punto di applicazione del potere, è la propaggine dei dispositivi di controllo dei comportamenti. Perché lo scopo delle nuove pratiche di fabbricazione e gestione del soggetto è far sì che l’individuo lavori per l’impresa come farebbe per se stesso, sopprimendo così ogni sentimento di alienazione come ogni distanza tra l’individuo e l’impresa che lo assume. Egli deve migliorare la propria efficienza, intensificare i propri sforzi, come se l’autocontrollo venisse spontaneamente, come se questa con­dotta fosse imposta dall’interno dall’ordine imperioso del deside­rio a cui non c’è modo di resistere.

Le nuove tecniche dell’«impresa di se stessi» arrivano senza dubbio al colmo dell’alienazione pretendendo di sopprimere il sentimento dell’alienazione: obbedire al proprio desiderio e all’Altro che ci sussurra da dentro è la stessa cosa. In questo senso si può definire il management moderno come un governo «lacaniano»: il desiderio del soggetto è il desiderio dell’Altro. Proprio a questo tende la costruzione dei numi tutelari del mercato, dell’impresa e del denaro. Ma questo è soprattutto reso possibile da tecniche raf­finate di motivazione, incentivo e stimolazione.

La «cultura d’impresa» e la nuova soggettività

La governamentalità imprenditoriale dipende da una razionalità complessiva che trae la propria forza dal suo particolare carattere inglobante, poiché permette di descrivere le nuove aspirazioni e le nuove condotte dei soggetti, di prescrivere le modalità di controllo e influenza che devono essere esercitate su di essi nei loro comportamenti, di ridefinire gli obiettivi e le forme dell’azione pubblica. Dal soggetto allo Stato passando per l’impresa, uno stesso discorso permette di definire l’uomo per come vuole «realizzare» la propria esistenza ma anche per come deve essere guidato, incitato, formato, potenziato (empowered) per raggiungere i suoi obiettivi. In altri termini, la razionalità neoliberista produce il soggetto di cui ha bisogno servendosi dei mezzi per governarlo affinché si comporti davvero come un’entità in competizione che deve massimizzare i risultati esponendosi ai rischi da affrontare e assumendosi la totale responsabilità di eventuali fallimenti. Il governo di sé nell’era neoli­berista si chiama «impresa». E dunque il «governo di sé imprenditoriale» non coincide – anzi, è molto di più – con la «cultura d’impresa» di cui abbiamo parlato più sopra. Certo la valorizzazione ideologica del modello dell’impresa ne fa parte, certo l’impresa è presentata sempre come il luogo di maturazione dell’individuo, come l’organismo nel quale possono finalmente congiungersi il desiderio di realizzazione, il benessere materiale, il successo commerciale e finanziario della «comunità» di lavoro e il loro contributo alla prosperità generale della popolazione. Così il nuovo management ambisce a superare sul piano immaginario la contraddizione segnalata a suo tempo da Daniel Bell tra i valori edonisti del consumo e i valori ascetici del lavoro[5]. Ma cedere a tale seduzione sarebbe un grave errore. Così come la filantropia del XVIII secolo accompagnava con parole dolci la realizzazione delle nuove tecnologie di po­tere, gli argomenti umanitari ed edonisti della moderna gestione degli uomini accompagnano l’adozione di tecniche volte a produrre forme di assoggettamento nuove e più efficaci. Queste, per quanto nuove, sono impregnate della più sorda e classica delle violenze sociali caratteristiche del capitalismo: la tendenza a trasformare il lavoratore in semplice mercanzia. L’erosione progressiva dei diritti riconosciuti al lavoratore, l’insicurezza instillata poco a poco in tutti i salariati tramite le «nuove forme di occupazione» precarie, provvisorie e temporanee, la maggiore facilità del licenziamento, l’indebolimento del potere d’acquisto fino all’impoverimento di interi settori delle classi popolari, sono altrettanti elementi che hanno rafforzato considerevolmente la dipendenza dei lavoratori dai loro datori di lavoro. In un contesto di paura sociale l’adozione del neo-management nelle imprese è stata molto più facile. A questo proposito, la «naturalizzazione» del rischio caratteristica del discorso neoliberista e l’esposizione sempre più diretta dei salariati alle fluttuazioni del mercato per via dell’indebolimento delle protezioni e dei meccanismi di solidarietà collettiva, sono due facce della stessa medaglia. Riportando i rischi sui lavoratori, producendo una percezione più acuta del sentimento del rischio, le imprese hanno potuto esigere da loro una disponibilità e un impegno ben più significativi. Ciò non significa che il neomanagement non abbia nulla di nuovo, e che il capitalismo sia in fondo sempre uguale a se stesso. La grande novità sta al contrario nel modellamento con il quale gli individui vengono preparati a sopportare le nuove condizioni imposte, nel fatto che essi stessi contribuiscono con il proprio comportamento a inasprire e cristallizzare tali condizioni. In una parola, la novità sta nell’«effetto a catena» per cui i «soggetti intraprendenti», una volta prodotti, riproducono a loro volta, allargano, rafforzano i rapporti di reciproca competizione, imponendosi così, nella logica di un processo autorealizzatore, un adattamento soggettivo crescente alle condizioni sempre più dure che essi stessi hanno prodotto.

