L’armatore del peschereccio che ha salvato 50 migranti: “Mi vergogno di essere italiano”

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La “Accursio Giarratano” di Sciacca è stata lasciata sola per 12 ore prima dell’arrivo della Guardia Costiera: “Come potevamo voltarci dall’altra parte?”

di Globalist

Molto lo denunciano da tempo: c’è una linea sottile tra il detto e il non detto lungo la quale si vuol far passare il messaggio secondo il quale chi soccorre naufraghi – un peschereccio, un mercantile, un rimorchiatore – va incontro a grane e rogne. E danni commerciali ed economico.
Così, magari un’altra volta sarà meglio tirare dritto ed non ascoltare le richieste d’aiuto.
Ma non tutti la pensano cos’: “Mi vergogno di essere italiano, Roma non può lasciarci senza soccorsi se chiediamo aiuto: dignitosamente facciamo il nostro lavoro, in mare giorni e giorni a pescare, senza contributi pubblici, solo sacrifici, ma non vogliamo essere abbandonati dallo Stato in queste situazioni”.
Così Gaspare Giarratano, l’armatore del peschereccio “Accursio Giarratano” di Sciacca (Agrigento), protagonista dell’ultimo salvataggio di migranti in acque maltesi. A bordo c’era l’altro figlio Carlo, al quale dava sostegno da terra mentre i soccorsi hanno impiegato più di 12 ore per intervenire e portare i disperati a Lampedusa. “Dopo il no di Malta, l’Italia doveva intervenire subito: battiamo bandiera europea e bandiera italiana – aggiunge – e il salvataggio è nel nostro dna. Rifarei tutto, perché quella barca porta il nome di mio figlio morto a 15 anni per cancro e salviamo tutti nel suo nome, come farebbe lui”.
Noi soccorriamo con tutto il cuore i migranti in difficoltà, e lo facciamo anche come omaggio alla memoria di mio figlio morto: non ci si gira dall’altra parte davanti a chiunque abbia bisogno”. Gaspare Giarratano, 63 anni, ha la voce ferma. E’ l’armatore della “Accursio Giarratano”, il motopeschereccio di Sciacca (Agrigento) che ha sospeso le proprie attività di pesca quando si trovava a circa 50 miglia dalla costa di Malta dopo essersi imbattuto in un gommone carico di migranti disidratati e in evidente difficoltà.
Non è la prima volta che a questa imbarcazione, dove al comando c’è Carlo, l’altro figlio di Gaspare, incontra sulla propria rotta barconi o piccole imbarcazioni piene di disperati. Succede spesso, anche perché l'”Accursio Giarratano” è un natante autorizzato alla pesca mediterranea, che può solcare le acque internazionali.
“Mio figlio Accursio – spiega – è morto nel 2002, dopo una lotta lunga due anni contro un male incurabile che lo aveva colpito. Se n’è andato che aveva appena 15 anni, e la nostra barca oggi porta il suo nome”.
“Come potremmo voltarci dall’altra parte – aggiunge – di fronte alle richieste di aiuto che provengono da esseri umani, che possono essere anche bambini, che magari ci guardano con gli occhi di mio figlio? No, noi li salviamo, e lo facciamo anche pensando al mio ragazzo, perché lui era come noi, e da lassù ci benedice”. “E tutte le volte noi facciamo il nostro dovere, sbracciandoci e aiutando uomini, donne e bambini, perché è giusto così”, afferma orgoglioso l’armatore.