Le casematte social e l’economicismo

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di Alfredo Morganti – 13 maggio 2019

Ridurre la lotta politica alla sua sola base economica e, in una certa fattispecie, ai meccanismi messi in campo dai trattati europei è quasi un’ingenuità. È come chiudere gli occhi dinanzi alle vicende ‘sovrastrutturali’, che tali non sono più da quando l’apparato mediale, social, comunicativo in genere e la profonda articolazione del sistema egemonico si sono dilatati all’inverosimile. È in corso da mesi una vera e propria guerra per il consenso, più cruenta del solito e senza alcuna esclusione di colpi. È questo il senso delle cosiddette fake news, oppure il conflitto aperto in ambito religioso (penso alla canea contro Bergoglio), lo scontro aperto in Rai, il tentativo di aprire una crepa ideologica nel Salone del libro di Torino, l’offensiva contro le Ong e la solidarietà attiva, il fascismo che rialza la testa.

Sono solo esempi, ma confermano l’idea che la lotta per l’egemonia è il vero campo di battaglia, che questo campo sta divenendo sempre più impegnativo, che la sua articolazione chiede alla sinistra di amplificare la sua forza culturale e la sua presa ‘linguistica’ e ideale sulla società per fare egemonia. Le ‘casematte’ gramsciane si sono ampliate, oggi il territorio dei social a pieno diritto (volenti o meno) è un pezzo consistente dell’immenso campo in cui ci si scontra ideologicamente. Guai a pensare che fb, per dire, sia solo una trappola maleodorante e che si debba, quindi, retrocedere immediatamente verso confini che sentiamo più nostri.

Dobbiamo chiedere alla nostra intelligenza, alla nostra cultura, alla nostra sensibilità di proporre anche sui social linee di pensiero alternative, promuovere discussioni e avviare argomentazioni in conflitto con la paccottaglia della destra. I social sono oggi un’istituzione in più, accanto alla scuola, ai media classici, agli istituti di ricerca, alle aule universitarie, alla stampa, ai comitati, alle fondazioni, ai cinema, ai teatri, al campo religioso, a tutto ciò che esprima caratteri ‘sovrastrutturali’, ma che, in vero, tali sono sempre meno. Si deve riproporre una critica militante e assieme una battaglia per le idee inedita e più ampia nelle forme e nei modi. In fondo le fake sono solo il segno che la destra è cinicamente aggressiva, mentre noi (i nostri, il nostro campo, la nostra cultura politica, i nostri sentimenti) stentiamo a produrre un impatto equivalente e alternativo, perdendo terreno un po’ ovunque, e dunque nella coscienza dei cittadini.

La politica non è un’attività specialistica a opera di specialisti, che ingaggia battaglie su terreni altrettanto specialistici, ristretti, refrattari, per quanto l’economia sia davvero la struttura che forgia il mondo, e per quanto la vita concreta poco abbia a che fare con i social. La politica è un confronto a tutto campo che si dispiega nella coscienza dei cittadini. E se davvero pensiamo che l’egemonia è la chiave per rovesciare i rapporti di forza, per riequilibrare quelli politici, per stringere il nesso che lega il pensiero dei subalterni ai gangli del potere, se davvero pensiamo tutto questo, rinchiudere il senso del nostro agire politico nell’ambito ristretto di uno specialismo, di un tecnicismo accademico e incartocciarsi testardamente in un ambito per quanto centrale, è davvero fare tre passi indietro con tanti auguri.