È quello che sfugge a Luc Boltanski e Ève Chiapello in Le nouvel esprit du capitalisme[6]. Analizzando l’ideologia che, secondo la loro definizione, «giustifica l’adesione al capitalismo»[7], tendono a prendere per oro colato ciò che il nuovo capitalismo stesso ha detto di sé nella letteratura manageriale degli anni Novanta. Certo va sottolineato come tale letteratura abbia recuperato un certo tipo di critica della burocrazia, dell’organizzazione e della gerarchia, servendosene per attaccare il vecchio modello di potere fondato sulla gestione di titoli, di statuti e di carriere. Ed è altrettanto importante evidenziare fino a che punto l’apologia dell’incertezza, della reattività, della flessibilità, della creatività e della rete costituisca una rappresentazione coerente, gravida di promesse, che favorisce l’adesione dei lavoratori salariati al modello «connessionista» del capitalismo.

Ma limitarsi a questi aspetti significa considerare soltanto l’immagine seduttrice e strettamente retorica delle nuove modalità di potere. Significa dimenticare che queste ultime costituiscono tramite tecniche specifiche una soggettività particolare. In una parola, sottovalutare l’aspetto propriamente disciplinare del discorso manageriale, prendendo troppo alla lettera il suo argomentario. A questa sottovalutazione corrisponde la sopravvalutazione dell’ideologia della «crescita» individuale in una tesi tutto sommato assai unilaterale, che fa derivare il «nuovo spirito del capitalismo» dalla «critica artista» sessantottina. Ora, quello che le evoluzioni del mondo del lavoro fanno emergere sempre di più, è proprio l’importanza decisiva delle tecniche di controllo nel governo delle condotte. Il neo-management non è antiburocratico. Rappresenta una fase nuova, più sofisticata, più individualizzata, più competi­tiva della razionalizzazione burocratica, e non è che per un effetto d’illusione se si è appoggiata alla «critica artista» del ’68 per assicurare il mutamento da una forma di potere organizzativo a un’altra. Non siamo usciti dalla «gabbia d’acciaio» dell’economia capitalista di cui parlava Weber. Per certi versi, si dovrebbe dire piuttosto che a ciascuno viene imposto di costruire, per conto proprio, una piccola «gabbia d’acciaio» individuale.

