Lucrezio: il pessimismo della ragione

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Autore originale del testo: Luca Billi
Fonte: i pensieri di Protagora...
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di Luca Billi 20 giugno 2019

Caio Giulio Cesare e Tito Lucrezio Caro erano quasi coetanei e certamente si conoscevano, almeno di vista. Anche perché i membri delle famiglie ricche di Roma si conoscevano tutti, frequentavano gli stessi ambienti, andavano in villeggiatura negli stessi posti: era in sostanza un giro piuttosto chiuso. Ed è molto probabile che entrambi siano stati ospiti della bella villa di Ercolano di Lucio Calpurnio Pisone, quella che a seguito degli scavi archeologi e del ritrovamento di una ricca biblioteca di filosofia epicurea, noi conosciamo come la Villa dei papiri. Pisone era il padre di Calpurnia, la terza moglie di Cesare, e sappiamo che in quella villa ospitò a lungo il filosofo epicureo Filodemo di Gadara. Lucrezio era di origini campane, viveva più lì che a Roma, avrà certamente considerato un’opportunità abitare a poca distanza con un pensatore come Filodemo, che ad Atene era stato allievo di Zenone di Sidone. E’ possibile che in quella villa Cesare e Lucrezio si siano incontrati, magari abbiano parlato; di filosofia e di politica.

E’ il 15 dicembre dell’anno 63 a.C., il Senato è riunito per decidere se condannare a morte Publio Lentulo Sura e Gaio Cetego, gli unici compagni di Lucio Sergio Catilina che sono rimasti ancora a Roma. Il console Decio Giunio Silano, rappresentante del partito che sostiene l’ordine senatorio e una dura repressione contro i ribelli, chiede per loro la pena di morte. Contro questa mozione prende la parola Cesare, anche se forse lui ha interesse che i congiurati vengano uccisi. Da morti non avranno l’occasione di dire che in una prima fase sono stati incoraggiati e finanziati da lui e da Marco Licinio Crasso, con il segreto obiettivo di indebolire il Senato. Cesare probabilmente già immagina che l’unico sbocco per la crisi sempre più evidente in cui versano le istituzioni della repubblica sia quello di un repentino cambiamento, ma non certo a favore della democrazia. Comunque sia, il ragionamento di Cesare con cui chiede una pena più mite per i sostenitori di Catilina si basa essenzialmente su tre argomenti. Il primo è di carattere costituzionale: la decisione da parte del Senato di infliggere la pena capitale, senza permettere agli imputati di appellarsi al popolo, è una forzatura, che neppure un attacco alle istituzioni può giustificare. La seconda è di carattere politico: condannare a morte i congiurati significa dare a loro maggiore importanza di quella che effettivamente meritano, è una dimostrazione di paura da parte del Senato più che di forza. La terza è invece – e sorprendentemente, visto il consesso in cui il discorso viene pronunciato – di carattere morale e filosofico:

Nel dolore e nell’infelicità la morte è fine delle sventure, non supplizio; essa dissolve tutti i mali dei mortali, al di là di essa non vi è spazio né per l’affanno né per la gioia.

Gli argomenti di Cesare sembrano far presa sui senatori e allora interviene Marco Porcio Catone Uticense, l’ultimo esponente di una delle famiglie più antiche dell’aristocrazia romana, un fustigatore dei costumi, i cui interventi venivano accolti dagli altri senatori nel migliore dei casi con un’alzata di spalle. Curiosamente Catone spiega ai suoi colleghi che, nonostante lui li abbia sempre criticati per le loro ricchezze smodate e i loro lussi così lontani dalla sobrietà romana, ora devono intervenire, non sia altro che per difendere questi privilegi. Ma soprattutto l’intervento di Catone è tutto teso a condannare la tesi di Cesare e in particolare il suo rifiuto di credere che, dopo la morte, spettano agli uomini premi e punizioni. Catone considera – con una qualche ragione – questa affermazione di Cesare come eversiva, e forse più pericolosa delle forze raccogliticce messe insieme dagli uomini di Catilina.

Mentre si svolge questo dibattito, probabilmente Lucrezio vive nei propri possedimenti in Campania, lontano dalla città. Difficile credere però che nel suo buen retiro non arrivino le notizie di quello che succede a Roma. Per nascita è della classe che ha tutto da perdere da un cambio di regime. Si appella alla pace, alla concordia, anche se naturalmente lo fanno tutti – perfino Catilina – ma probabilmente auspica che la situazione non cambi, soprattutto non troppo in fretta.

