Politica

Pubblicato il 6 dicembre 2017 | di Alfredo Morganti

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Liberi e Uguali oltre il basso impero renziano

di Alfredo Morganti – 6 dicembre 2017

Il sogno del PD di Renzi si sta infrangendo. Ci sono voluti dodici mesi perché si manifestassero gli effetti del terremoto del 4 dicembre 2016. Ma il sisma c’era stato e aveva messo in discussione il renzismo nella sua essenza, e non si era trattato di una scossetta contingente ma di un sussulto fortissimo che aveva liberato energie e indicato prospettive nuove e alternative al Paese. Il toscano aveva provato a riprogettarsi un po’ con finte aperture a sinistra, meditando un partito della nazione che fosse coperto a destra da Alfano e Calenda e a sinistra dal Campo Progressista di Pisapia. Un disegno fragile, aleatorio, una tela che adesso si sta lacerando. Alfano ha deciso di non ricandidarsi. Calenda mi sembra più affascinato dalle sirene tecnocratiche. Pisapia appare incapace di svolgere la funzione di sintesi tra centristi, prodismo ed ex SEL. Non ha retto alla collocazione tra incudine e martello a cui anche l’iniziativa bersaniana lo aveva costretto e ne è uscito ‘ciancicato’, si dice a Roma. Oggi è nudo, ed è apparso (anche sorprendentemente) per quel che è davvero: un pessimo dirigente politico incapace di cogliere le opportunità e che, per sciocco antidalemismo, non ha saputo inquadrare il segno della novità. Senza il tira e molla di questi mesi forse ciò non sarebbe accaduto e Renzi avrebbe intascato l’ex Sindaco di Milano lindo e pinto, come una bella figurina da giocare nella sua revanche. In politica, è noto, se non vai a vedere le carte dell’avversario sei fottuto, e quello rischia di vincere col bluff, tipo due di coppe quando regna spada.

Vorrei anche sottolineare che quello a cui stiamo assistendo non è solo un gioco di poltrone parlamentari, non è solo voracità di un ceto politico bramoso di potere personale o di gruppo. Questa è una visione semplicistica e persino sorprendentemente semplificatoria. In realtà siamo davvero a un passaggio di fase, i cui esiti non sono affatto scontati. Nell’attuale casino, l’iniziativa della sinistra (la lista unitaria, la prospettiva di un partito nuovo, l’idea di ‘Liberi e Uguali’, la bella testimonianza di Grasso) costituisce l’unica novità vera nel panorama politico, perché il resto sono le solite vecchie barbe: un deja vu il cui unico scopo è la stasi. Lo sfondo è lo sfaldamento del centrosinistra, la crisi da basso impero del renzismo, la destra che si riorganizza per mera bramosia di potere, il grillismo stretto nel suo isolamento. A questo paesaggio, la sinistra risponde con una ricomposizione unitaria, puntando sul lavoro, la cultura, la democrazia come temi politici primari, indicando nel contempo una prospettiva di più lungo termine, oltre le urne di marzo. Siamo a un passaggio importante, che non si gioca sulle poltrone, tant’è che le comparse si fanno da parte ed è come se tutti i protagonisti di questi ultimi anni si presentassero in scena in una sorta di summa finale. Non basteranno le tecniche elettorali a decidere la battaglia, anche se la comunicazione giocherà e gioca un ruolo primario. Non è una fase ‘tecnica’ questa. Lo sappiamo: la tecnica è il prevalere dei mezzi (le tecnologie mediali, le soggettività e i leaderismi, gli schieramenti) sui fini (gli obiettivi, i valori, le ideologie); è la riduzione dei mezzi a fini. La politica è invece la battaglia sui fini, il conflitto quindi, l’opinione contro i calcoli. La tecnica unisce tutti e neutralizza lo scontro; la politica vive di differenze sui contenuti e gli obiettivi da conseguire. La differenza è evidente.

Oggi ho come l’idea, quindi, che la partita si giocherà soprattutto sui contenuti, sulle dinamiche sociali, sulle grandi questioni, le stesse i cui nodi vengono necessariamente al pettine dopo tanti rammendi (bonus, sgravi, regalie, prebende): il lavoro, la sua precarietà, la sua flessibilità, la sua assenza; la cultura, la sua crisi, la sua inadeguatezza, la sua necessità, la necessità di una formazione che sia anche fine, non solo strumento del mercato del lavoro; la democrazia, che non può ridursi a pochi che votano, a un premio maggioritario, a una governabilità desunta dai numeri, a una rappresentanza svuotata in nome di una verticalizzazione del potere. Il tasto torna a battere sui fini: ecco perché ‘liberi’ e ‘uguali’, ossia due fini da conseguire, e non ‘sinistra’ che è invece soltanto un mezzo. Parrà assurdo, ma nominare con i fini uno sforzo politico oggi è un gesto di grande lungimiranza. I nomi tornano a indicare delle mete, non contrassegnano solo dei soggetti in campo, dei mezzi, degli strumenti per il conseguimento di quei fini. Eccola la novità. Va capita di più.

Autore Originale del Testo: Alfredo Morganti

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  • michelecaccavone

    Una analisi perfetta. Ero scettico sul nome scelto, “Liberi e uguali” mi sembrava più adeguato qualcosa di meno “immateriale” o qualcosa che richiamasse “sinistra”. La tua acuta distinzione tra “mezzi” e “fini” mi ha fatto riflettere su una cosa a cui non avevo mai pensato. Sì, sono convinto: “Liberi e uguali” è proprio una bella scelta, è un bel nome.


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