Il nuovo governo dei soggetti presuppone in effetti che l’impresa non sia prima di tutto una «comunità» o un luogo di crescita, ma uno strumento e uno spazio di competizione. Essa è presentata innanzitutto come luogo ideale di tutte le innovazioni, del cambiamento permanente, dell’adattamento continuo alle variazioni della domanda del mercato, della ricerca dell’eccellenza, della «perfezione». Viene così imposto al soggetto di conformarsi interiormente, con un lavoro costante su se stesso, a questa immagine: deve badare costantemente a essere il più efficiente possibile, a dimostrarsi totalmente dedito al proprio lavoro, a perfezionarsi in un continuo apprendistato, ad accettare la maggiore flessibilità richiesta dai cambiamenti incessanti imposti dal mercato. Esperto di se stesso, datore di lavoro di se stesso, inventore di se stesso, imprenditore di se stesso: la razionalità neoliberista spinge l’io a mutare per rinforzarsi e sopravvivere nella competizione. In qualsiasi attività va vista una produzione, un investimento, un calcolo dei costi. L’economia diviene disciplina personale. Margaret Thatcher ha dato la formula più trasparente di questa razionalità: «Economics are the method. The object is to change the soul»[8].

Le tecniche di gestione (valutazione, progetto, normalizzazione delle procedure, decentralizzazione) permetterebbero di oggettivare l’adesione dell’individuo alla norma di condotta che gli è imposta, di valutare tramite le griglie e gli altri strumenti di registrazione del dashboard il suo coinvolgimento soggettivo, pena sanzioni quali il licenziamento, la riduzione del salario, il rallenta­mento della carriera[9]. Sotto il totale arbitrio, naturalmente, di una gerarchia incaricata di manipolare categorie psicologiche che ga­rantirebbero l’obiettività della misura delle competenze e delle prestazioni. L’essenziale, tuttavia, non è l’attendibilità della misura, ma il tipo di potere esercitato «in profondità» sul soggetto invitato a «offrirsi senza riserve», a «superare se stesso» per l’impresa, a «motivarsi» sempre di più per meglio soddisfare il cliente, e dunque costretto, dal tipo di contratto che lo lega all’impresa e dalle modalità di valutazione a cui è sottoposto, a dimostrare il proprio coinvolgimento personale nel lavoro.

La razionalità imprenditoriale presenta l’incomparabile vantaggio di riunire tutte le relazioni di potere nella trama di un unico discorso. Il lessico dell’impresa cela in sé un alto potenziale di uni­ficazione dei diversi «regimi di esistenza», il che spiega perché i governi l’abbiano ampiamente adoperato. Permette in particolare di riallacciare gli scopi della politica portata avanti con tutte le componenti della vita sociale e individuale[10]. L’impresa non è dun­que soltanto un modello generale da imitare, ma anche una certa attitudine da stimolare nel bambino e nello studente, un’energia potenziale da sollecitare nel lavoratore, un modo di essere che è allo stesso tempo prodotto dei cambiamenti istituzionali e produttore di migliorie in tutti i campi. Stabilendo una corrispondenza strettissima tra il governo di sé e il governo delle società, l’impresa definisce una nuova etica, ovvero una certa disposizione interiore, un certo ethos da incarnare per una sorveglianza di sé che le procedure di valutazione devono rafforzare e verificare.

In questo senso si può dire che il primo comandamento dell’etica imprenditoriale è «aiutati da solo», in altre parole un’etica del self-help. Qualcuno forse puntualizzerà, giustamente, che un’etica del genere non è nuova, che si ritrova già nel capitalismo delle origini. Se ne trova la formulazione già in Benjamin Franklin e meglio ancora, un secolo dopo, in Samuel Smiles, autore del best-seller mondiale Self-Help, pubblicato nel 1859. Quest’ultimo puntava essenzialmente sull’energia dell’individuo che doveva essere lasciata più libera possibile. Ma si limitava all’etica individuale, la sola determinante ai suoi occhi. Non immaginava, allora, che il self-help potesse essere altro che una forza morale che ciascuno doveva sviluppare per sé, e soprattutto che sarebbe diventato una modalità di governo politico[11]. Era anzi convinto del contrario, fondandosi su una rigida separazione della sfera privata dalla sfera pubblica: «Il governo di fuori importa, relativamente, ben poco, al governo di dentro»[12]. La grande novità della tecnologia neoliberista sta nel mettere direttamente in relazione la maniera di «governare gli uomini» alla ma­niera dell’uomo di «governare se stesso».