Come gli uomini della sua classe Lucrezio ha paura di Catilina: è un eversore, un nemico della concordia. Ma non riesce proprio ad accettare il rigido e bigotto stoicismo di Catone: il filosofo capisce che se il partito del Senato segue le sue posizioni è destinato a soccombere, perché non si può tornare ai tempi di Catone il censore, il più illustre avo del loro coetaneo. E soprattutto Lucrezio non vuole passare per estremista solo perché sostiene l’epicureismo, come invece pensano gli esponenti dei circoli più conservatori di Roma, che scambiano la ricerca del piacere per licenziosità e sfrenatezza – un po’ come faranno in un’altra epoca i nuovi padroni cristiani. Certo c’è il suo amico Marco Tullio Cicerone, che è blandamente stoico e non troppo avverso all’epicureismo, ma che dimostra la stessa inconcludenza anche in politica: la repubblica non si salverà con le belle parole dell’Arpinate, che vuole essere amico di tutti. Ma Lucrezio non si fida troppo neppure di uno come Cesare, probabilmente perché lo conosce e sa che in lui la stessa filosofia epicurea può diventare uno strumento di potere. Cesare non crede agli dei eppure tiene saldamente la carica di pontefice massimo, perché sa che la religione è un efficace instrumentum regni. Certo Cesare è un razionale, non si fa prendere dalle passioni e dalle emozioni, sembra un epicureo, ma Lucrezio capisce che è uno che gioca per sé e non per Roma.

Ma certamente c’è un punto su cui è d’accordo con Cesare, anzi su cui forse le sue conversazioni hanno influenzato il politico. Lo ha scritto in uno dei passi più famosi del poema che sta redigendo – e che sarà il lavoro della sua vita – per illustrare la filosofia epicurea.

Nel libro III spiega che nel momento in cui si muore, cessa ogni forma di coscienza e l’uomo non prova più nulla. Credere nelle punizioni che patiremmo negli inferi non è altro che la proiezione dei nostri mali. Tantalo, oppresso da un sasso che può schiacciarlo in ogni momento, è il riflesso della vana paura degli uomini, che sono terrorizzati in vita dalle future punizioni divine e che per questo non godono la bellezza del presente. Tizio, a cui viene divorato il fegato da due avvoltoi, è l’innamorato sempre tormentato dalla sua passione irrazionale. Sisifo, condannato a spingere in eterno il suo masso, è il politico che, morso dall’ambizione, cerca il potere e non riesce mai a raggiungerlo. Le Danaidi, che attingono acqua in recipienti senza fondo, rappresentano l’insaziabilità degli uomini. Le divinità infernali, Cerbero, le Furie e il Tartaro, non sono altro che il timore che abbiamo di essere puniti per le nostre colpe.

Hic Acherusia fit stultorum denique vita.

Se qui sulla terra per gli stolti diventa vera la vita dell’inferno, come dice Lucrezio, allora la paura della morte è nata da credenze vane e non si deve cadere nell’errore di smettere di vivere perché continuamente tormentati da questo pensiero. E naturalmente morire non può essere una punizione, come dirà anche Cesare di fronte al Senato.

Come era prevedibile, i senatori si lasciarono prendere dalla paura e preferiscono dare ascolto a Catone e a Cicerone piuttosto che a Cesare – e a Lucrezio – e così i catilinari vennero condannati a morte e anche Catilina verrà ucciso alcuni mesi dopo in uno scontro armato presso Pistoia.

I senatori tirano un sospiro di sollievo: le istituzioni repubblicane sono salve. Naturalmente si illudono. La congiura di Catilina, per quanto destinata a fallire, ha dimostrato quanto la repubblica sia fragile e quanto il partito del Senato ormai incapace di governare la crisi di Roma. Il 59 a.C. Cesare viene eletto console: apparentemente la normale elezione di un politico ambizioso, di una delle più vecchie famiglie del Senato. Di fatto è la fine della repubblica, perché quell’elezione è frutto di un patto segreto che Cesare e Crasso, i due politici che qualche anno prima erano stati sponsor di Catilina, stipulano con Gneo Pompeo Magno, il più importante generale di Roma. Il potere è di chi ha i mezzi per esercitarlo e Cesare, Pompeo e Crasso hanno questi mezzi, solo che ciascuno di loro è troppo debole per prendere il sopravvento sugli altri due e così decidono di allearsi. Quando i senatori, che non hanno ancora capito cosa sta succedendo, decidono di opporsi alla legge agraria proposta da Cesare, che rispondeva a una parte delle richieste degli uomini che avevano guardato con favore alla ribellione di Catilina, il console convoca l’assemblea del popolo di Roma e presenta la sua proposta, affiancato da Crasso e Pompeo, che formalmente non hanno alcuna carica. I tre uomini vogliono dimostrare che hanno ormai preso il potere.

