Le sardine e la piazza. Quando la politica prova fastidio per i cittadini

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Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti

La piazza è sempre stata un luogo fondamentale della politica. L’agorà e la polis erano congiunti in un nesso quasi fisico. Certo, non l’unico luogo, tanto più nell’epoca della democrazia della rappresentanza e delle Aule. Pur tuttavia nessun Parlamento può cancellare la presenza viva e diretta dei cittadini negli spazi dell’incontro, laddove è possibile manifestare il proprio punto di vista, ingaggiare un confronto, contrassegnare una presenza rivendicativa, essere parte. La rappresentanza è rappresentanza della società e dei vettori sociali d’altronde, non altro. E la politica ha quasi unicamente ragioni sociali davanti a sé, sennò diverrebbe comando, non governo, con esiti davvero poco auspicabili. Capisco quindi il grido di dolore del Movimento, di fronte a piazze piene che non sono più le loro. E intuisco la rabbia di chi, a destra, deve controbilanciare la spinta a sinistra che esprimono le cosiddette ‘sardine’. Capisco meno a sinistra chi quasi si duole della presenza in piazza di tanti cittadini. Ma come, non è lo spazio, non è il territorio il luogo gemello del confronto politico, accanto alle Aule? E non è la società il referente delle organizzazioni, dei partiti, delle istituzioni tanto più se rappresentative? Ma guardate che questo è l’ABC, mica una genialata. E perché questo pensiero in alcune regioni della sinistra si è perso?

Io credo per un effetto collaterale del berlusconismo, che il renzismo ha rinverdito. Con l’idea che la politica sia comunicazione, ampiamente diffusasi nel ceto politico e nel popolo, si è cominciato a ritenere i cittadini degli utenti o meri terminali di mercato dell’azione politica. Si tratterebbe solo di ‘convincerli’, quindi, di ‘produrre’ consenso, di comandare in modo soft il pensiero collettivo e le articolazioni sociali, traendone massimo profitto. Basta un voto in più per comandare: questo il motto, questo il senso del maggioritario e della vocazione veltroniana. Un voto in più. Berlinguer diceva invece: mai un voto in più, mai il 51%, non si governa con un solo voto in eccesso, al più si comanda o si rischia un golpe (e un rigurgito fascista del ‘popolo’). Di fronte a questo pensiero, destra e sinistra appaiono davvero la stessa cosa. L’idea del comando politico allontana, così, le piazze, al più le rende raduni di folla da arringare, senza partecipazione se non folklorica. E invece la piazza misura il tasso di consapevolezza e partecipazione, e persino quello di dissenso. Da lì, sempre da lì, si deve ripartire, dalla condizione sociale e dalla consapevolezza diffusa che ha tante forme e modalità, tra cui la forma della presenza nelle strade nei modi forniti dall’epoca (come i flash mob, appunto).

Guai, dunque, a chiedere a questi cittadini più di quanto possano. Guai a esigere da loro quel che “noi” politici non siamo in grado di fare. Di chiedere bandiere quando queste sono diventate logo o marchio commerciali, di chiedere partiti quando i partiti sono in crisi, di chiedere consapevolezza sociale massima, quando la politica per prima, come abbiamo detto, oggi vive di utenze di consumo e di costose azioni di marketing, e non si confronta con la ruvidezza dei soggetti in campo. C’è una singolarità sociale, invece, che non si discioglie nella lingua della politica-comunicazione, e che sfida la politica mediale di questi decenni. Questa ruvidezza è il nodo effettivo da sciogliere, nella piena e matura consapevolezza che nessuna parola, nessun messaggio potrà davvero sbrogliare del tutto la società, i suoi gangli, le sua articolazioni culturali e le sua sensibilità.

Da qui si deve ripartire, non dalla politica dei ceti politici, non dall’Illuminismo di qualche élite, la cui indubbia utilità è quella di imbastire idee, analisi, direzione, ma con l’obbligo di non confondere la prassi con la mera conoscenza e la conoscenza con la vera prassi politica. Che è altra cosa, che è stare in mezzo, che è umiltà, ascolto, che è direzione ma di masse imponenti di donne e uomini, moltitudini di cui tentare la direzione secondo una rotta, non folla da convogliare in un pensiero antecedente, già espresso, magari da un guru, e nemmeno semplici bersagli di un mero riflesso intellettuale o di un’opinione qualunque, spesso senza qualità né efficacia.