Pierre Dardot, filosofo e docente, è autore, spesso insieme al collega Christian Laval, di saggi su Marx, Hegel e il capitalismo globale. Di recente pubblicazione in francese, la prestigiosa monografia Marx, prénom Karl (Gallimard 2012).

Christian Laval, sociologo, svolge attività di ricerca presso l’università di Parigi X. Dal 2004, anima insieme a Pierre Dardot il gruppo di ricerca «Question Marx».

NOTE

[1] A volercisi soffermare, si potrebbe mostrare come Lacan abbia indicato a diverse riprese nei suoi scritti e nei suoi seminari l’importanza della svolta utilitarista nella storia occidentale. Cfr. J. Lacan Scritti, a cura di G. Contri, Einaudi, Torino 1974, p. 116.

[2] Cfr. supra la discussione del punto di vista di Marcel Gauchet nel capitolo 5.

[3] Come si è visto più sopra (infra, capitolo 3, in particolare la nota 92), il pensiero di John Locke non trascura la differenziazione del soggetto in soggetto d’interesse, soggetto giuridico, soggetto religioso, ecc. A suo modo, l’influenza persistente di quest’idea, a dispetto dell’egemonia dell’utilitarismo, testimonia di una certa forma di resistenza alla sussunzione del soggetto sotto il regime esclusivo dell’interesse.

[4] Riprendiamo in un’accezione personale il neologismo proposto da Jean-Pierre Lebrun nel suo La Perversion ordinaire. Vivre ensemble sans autrui, Denoël, Paris 2007.

[5] D. Bell, The Cultural Contradictions of capitalism, Basic Books, New York 1976; trad. it parziale in D. Bell – R. Boudon, Le contraddizioni culturali del capitalismo, BDL, Torino 1978, «L’economia della famiglia pubblica», pp. 6-93.

[6] L. Boltanski – È. Chiapello, Le nouvel esprit du capitalisme, cit.

[7] Ivi, p. 42.

[8] «Sunday Times», 7 maggio 1988 (il corsivo è nostro).

[9] Un certo numero di ricerche hanno insistito in particolare sugli strumenti di gestione volti a fondare l’abnegazione dei lavoratori dipendenti alle esigenze dell’impresa su meccanismi di identificazione, interiorizzazione e colpevolizzazione. Il management di progetto è una maniera «morbida» di imporre al dirigente e al salariato in generale di provare costantemente la loro fedeltà e il loro rispetto delle aspettative di prestazione. Cfr. ad esempio D. Courpasson, Régulation et gouvernement des organisations. Pour une sociologie de l’action managériale, «Cahiers de recherches», Groupe ESC Lyon, 1996, e L’Action contrainte. Organisations libérales et domination, PUF, Paris 2000.

[10] Cfr. N. Rose, Inventing Ourselves. Psychology, Power and Personhood, Cambridge Uni­versity Press, Cambridge 1996, p. 154.

[11] S. Smiles, Aiutati che Dio t’aiuta!, trad. it. F. Verdinois, Avitabile, Napoli 1912. L’argo­mento è così riassunto nella prefazione all’edizione francese: «Nella vita, il benessere e la felicità individuali sono sempre dovuti ai nostri sforzi, alla cura più o meno diligente che mettiamo nel coltivare, disciplinare, controllare le nostre attitudini, e soprattutto all’one­sto e coraggioso compimento del dovere, che è la vera gloria del carattere individuale».

[12] Ivi, p. 4.

[11] M. Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione, Feltrinelli, Milano 2005., p. 173.

[12] L’autrice aggiunge subito dopo che «la prima fa riferimento all’esercizio del potere, mentre la seconda a un ordine di credenze popolari che può corrispondere perfettamente alla prima o meno, e che può addirittura costituire un punto di resistenza alla governamentalità», W. Brown, Neoliberalism and the End of Liberal Democracy, cit., p. 49

[13] Ivi, p. 143, nota 5 [«the high moral tone»]. Va osservato che l’autrice parla nella stessa nota del neoconservatorismo come di un’«ideologia»: «Neoliberalism and neoconservatism are quite different, not least because the former functions as a political rationality while the latter remains an ideology». Mentre in un altro recente saggio, intitolato American Nightmare: Neoliberalism, Neoconservatism, and De-Democratization («Political Theory», XXXIV, n. 6, 2006, pp. 690-714), la Brown parla del neoliberismo e del neoconservatorismo come di due «razionalità politiche». Per quanto ci riguarda, crediamo che nessuna simmetria tra razionalità neoliberista e ideologia neoconservatrice sia possibile.