Da un punto di vista formale le istituzioni sono rispettate, Cesare rimarrà in carica un solo anno, ma il console del 58 a.c. è Calpurnio Pisone. Gli epicurei sono al potere. Cicerone ovviamente diventa un sostenitore del nuovo regime, come gran parte dei senatori. Catone continua la sua opposizione, in nome di un ideale che perfino i suoi compagni sanno che è morto. Come sappiamo si trattò di un equilibrio che avrebbe avuto una vita piuttosto breve. Ci saranno ancora molti anni di guerra prima che nasca, sulle macerie della repubblica, una nuova forma politica. Non poteva essere altrimenti: tutti i protagonisti di questa vicenda, da Cesare a Cicerone, da Catilina a Catone, sono i discendenti di poche famiglie di Roma che si sono sempre spartite tra loro il potere. Deve nascere un mondo nuovo, in cui saranno protagonisti altri uomini, nati molto lontano da Roma. Ma il travaglio sarà lungo e doloroso.

E Lucrezio? Continua a stare molto lontano da Roma. Probabilmente smette di frequentare anche Pisone e il suo circolo. Forse qualcuno gli ha chiesto perfino di schierarsi con il nuovo regime. Lui continua a scrivere il suo poema; sempre più chiuso nel suo mondo, perché quello fuori non gli si addice più.

Nel 56 a.C. Cesare, Crasso e Pompeo si trovano a Lucca per rinnovare i termini del loro accordo: ormai la repubblica non si governa più a Roma. L’anno successivo Crasso e Pompeo saranno i nuovi consoli. Al primo saranno assegnati il governo della Siria e l’incarico di far guerra ai Parti, mentre al secondo spetterà il controllo delle ricche regioni dell’Africa e della penisola iberica. Cesare si vede confermare il governo della Gallia già occupata e il comando delle truppe per completarne la conquista. I triumviri non sono mai stati così forti. Proprio in quell’anno Lucrezio si toglie la vita. Diranno che è impazzito, che è si ucciso per amore. Per la propaganda ufficiale è impensabile che il filosofo si sia ucciso perché rifiuta il “migliore dei mondi possibili”.

Invece la vita ha travolto il filosofo. Lucrezio chiude il sesto libro del suo poema con il racconto della peste di Atene. Da filosofo razionalista, da indagatore delle cause dei fenomeni, vuole dimostrare che la peste non è espressione dell’ira divina, ma un fatto naturale. Ma la sua descrizione è così realistica, così drammatica, da non lasciare al lettore alcuna speranza. Cicerone, che ha il compito di curarne la pubblicazione postuma, dirà che l’opera è incompiuta, che certo Lucrezio avrebbe scritto altro. E’ vero, i versi sono ancora da sistemare, da limare, la forma è ancora da completare, ma credo che Lucrezio quando scrive della peste, si consideri arrivato alla fine, scelga consapevolmente che quelle pagine siano le ultime del suo lavoro. E si uccide.

Lucrezio ha voluto scrivere il suo poema per costringere i suoi lettori a confrontarsi con la cruda fisicità della morte, con le loro peggiori paure, affinché possano dominarle con la ragione. Ma man mano che il lavoro procede è come se queste paure prendessero il sopravvento anche su di lui, e così il poema che si apre con la luce dell’inno a Venere, con l’esaltazione della bellezza e dell’infinito potere salvifico della natura si chiude con la peste, con la natura che uccide. E queste immagini di distruzione e di morte sono quelle che rimangono. Lucrezio è un uomo che si lascia vincere dalla depressione, e da un cupo pessimismo, che emerge in maniera prepotente nelle descrizioni dell’umanità oppressa dalla paura e dall’angoscia – come abbiamo visto nella descrizione degli inferi – e di un mondo in rovina. Nonostante il suo sforzo di chiudersi in se stesso, di estraniarsi dalla politica, di lasciare agli uomini come Cesare, che invece costruiscono il loro potere su queste paure e su queste angosce, Lucrezio è un poeta del suo tempo e, a suo modo, un poeta politico, perché descrive un mondo dilaniato. E per questo è anche un poeta così incredibilmente moderno. Perché il nostro mondo è sempre più in rovina e noi assistiamo impotenti a questa fine.

O miseras hominum mentes, o pectora caeca!

Qualibus in tenebris vitae, quantisque periclis

degitur hoc aevi quodcumquest!

Oh misere menti degli uomini, oh animi ciechi! / In quale tenebrosa esistenza e fra quanto grandi pericoli / si trascorre questa breve vita!