«La vita va salvata. Riscrivendola» La lezione di Edmondo Berselli

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da www.corriere.it   di Aldo Grasso

Stanno per uscire sei saggi postumi del giornalista e scrittore

Mentre provavo a cucire insieme alcune note scritte negli anni su Edmondo Berselli, mi sono imbattuto in un suo scritto sulla sofferenza di papa Giovanni Paolo II: «Il mondo contemporaneo è leggero, il cristianesimo di Giovanni Paolo II è pesante. Ci vuole un certo anticonformismo per sostenere questa tesi: il pellegrinaggio a Lourdes è stato forse l’esibizione più crudele della vecchiaia e della malattia del papa. Davanti alla grotta delle apparizioni, Giovanni Paolo II ha detto: “Sono giunto alla meta del mio pellegrinaggio”. Quasi un “consummatum est”, il presagio della fine mischiato all’orgoglio di stare adempiendo a un compito irrinunciabile».
E poi ancora: «Molti dei 300 mila fedeli che a Lourdes hanno assistito all’omelia dell’Assunta sono stati presi dalla commozione, anzi spesso dal pianto, quando il Pontefice piegato dalla fatica, dal dolore, dal morbo che lo fa tremare, da una crisi respiratoria, si è guardato intorno quasi con smarrimento e ha chiesto: “Aiutatemi”. Lo ha detto in polacco, riprendendo il linguaggio della sua gioventù forte, del suo passato atletico, della sua piena padronanza di se stesso: “Promoczie mi”. Gli hanno dato un bicchiere d’acqua, mentre la folla lo sosteneva con un lungo applauso, vale a dire il sostegno di chi non ha altro strumento se non il gesto televisivo del battere le mani». È un brano che mi ha molto impressionato.

Una figura molto rara nel panorama culturale italiano

Chiunque cerca di comunicare la sua sofferenza per diminuirla. Anche Edmondo negli ultimi tempi ha sofferto molto, ma ha tenuto per sé e per gli intimi il suo dolore, quasi per non disturbare. Tanto si sa che Edmondo si interessa di canzonette, Edmondo sa tutto di calcio, Edmondo a tavola fa le imitazioni di gente famosa, Edmondo ama i cani e Gatto Silvestro… Mi accordo adesso, a distanza di anni, che Edmondo amava travestirsi e che il senso del tragico lo ha sempre accompagnato («soffrire è produrre conoscenza», ci ricorda Cioran). La maschera che più lo ha caratterizzato è stata quella dell’ «adulto con riserva». I libri importanti, gli studi, le discipline assimilate le ha sempre tenute rigorosamente nascoste (la cultura, è stato detto, è quel che resta quando tutto è stato dimenticato), ma gli hanno permesso di entrare nel cuore della cultura popolare, di elevare a oggetto di studio ciò che credevamo superfluo, una riflessione senza barriere protettive. Il rammarico più grande per la scomparsa di Berselli è che con lui se n’è andata una figura molto rara nel panorama culturale italiano, un intellettuale capace di raffinate e rigorose analisi politologiche e insieme di vertiginose disquisizioni. Una volta lo invitammo in università per un incontro con Rosario Fiorello. Fece i suoi interventi, puntuali come sempre, ascoltò, si divertì ma, a un certo punto, volle dimostrare di essere più bravo di Fiorello. Eravamo a tavola, Fiorello si era assentato per una trasmissione radiofonica e davanti al suo vecchio amico Lorenzo Ornaghi (che ossequiosamente chiamava «rettore magnifico»), Berselli cominciò a fare il verso al «dottor Joaquín Navarro-Valls, portavoce del Santo Padre». Non imitava solo la voce, imitava il pensiero, lo precedeva, lo sovrastava. Pareva volesse dirci: faccio questo mestiere di scrittore, di analista, ma se solo volessi, potrei condurre il Festival di Sanremo.

