Quando ti telefona Stalin

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di Luca Billi 14 maggio 2019

Provate a immaginarvi la scena. E’ il 1930, siete a casa vostra, a Mosca, in Unione Sovietica. Comincia a far buio, squilla il telefono. Vi alzate, prendete la cornetta, dite il vostro nome e chiedete chi è: dall’altra parte una voce lontana vi risponde “Stalin”.
Chissà com’era la voce di Stalin al telefono. Probabilmente chi riceveva una sua telefonata non riusciva a concentrarsi sul suo tono di voce: immagino che impiegasse qualche momento per riprendersi dalla sorpresa e poi, passato questo tempo, fosse troppo impegnato a memorizzare le sue parole, a coglierne il significato. E contemporaneamente doveva pensare velocemente a una risposta. Non era facile rispondere a Stalin: la tua vita poteva dipendere da quella risposta.
Noi conosciamo due telefonate di Stalin. E non sapremo mai cosa davvero è stato detto in quelle due brevi conversazioni. Verosimilmente sono state registrate, ma sono passati decenni e credo che quei nastri siano ormai inutilizzabili; forse sono state trascritte, ma è probabile che non leggeremo mai quelle minute. Stalin comprensibilmente non ha detto nulla di quelle telefonate e quindi dobbiamo fidarci di come ci sono state raccontate da chi le ha ricevute, ma dato che entrambi sono scrittori, è verosimile pensare che, più o meno consapevolmente, quelle sue parole siano state modificate.
La prima telefonata è avvenuta il 18 aprile 1930. Il giorno prima c’erano stati i funerali di Vladimir Majakovskij, il poeta della Rivoluzione, che aveva deciso di uccidersi con un colpo di pistola al cuore. Le ultime parole della sua lettera d’addio erano state:

Come si dice, l’incidente è chiuso. La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici.

Michail Bulgakov  aveva partecipato a quei funerali, e non era felice. Aveva lui stesso pensato di togliersi la vita. Tutti i suoi lavori – romanzi, racconti, opere teatrali – erano sistematicamente osteggiati dalla critica del regime e non sapeva più come andare avanti. Il 28 marzo di quell’anno aveva inviato una lettera a Stalin e ad alcuni altri dirigenti del partito e dello stato per lamentare la propria condizione e per chiedere il permesso di lasciare il paese o, in alternativa, un lavoro al Teatro d’arte di Mosca.

Michail Afanas’evic Bulgakov?
Sì, sì.
Adesso le parlerà il compagno Stalin.
Cosa? Stalin, Stalin?
Sì, le parla Stalin. Salve, compagno Bulgakov.
Salve, Iosif Vissarionovic.
Abbiamo ricevuto la sua lettera. L’ho letta con i compagni. Riceverà una risposta favorevole, anche se non mi sembra il caso di lasciarla partire. Ma davvero vuole andare all’estero? Le siamo venuti tanto a noia?
Ho pensato molto negli ultimi tempi se uno scrittore russo possa vivere fuori dalla sua patria. E mi sembra di no.
Ha ragione. Anch’io la penso così. Dov’è che vuole lavorare? Al Teatro d’arte?
Sì, volevo. Ne avevo parlato, ma ho ricevuto un rifiuto.
E lei invii loro una richiesta. Penso che accetteranno. Noi dovremmo incontrarla, parlare con lei.
Sì, sì, Iosif Vissarionovic, ho molto bisogno di parlare con lei.
Bisogna trovare il tempo e incontrarci, necessariamente. E ora le auguro ogni bene.

Quell’incontro ovviamente non avverrà mai: credo ne fossero consapevoli entrambi gli interlocutori. Ma il 10 maggio Bulgakov fu assunto come sceneggiatore e aiuto regista al Teatro d’arte di Mosca: Stalin aveva rispettato il proprio impegno.
E lo aveva salvato. Certamente, dopo il suicidio di Majakovskij, non si poteva permettere un’altra morte del genere, per quanto Bulgakov fosse molto meno noto: Stalin voleva evitare una situazione di potenziale scandalo, ma voleva anche salvare quello scrittore dimenticato. Dobbiamo a quella telefonata il fatto di poter leggere Il Maestro e Margherita: almeno di questo dobbiamo ringraziare il compagno Stalin.
C’è una battuta di questo brevissimo dialogo che io ho sempre trovato geniale: Penso che accetteranno. Se è quello che si è immaginato Bulgakov, sarebbe un pezzo di bravura letteraria – e ce lo aspetteremmo da lui. Lo Stalin che sardonico e con un lieve sorriso pronuncia questa battuta è il Woland del Maestro e Margherita. Ma se è stato proprio Stalin a dire quella frase, ci svela un guizzo artistico inatteso: chissà che racconti satirici avrebbe potuto scrivere Iosif Vissarionovic se non avesse avuto altre cose da fare.
A parte la “grazia” concessa a Bulgakov, c’è un punto letterario in questa telefonata: uno scrittore russo è ancora tale fuori del suo paese? E curiosamente Bulgakov e Stalin sono d’accordo. E’ un tema molto interessante, perché riguarda non solo il legame di un intellettuale e di un artista con il proprio paese, ma anche l’idea che la letteratura debba nascere necessariamente da quello che sta intorno agli scrittori. Bulgakov e Stalin sono evidentemente d’accordo sul fatto che l’artista non sia qualcuno che si rifugia in una torre d’avorio, ma un uomo il cui lavoro nasce in un tempo e in un luogo, e che ha una funzione in quel tempo e in quel luogo. Poi un capolavoro – e Bulgakov ne ha scritto uno dei più grandi – vive indipendentemente da quel tempo e da quel paese: noi possiamo leggere Il Maestro e Margherita senza essere russi e goderne ogni singola pagina, trarne ispirazione continua. Ci serve leggere quel romanzo. Probabilmente proprio perché quel romanzo è così intimamente russo, così figlio del proprio tempo. Stalin e Bulgakov avevano ragione.

