La politica, i movimenti, gli altri

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Alfredo Morganti

Ho incrociato stamattina il corteo di Roma contro i cambiamenti climatici e ho visto migliaia e migliaia di ragazzi in piazza. Non so se ci fossero anche i ‘comunisti’ con loro e se avessero portato con sé la contraddizione fondamentale. Forse no, probabilmente erano impegnati in qualche convegno oppure a duellare su facebook. Lo dico con ironia, e con il sorriso sulla bocca, ma il rapporto tra i settori politici della sinistra e i movimenti non è mai stato storicamente buonissimo, e anche stavolta stenta a decollare, almeno con i puri e gli irriducibili. Ripeto: è persino banale addebitare al capitalismo aggressivo di questi decenni la responsabilità dei profondi squilibri climatici, dell’inquinamento ambientale, della catastrofe ecologica, dei veleni, delle nubi tossiche, della plastica. So bene che il profitto, l’accaparramento delle risorse, la produzione per la produzione, la rapacità capitalista sono i principali colpevoli. Così come bisogna ammettere che, accanto alla contraddizione Capitale-Lavoro, ve ne sono altre in seno al popolo (di genere, ambientali, territoriali, etniche, generazionali) che completano il quadro e ci aiutano a rappresentare il mondo in termini più adeguati, in particolare a chi vorrebbe cambiarlo partendo dai dati di realtà, non facendo leva su semplici riquadri ideologici.

Ho già detto che una società futura, anche molto più giusta socialmente, persino una società ‘comunista’ (anche se non so bene cosa voglia dire esattamente) si troverebbe comunque ad affrontare problemi inenarrabili (movimento delle merci, dominanza degli apparati tecnici, inquinamento, accaparramento delle risorse ambientali, migrazioni, sovrappopolazione, problema dei rifiuti) che permarrebbero almeno in una certa misura, io dico non piccola, a meno che la eventuale rivoluzione o la possibile catastrofe non abbiano una potentissima bacchetta magica. Calma e gesso, quindi. Si scenda dal gradino di sufficienza e si provi ad aprire un dialogo, magari senza puzza sotto il naso oppure senza mostrare una indignazione del tutto ingiustificata. Perché, se i ‘comunisti’ non aprono il dialogo con i ‘non-comunisti’, cos’altro dovrebbero fare? Rinchiudersi nelle proprie certezze, sentirsi salvi ideologicamente, e magari scuotere la testa rabbiosi? Il mondo non si cambia contro gli altri, ma a partire da essi. Sentendosene parte. È proprio questa la semplicità difficile a farsi, diceva Brecht.

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