La politica e l’umanità. Considerazioni di un impolitico

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di Alfredo Morganti – 12 giugno 2018

È tutto un bel dire che l’umanità non c’entra nulla con la politica: la politica è forza, soluzione dei problemi, pragmatismo, realismo, scontro di potere, ecc. ecc. Così che il tema dei migranti (o come dice a ragione Claudio Bazzocchi, degli ‘emigranti’) sarebbe solo questione di politica internazionale, dipendente dai rapporti di forza europei, dal contenuto dei trattati internazionali, dal diritto marino, dalla volontà dei governi e così via. Il realismo, d’altra parte, invoca sempre l’astensione dalla pietas e dalla consolazione. Mentre la politica sarebbe, sì e no, roba di amici contro nemici, oppure interpretazione di norme astratte e universali. Ma è davvero così? Le persone, la loro vita, la loro soggettività anche biologica, il loro impeto sociale sono davvero materiale di scarto rispetto alla crudezza della politica e alla sua virulenta pragmaticità? Ma davvero la sensibilità umanitaria è roba da anime belle, da trullallero, da scemi del villaggio sconsolatamente osservati da chi sa tutto e vede tutto come se fosse assiso in un panopticon (beato lui)?

Io dico di no. La vita delle persone, il loro bios, è sempre più materia politica, e con ciò anche l’umanità che questi concetti sprigionano (non penso all’umanità come valore astratto, ma all’umanità concreta, alla esistenza in carne e ossa, a questo o a quello, a Claudia o ad Abdul, a coloro che vivono in periferie reali e non immaginarie, e lasciano dietro di sé molte cose per sognarne, pensarne o viverne delle altre). Pensate all’offerta fatta dal socialista Sanchez, affinché sia la Spagna ad accogliere i 629 disgraziati emigranti che, secondo i salviniani di varia genia, dovrebbero invece essere rispediti in Africa, a Malta, in qualche periferia o buco nero del mondo oppure direttamente alla Merkel come un mega pacchetto postale à la Amazon. Pensate a quanto pesino invece l’umanità, la considerazione concreta della vita delle persone, la pietas nei loro confronti, il sentimento di vicinanza, l’empatia: tutti elementi che sono dentro il gesto politicissimo del nuovo premier spagnolo, gesto che si è tradotto quasi di getto nella decisione dell’accoglienza. Voi direte che Sanchez si è fatto i suoi calcoli, perché accogliere ora i 629 è un gesto che lo pone in buona luce rispetto all’ignavia di chi mostra i muscoli. Certo, perché no, ma questa sarebbe anche la prova che lo spirito umanitario è senz’altro un cardine dell’azione politica se quest’ultima tale fosse e non, invece, un surrogato mediatico di gesti plateali, buoni solo per una campagna permanente che attizza rancori e nazionalismi, in vista di uno sfascio finale.

Pensate che delusione se si scoprisse che il gesto umanitario paga più del cipiglio realista di dire: sovrani in casa nostra, via l’usurpatore dei sacri confini, fuori di qui la finta sinistra imbelle che dell’Europa conosce appena un bignami! Pensate che sconforto altrui se si scoprisse che la vita delle persone, la biologia che esse esprimono, la loro esistenza dovessero bucare il video e imbastire le considerazioni politiche più della conoscenza a menadito dei codicilli europei o dei meccanismi tecnocratici che tanta fortuna hanno oggi nel linguaggio di molti. E tuttavia, al di là di ogni ingenua considerazione (tra cui la mia), mi chiedo: se la politica non servisse a salvare, o anche solo a riscattare vite, storie, sogni, persone, dignità, esperienze, classi, affetti, sentimenti, a che cosa servirebbe? Solo a scatenare rancori e polemiche da quattro soldi, gonfiando l’ego dei molti risentiti di cui il mondo trabocca. Nel qual caso, per quanto mi riguarda, potete anche tenervela così com’è la politica, perché io, da bravo impolitico, non ne sentirei affatto la mancanza.