La seconda telefonata è di giugno del 1934.
Qualche mese prima Osip Mandel’štam aveva scritto questa poesia.

Noi viviamo e non sentiamo più il paese,
i nostri discorsi non raggiungono dieci passi,
e dove c’è posto per mezza discussione,
ti parlano sempre del montanaro del Cremlino.
I suoi ditoni sono grassi come vermi,
e le parole giuste, pesi di ginnasta,
i suoi occhiacci ridono
e i suoi gambali scintillano.
E intorno a lui della gentaglia fine di collo
si trastulla con corvées da mezzi uomini.
Chi fischia, chi miagola, chi singhiozza,
solo lui mazzuola e dà spintoni.
Come ferri di cavallo dà via decreti su decreti
nell’inguine, in fronte, a un sopracciglio, in faccia.
Ogni tormento è per lui una pacchia,
e ampio è il torace dell’osseta.

Naturalmente Mandel’štam non aveva pubblicato questa poesia, ma visitava ogni suo conoscente, ogni letterato di Mosca per recitargliela. Sapeva che in questo modo, prima o poi, Stalin lo avrebbe saputo: in una dittatura i delatori sono ovunque, specialmente tra gli amici letterati. Mandel’štam fu arrestato, tutti si aspettavano che venisse condannato a morte.
Dopo questo arresto suona il telefono a casa di Boris Pasternak. E’ Stalin, che va subito al sodo.

Ma perché voi, Boris Leonidovic non vi siete rivolto alle organizzazioni degli scrittori, o a me, per intercedere per Mandel’štam? Se io fossi un poeta e ad un mio amico fosse capitata una disgrazia, mi arrampicherei sui muri per dargli una mano.
Mandel’štam non è proprio mio amico.
Ma è un vero artista questo vostro Mandel’štam?
Questo non ha importanza.
E che cosa ha importanza?
Vorrei incontrami e parlare con voi.
Di che cosa?
Della vita e della morte.
Credevo che lei fosse un grande poeta, invece è un grande mistificatore.

A questo punto Stalin mette giù, senza salutare.
Dopo qualche giorno Mandel’štam viene condannato al domicilio obbligato in una piccola città. Stalin gli ha salvato la vita: forse la sua poesia gli è perfino piaciuta.

Non gli è piaciuto invece quello che Pasternak gli ha detto. E’ curiosa questa telefonata, a suo modo inattesa: è come se Stalin volesse che gli scrittori più importanti del paese si ribellassero contro di lui. E Pasternak era uno di questi, anni prima lo stesso Stalin aveva voluto incontrarlo, insieme a Esenin e a Majakovskij: nel ’34 Pasternak era l’unico ancora vivo dei tre. Stalin rinfaccia a Pasternak di non essersi messo in pericolo per difendere un proprio amico e collega, dicendogli che lui lo avrebbe fatto. E’ il vecchio rivoluzionario che viene fuori in queste parole.
Stalin gli sbatte il telefono in faccia perché Pasternak vuole parlare solo di sé e invece sappiamo dall’altra telefonata che per lui uno scrittore è tanto più grande quanto più parla per gli altri e con gli altri. Anche in questo colloquio Stalin sviscera la propria idea di letteratura, che Pasternak – a differenza di quanto aveva fatto Bulgakov – non capisce e non condivide.
Curioso che da queste due telefonate con autori che non potevano essere considerati stalinisti – e Stalin lo sapeva bene – emerga un ritratto positivo di Stalin, un leader che trova il tempo di occuparsi anche di cultura e di letteratura, in anni terribili per il proprio paese. E che sa anche “perdonare” il dissenso, quando viene dai poeti. A leggere queste due telefonate, non possiamo non dirci stalinisti. Almeno un po’.
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Luca Billi, nato nel 1970 e felicemente sposato con Zaira. Dipendente pubblico orgoglioso di esserlo. Di sinistra da sempre (e per sempre), una vita fa è stato anche funzionario di partito. Comunista, perché questa parola ha ancora un senso. Emiliano (tra Granarolo e Salsomaggiore) e quindi "strano, chiuso, anarchico, verdiano", brutta razza insomma. Con una passione per la filosofia e la cultura della Grecia classica. Inguaribilmente pessimista. Da qualche tempo tiene il blog "i pensieri di Protagora" e si è imbarcato nell'avventura di scrivere un dizionario...