[14] L’impresa costituisce lo «zoccolo etico-politico» del neoliberismo. In effetti già in Röpke, agli albori del pensiero neoliberista, la forma-impresa è concepita come forma di «moralizzazione-responsabilizzazione» dell’individuo (cfr. capitolo 7).

un estratto dall’ultimo capitolo, tratto da LE PAROLE E LE COSE

La fine della democrazia liberale

Quali sono gli aspetti fondamentali che caratterizzano la ragione neoliberista? Alla fine di questo studio, possiamo identificarne quattro.

Primo, al contrario di quello che affermano gli economisti classici, il mercato non è un dato naturale ma una realtà costruita, che come tale richiede l’intervento attivo dello Stato e la realizzazione di un sistema di diritto specifico. In questo senso, il discorso neoliberista non è direttamente connesso con un’ontologia dell’ordine commerciale. Perché lungi dal cercare la propria legittimazione in un certo «corso naturale delle cose», esso assume deliberatamente e apertamente il proprio carattere di «progetto costruttivista»[1].

Secondo, l’essenza dell’ordine di mercato non sta nello scambio, ma nella concorrenza, definita essa stessa come rapporto di disparità tra unità di produzione distinte, o «imprese». Costruire il mercato implica di conseguenza la generalizzazione della concorrenza come norma delle pratiche economiche[2]. A questo proposito vanno riconosciute le conseguenze della prima lezione degli ordoliberali: la missione dello Stato, ben oltre il ruolo tradizionale di «guardiano notturno», è realizzare l’«ordine-quadro» a partire dal principio «costituente» della concorrenza, e poi «vigilare sul quadro generale»[3] e verificare che tutti gli agenti economici lo rispettino.

Terzo, e ancora più innovativo sia rispetto al primo liberalismo che al liberalismo «riformatore» degli anni 1890-1920, lo Stato non è solo un guardiano che vigila sul quadro, ma è esso stesso sottoposto nella propria azione alla norma della concorrenza. Seguendo l’ideale di una «società di diritto privato»[4], non c’è ragione per cui lo Stato dovrebbe far eccezione alle regole di diritto che deve far applicare. Al contrario, qualsiasi forma di autoesenzione o autoderoga da parte sua non può che squalificarlo dal ruolo di guardiano inflessibile di tali regole. Dal primato assoluto del diritto privato risulta uno svuotamento progressivo di tutte le categorie del diritto pubblico, disattivato a livello operativo senza essere smantellato formalmente. Lo Stato oramai è tenuto a considerarsi come un’impresa, sia nel suo funzionamento interno che nelle sue relazioni con gli altri Stati. Così lo Stato, cui è affidata la costruzione del mercato, deve al tempo stesso costruirsi secondo le norme del mercato.

Quarto, l’esigenza di universalizzazione della norma della concorrenza supera di molto le frontiere dello Stato, e tocca direttamente gli individui nel loro rapporto con se stessi. La «governamentalità imprenditoriale», che deve prevalere al livello dell’azione statale, trova un naturale prolungamento nel governo di sé dell’«individuoimpresa ». Ovvero, più correttamente, lo Stato imprenditoriale, come gli attori privati della governance, deve condurre indirettamente gli individui a gestire se stessi come imprenditori. La modalità governamentale propria del neoliberismo comprende dunque «l’insieme delle tecniche di governo che oltrepassano l’azione statale in senso stretto, e organizzano il modo di gestire se stessi degli individui »[5]. L’impresa è promossa al rango di modello di soggettivazione: siamo tutti imprese da gestire e capitali da far fruttare. […]