Un riformismo che non negava l’attualità

Era, appunto, un adulto con riserva. La capacità più rara e sottile di Berselli (dimostrata in libri fondamentali come Il più mancino dei tiri, Canzoni, Venerati maestri, Adulti con riserva, Liù. Biografia morale di un cane) stava nel tracciare itinerari diversi nati da suggestioni, da associazioni di idee e di non idee, da rimandi dall’uno all’altro argomento, dalle connessioni più o meno immediate all’interno di ciò che si manifesta come «cultura contemporanea». Quando Edmondo Berselli scrive il suo primo libro, Il più mancino dei tiri (1995), ha già quarantaquattro anni. Non proprio un novellino, ma molte di quelle sorprendenti pagine facevano parte di racconti orali riservati a una ristretta cerchia di amici. Si sapeva che fra gli intellettuali del Mulino, nel retrobottega di un’officina del riformismo che non si negava ogni aspetto dell’attualità politica e sociale, ce n’era uno molto impertinente, che si dilettava di canzoni e calciatori, che non si risparmiava battute, gustosi pettegolezzi, tanto da ammettere senza imbarazzo che il rigore cui più teneva era quello dagli undici metri.

La «luce» degli anni Sessanta

Quel libro fu una rivelazione: protagonista Mariolino Corso, il più atipico ed eretico dei funamboli del calcio, usato qui come filo conduttore o leit motiv di un vasto affresco epocale dove convivevano sullo stesso piano il guitto e il politico, il luogo comune e la folgorazione bruciante. Convivenze dettate non da vezzo culturale, roba da dilettanti!, ma da una convinzione più profonda: sosteneva Berselli che la memoria è l’unica cosa che conta nella vita, e la memoria mette tutto sullo stesso piano e segue suoi criteri organizzativi. Veramente un anno prima, nel libro La cultura degli italiani, curato da Saverio Vertone per il Mulino, era uscito uno strepitoso saggio di Eddy: La cultura informale, in cui si elencavano alcuni errori storici e irrigidimenti conformistici dei nostri intellettuali, primo fra tutti «il ricatto del contenuto»: («Non ci interessa affatto come è il film, la canzone, il programma, il romanzo. Ciò che c’importa, e invitiamo l’autore a farcelo sapere senza esitazioni, è se lui vuole la rivoluzione o no…»). Una sola idea forte ha accompagnato quasi tutti gli scritti di Berselli. L’idea è che l’atmosfera degli anni Sessanta, il «sogno» di quel decennio, abbia illuminato di una luce diversa anche i decenni successivi. Gli anni 60 sono stati un mirabile esempio di come si possa costruire un periodo decisivo di storia sociale attraverso l’accumulo di sensazioni, di filmati, di spot pubblicitari, di telegiornali e soprattutto di canzoni.

«La memoria va alimentata: col tempo, le cose cambiano»

The Fab Sixties hanno dunque segnato la nascita di un genere musicale, dai moduli musicali estremamente semplici, destinato a influenzare profondamente la cultura e il costume contemporanei, l’inizio di un movimento giovanile che ha scardinato pregiudizi, abbattuto barriere, lanciato miti, mode, tendenze e personaggi. Come e più di un libro. Come e più di un’idea politica. Anzi, proprio il ‘68, il tanto evocato ed osannato ‘68, avrebbe poi ucciso tutto, con la sua pesantezza ideologica, con la sua illusione di sovvertire strutture ed equilibri capitalisti. Il travestimento dell’«adulto con riserva» gli è poi servito per scoprire allegorie in un frammento di vita, per diffidare di ogni razionalismo. Come scrive Franco Marcoaldi nella prefazione a Quel gran pezzo dell’Italia, la raccolta di tutte le sue opere pubblicata da Mondadori, Eddy pensava che nulla dovesse andare perduto: «La vita va salvata per intero e c’è un unico modo per farlo: riscrivendola, trasfigurando sulla pagina il suo respiro. Rianimandola di continuo, grazie all’uso della memoria». Già, la memoria. Quella di Eddy era formidabile, ma era anche il suo principale strumento di conoscenza. La memoria va alimentata — diceva — perché, col tempo, le cose cambiano: «È un principio dell’ermeneutica: cambia chi legge, cambia chi ascolta, cambia il punto di vista e quindi cambia anche il testo». Il suo eclettismo consisteva proprio in questo: scoprire in mezzo alle cose la forza silenziosa dell’evidenza e, forse, dietro a un sorriso, un vibrante senso del tragico.