L’ultima notte di Bettino Craxi

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di Fabio Martini – 19 gennaio 2019

19 GENNAIO 2000, L’ULTIMA NOTTE DI BETTINO CRAXI
NELLA SUA CASA DI HAMMAMET. IL RICORDO DEL CRONISTA

Il 19 gennaio di 19 anni fa scomparve Bettino Craxi e in quelle ore fui inviato dal mio giornale ad Hammamet. Un’occasione per capire tante cose, che a distanza, era stato impossibile afferrare. L’ultima notte che Craxi riposò nella sua casa, ebbi l’opportunità di essere lì, sia pure restando in disparte. Era una casa qualunque, senza lusso e non fu difficile capire il senso di quel che aveva detto il procuratore Gerardo D’Ambrosio, uno dei più autorevoli magistrati milanesi: “La molla di Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica. Finché non ci sia la prova di una corruzione personale, e non c’è, è un dovere dare a Craxi quel che è di Craxi”.

Nelle ore successive al cronista fu possibile ricostruire le sue ultime, dolorose settimane di vita. Tre settimane prima Donato Robilotta, un socialista che lavorava a palazzo Chigi, aveva sentito squillare il telefono. Era Craxi: «Dillo a quelli là, che io in Italia ci torno soltanto da uomo libero… Piuttosto muoio qui, in Tunisia…». Craxi era molto malato e, per salvarlo, avrebbe dovuto essere curato in Italia. In quei giorni si stava lavorando ad un’ipotesi: Craxi sarebbe rientrato a Fiumicino, di lì sarebbe stato trasportato nel carcere di Viterbo, restando il tempo necessario, uno o due giorni, per accettare una domanda di arresti domiciliari. Come mi confermò Marco Minniti, allora braccio destro del presidente del Consiglio D’Alema: “Tutti i margini furono esplorati senza confliggere con l’ordinamento del Paese, ma forse si sarebbe potuto aprire un canale umanitario”.

Craxi disse no a un rientro «condizionato». E in quel suo ultimo no c’era tutto il personaggio. Piaccia o no, un Craxi tutto d’un pezzo. Orgogliosissimo. Pronto a mettere in gioco la sua stessa vita, pur di non subire l’umiliazione di una carcerazione, anche di una sola notte, su mandato di quei magistrati che riteneva mossi da un intento politico.

Alcune settimane prima era stato operato a Tunisi in condizioni molto critiche. «Un assistente ha dovuto tenere alta una luce con le mani», racconterà il professor Rigatti. Francesco Cossiga era andato a trovare Craxi nella sua casa di Route El Fawara (che sarà il titolo di un bel libro scritto dal figlio Bobo, assieme a Gianni Pennacchi) e l’ex leader si era congedato così: «Tu lo sai, vero, che questa è l’ultima volta che ci vediamo…».

Il 19 gennaio del 2000 la figlia Stefania, inquietata dal prolungarsi del pisolino pomeridiano del padre, lo trovò senza vita, con un grosso ematoma all’altezza del cuore e una smorfia di dolore sul viso, angosciosa per tutti quelli che la videro anche nelle ore successive, perché risultò irriducibile per chi ricompose la salma. Per chi la vide, difficile dimenticare quell’immagine. Poi il funerale in un clima teso e alla fine l’arrivo nel piccolo cimitero cristiano di Hammamet, dove da allora Craxi riposa in una tomba scavata nella sabbia e dominata da un epitaffio: «La mia libertà equivale alla mia vita».