Un dispositivo di natura strategica

Il fatto essenziale è che il neoliberismo è divenuto oggi la razionalità dominante. Della democrazia liberale non è rimasto che un involucro vuoto, condannato a sopravviversi sotto la forma degradata di una retorica talvolta «commemorativa», talvolta «marziale». In quanto razionalità, il neoliberismo ha preso corpo in un insieme di dispositivi tanto discorsivi quanto istituzionali, politici, giuridici, economici, che formano una rete complessa e volubile, soggetta a riprese e aggiustamenti dovuti all’insorgere di effetti indesiderati a volte in completa contraddizione con gli scopi iniziali. Si può parlare in questo senso di dispositivo globale, che, come tutti i dispositivi, ha natura essenzialmente «strategica», per riprendere uno dei termini più cari a Foucault[6]. Ciò vuol dire che il dispositivo è il risultato di un intervento concertato che mira, dati una situazione di rapporti di forza, a modificarla in una certa direzione in funzione di un «obiettivo strategico»[7]. L’obiettivo non dipende da uno stratagemma, dalle trame di un soggetto collettivo esperto di manipolazione, ma si impone agli attori stessi e produce così il suo proprio soggetto. Come abbiamo visto più sopra, è proprio quello che è successo negli anni Settanta-Ottanta con l’innesto di un progetto politico su una dinamica endogena di regolazione, combinazione di due logiche che arriva a imporre l’obiettivo strategico della concorrenza generalizzata. Dunque non esiste un progetto cosciente di passaggio dal modello fordista di regolazione a un altro modello, che avrebbe dovuto essere concepito intellettualmente prima di essere realizzato seguendo un piano in una fase successiva.

Attribuire un carattere strategico al dispositivo richiede di tener conto delle situazioni storiche che ne permettono lo sviluppo, e spiegano la serie di aggiustamenti a cui va soggetto nel tempo e la varietà di forme che assume nello spazio. Solo a questa condizione si può comprendere la «svolta» imposta ai dirigenti dei paesi capitalisti dominanti dall’ampiezza della crisi finanziaria. Come abbiamo visto, essa apre una crisi della governamentalità neoliberista.

Oggi, al di là delle prime «riparazioni» d’urgenza (nuove norme di contabilità, un minimo controllo dei paradisi fiscali, riforma delle agenzie di rating), ci troviamo probabilmente di fronte a un aggiustamento d’insieme del dispositivo Stato/mercato. Non c’è nulla di strano nel fatto che alcuni economisti prendano in considerazione un nuovo «regime di accumulazione del capitale» da sostituire al regime finanziario fondato sull’indebitamento perpetuo delle famiglie. Arrivare a dedurne che il nuovo regime di crescita, servendosi di meccanismi diversi dall’inflazione dei titoli immobiliari e finanziari, coinciderà spontaneamente con una revisione diretta della razionalità neoliberista, sarebbe d’altra parte assai imprudente. Ma preconizzare il prossimo avvento di un «capitalismo buono» dalle norme di funzionamento risanate, ancorato stabilmente all’«economia reale», rispettoso dell’ambiente, attento ai bisogni delle popolazioni e, perché no, preoccupato del bene comune dell’umanità, tutto questo, se non un racconto edificante, è almeno un’illusione altrettanto nociva che l’utopia del mercato autoregolato. La prospettiva realistica è che si entri in una nuova fase del neoliberismo. È anche possibile che questa nuova fase sia accompagnata, sul piano ideologico, da una patina di «ritorno alle origini». Dopotutto, l’appello alla «rifondazione del capitalismo regolato» non ricorda forse i toni dei rifondatori degli anni Trenta, che opponevano il buon «codice stradale» delle regole di diritto alla cieca «legge naturale» dei vecchi laissez-fairisti? Assisteremo forse, grazie a uno di quegli spostamenti di equilibrio il cui segreto sta nell’ideologia, a un ritorno della variante specificamente ordoliberale? Non possiamo escluderlo, tanto più che questa è stata a lungo relegata in subordine dalla sua concorrente austroamericana, quando non completamente ignorata[8].

