L’età della pietra e il profumo di donna (II)

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di Antonio Gaeta – 5 settembre 2018

Proseguendo nella citazione dell’articolo pubblicato su Storia Controstoria, non posso far notare come l’argomento si integra con quelli da me approfonditi in “Antropologia: sintesi biologica della specie.” Infatti:

Dunque la feconda e visibile Madre Terra, la cui eco si rispecchiava nelle azioni quotidiane di tutte le femmine del clan, non poteva che essere rappresentata in quel modo: una donna formosa, esuberante, nuda. E siccome la benedizione di Madre Terra doveva essere sempre presente dovunque il cacciatore andasse, era necessario portarla con sé sotto forma di amuleto, appesa al collo oppure infilata in una tasca, in un sacco da viaggio o anche in una borsa insieme con gli utensili da caccia. Perché la potenza della Madre era grande e non aveva bisogno di sacerdoti. Si palesava costantemente in ogni piccola cosa, nel microcosmo della vita quotidiana e nel macrocosmo del creato.

Pur lasciando spazio al beneficio del dubbio, penso sia nata così l’esigenza di creare le prime immagini di quelle che oggi sono chiamate Veneri. Un nome che potrebbe trarre in inganno, perché la nostra cultura latina associa subito a Venere l’attributo dell’amore erotico, mentre la Dea paleolitica con l’erotismo aveva a che fare solo in parte. Le sue competenze abbracciavano uno spettro molto più vasto, come abbiamo già avuto modo di vedere.

Anzi, vorrei contrapporre un sano diversivo alla definizione ormai logora che appare di continuo nei libri di storia: l’emergenza dello Stato. Emergenza? Perché mai? E per chi? Un’espressione bizzarra, che serve a giustificare le conquiste armate delle grandi culture a struttura patriarcale. Era forse un’emergenza per i poveretti che venivano soggiogati e schiavizzati dai nuovi signori, oppure per i signori che iniziavano a sfruttarli in modo più sistematico e redditizio? Mi permetto quindi di scrivere che la prima emergenza vera, semmai, fu proprio la nascita di un culto intorno alla figura della Grande Madre. Perché il rispetto per il femminino sacro equivaleva al riconoscimento consapevole dell’importanza dell’elemento femminile e della sua complementarità con l’elemento maschile nella struttura dei clan di allora. Una premessa indispensabile al mantenimento di un equilibrio pacifico nella comunità e alla salvaguardia dell’esistenza futura del clan nell’osservanza delle leggi naturali.