Il carattere strategico del dispositivo neoliberista sarebbe altrettanto misconosciuto se lo si mettesse in rapporto con il Gestell dell’- Heidegger più tardo o con l’oikonomía della teologia cristiana del II secolo, come suggerisce indirettamente Agamben in Che cos’è un dispositivo?[9]. Parlare, come fa lui, di una «genealogia teologica» dei «dispositivi» foucaultiani, vuol dire trascurare che anche se i dispositivi non hanno effettivamente «alcun fondamento nell’essere» e sono di conseguenza votati a «produrre il loro soggetto», non per questo ripetono la «cesura che separa in Dio essere e azione, ontologia e prassi»[10]: a differenza del governo degli uomini da parte di Dio, che rinvia al problema teologico dell’Incarnazione, essi si costituiscono sempre a partire da condizioni storiche singolari e contingenti, e dunque hanno un carattere esclusivamente «strategico», e non «destinale» o «epocale». A questo proposito è bene ricordare l’appunto di Foucault sulla specificità della nuova problematizzazione del governo che vede la luce tra il 1580 e il 1660: se l’azione del governo dà luogo a tematizzazione, è perché non trova «modelli ricavabili da Dio o dalla natura»[11]. In altri termini, non è il «retaggio teologico» del governo degli uomini e del mondo da parte di Dio che spiega come il governo degli uomini da parte degli uomini sia un problema, ma la crisi del modello del «governo pastorale» del mondo da parte di Dio che libera la riflessione sull’arte di governare gli uomini. Ciò che è vero per l’emergere del problema generale del governo è vero anche per la costituzione della forma specificamente neoliberista della governamentalità. Quest’ultima non è né la conseguenza necessaria del regime di accumulazione del capitale, né una delle metamorfosi della logica generale dell’Incarnazione, né un misterioso «invio dell’Essere», e tanto meno una semplice dottrina intellettuale o una forma effimera di «falsa coscienza».

Resta il fatto che la razionalità neoliberista può entrare in contatto con ideologie estranee alla pura logica commerciale, senza per questo cessare di essere la razionalità dominante. Come scrive giustamente la Brown, «il neoliberismo può imporsi come governamentalità anche senza costituire l’ideologia dominante»[12]. Certo, ciò non si verifica mai senza tensioni o contraddizioni. L’esempio americano è particolarmente istruttivo a questo riguardo. Il neoconservatorismo si è imposto come ideologia di riferimento della nuova destra, anche se l’«alto tasso di moralismo» di tale ideologia sembrerebbe incompatibile con il carattere «amorale» della razionalità neoliberista[13]. Un’analisi superficiale potrebbe far pensare a un «doppio gioco». In realtà, tra neoliberismo e neoconservatorismo esiste una corrispondenza che non è per nulla fortuita: se la razionalità neoliberista eleva l’impresa al rango di modello della soggettivazione, è proprio perché la forma-impresa è la «forma cellulare» di moralizzazione dell’individuo lavoratore, proprio come la famiglia è la «forma cellulare di moralizzazione del bambino[14]. Di qui l’elogio incessante dell’individuo calcolatore e responsabile (presentato il più delle volte come un padre di famiglia lavoratore, economo e previdente) che accompagna lo smantellamento dei sistemi pensionistici, istruzione pubblica e sanità. Molto più che una semplice «zona di contatto», il collegamento di impresa e famiglia costituisce il punto di convergenza o sovrapposizione tra normatività neo479 liberista e moralismo neoconservatore. Ragion per cui è sempre pericoloso criticare il conservatorismo morale e culturale attaccandosi al presunto «liberismo» dei suoi partigiani in campo economico: cercando di smascherare l’«incoerenza» di questi ultimi, si rivelerebbe soprattutto la propria scarsa comprensione della differenza tra neoliberismo e laissez-faire, e per di più si rischierebbe di dover assumere una sorta di laissez-fairismo integrale e sistematico per salvare la coerenza della propria critica.

Ma la temporanea alleanza di neoconservatorismo e neoliberismo non vuol dire che un nuovo amalgama ideologico, una combinazione di ingredienti di provenienze diverse, non possa prendere il posto di una corrente di pensiero oggi piuttosto anemica. La sinistra di ispirazione blairista ha già mostrato in passato che la celebrazione lirica della modernità sotto tutti i suoi aspetti, compresa la liberazione dei costumi, poteva collegarsi benissimo con la razionalità neoliberista. Non è escluso che su un altro piano, quello della politica economica, alcuni elementi della dottrina keynesiana non vengano a rinsaldare la pratica del governo imprenditoriale: rilancio temporaneo di una politica di spesa pubblica, sospensione dei criteri di stabilità monetaria, misure per tenere a freno le speculazioni dei mercati, ecc., tutti elementi che non arrivano mai a toccare la ripartizione fondamentale dei profitti tra capitale e lavoro, e dunque a rinnovare un compromesso salariale comparabile a quello del dopo guerra. Questo concorso puramente circostanziale e «pragmatico» non è di per sé in grado di intaccare la logica normativa del neoliberismo, che potrebbe essere sconfitta soltanto da sollevazioni estremamente ampie.


[1] Cfr. W. Brown, Neoliberalism and the End of Liberal Democracy, in W. Brown, Edgework. Critical essays on knowledge and politics, Princeton University Press, Princeton 2005, p. 40.

[2] Tale norma non esclude affatto strategie di «alleanza» messe in atto dalle imprese per potenziare i loro «vantaggi competitivi», anzi le rende necessarie. Da cui la fortuna nel vocabolario del management del termine «coopetizione», che evidenzia il ricorso a una combinazione morbida di cooperazione e concorrenza. Tuttavia le relazioni informali tramite le quali avviene lo «scambio di saperi» tra aziende concorrenti non si possono ricondurre, non più della «cooperazione volontaria» vantata da Spencer sotto la forma del contratto, a una vera cooperazione nel senso di una condivisione non transazionale.

[3] Sul senso di queste espressioni si veda il capitolo 7 per la prima, il capitolo 10 per la seconda.

[4] Su questa espressione di Böhm si veda il capitolo 7, sulla ripresa e approfondimento di Hayek il capitolo 9.

[5] W. Brown, Neoliberalism and the End of Liberal Democracy, cit., p. 43.

[6] Sul concetto allargato di «dispositivo» in quanto rete di elementi eterogenei che dipendono tanto dal discorsivo quanto dal «sociale non discorsivo», vedi M. Foucault, Le jeu de Michel Foucault, in Dits et Écrits, cit. vol. II, pp. 299-301.

[7] Ibid.

[8] Quest’indifferenza, che può arrivare fino alla pura e semplice negazione (l’ordoliberalismo

non è neoliberismo), è certamente uno dei motivi per cui il neoliberismo è così spesso ridotto all’ideologia del libero mercato. L’altro motivo è l’inversione del nesso di causalità tra globalizzazione della finanza e ragione neoliberista di cui abbiamo accennato più sopra (supra, capitolo 12). Una doppia identificazione ha avuto così fortuna duratura: il neoliberismo non è altro che il mercato autoregolato generato dalla finanza. Da cui la conclusione affrettata che la crisi finanziaria segni la fine del neoliberismo.

[9] G. Agamben, Che cos’è un dispositivo, Nottetempo, Roma 2006, pp. 15-18. Il termine Gestell indica un ordinamento in cui l’uomo è costretto a svelare il reale «sul modo dell’ordinare», il che definisce per Heidegger l’essenza della tecnica moderna. Quanto all’oikonomía dei teologi, essa permette di concepire il governo degli uomini e del mondo come affidato da Dio a suo Figlio. È significativo che Agamben dia al concetto di «dispositivo » un’estensione difficilmente compatibile con la preoccupazione di Foucault per la singolarità storica (Ivi, pp. 19-20).

[10] Ivi, p. 17. L’idea è ripresa e approfondita ne Il regno e la gloria. Per una genealogia teologica dell’economia e del governo. Homo sacer, II, 2, Neri Pozza, Vicenza 2007, cap. 3, pp. 69-80.

Nome della Fonte: derive approdi.org

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