Lo Stato e la brigantessa

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di Benedetta Piola Caselli  3 febbraio  2019

Edoardo nasce a metà dell’ottocento, più o meno, famiglia della piccola nobiltà sabauda, padre vecchio militare e madre marchesina diciottenne.
Sono quattro fratelli, due brutti e due belli: forse la giovane sposa si concede qualche divertimento.
Il marito, comunque, muore abbastanza presto: Edoardo viene cresciuto a latte e Stato ma – a differenza del fratello – di guerra e soldati non ne vuole sapere.

Dicottenne va dal re: “Sire, sono basso e cicciottello, a cavallo ci vado a malapena e ho orrore del sangue. C’e’ gia’ mio fratello che si diverte in divisa: abbia la bonta’ di non mandarmi soldato”.
Il Re gli dice: “Che sai fare?”
E lui risponde: “Sono molto intelligente”.
Il Re scrolla le spalle: “Pero’ a me mi servono i magistrati, mica i matematici”.
Lui risponde: “Meglio magistrato che soldato”.
Il Re fa cenno: “Apposto”.

Prima della laurea e dell’ assegnazione, pero’, un po’ di vita in giro per il mondo se la fa: viaggia, impara, mangia ciambelle. E’ imbranato ma tenerone. Fa le battute. Le signorine gli sorridono. Ha denaro da spendere. Per il resto e’ un piemontese fatto a piemontese; ovunque vada, e’ piu’ bella Torino.

Un giorno, a Berlino, davanti all’ufficio dei telegrafi, vede una signorina avanti con gli anni, bruttarella, arcigna, comandona, vestita in modo improbabile e che sta litigando con una folla di persone.
E’ il colpo di fulmine totale ed assoluto.
In meno di un mese riesce a conoscerla, si fa venire la febbre nervosa e – con l’aperta opposizione di tutta la famiglia, basita – le chiede di sposarlo.
Lei gli risponde: “No”.
Lui non demorde, ma lei niente.

Edoardo, semi-impazzito, implora l’intervento del fratello, che pero’ taglia corto: “non fare il cretino. E’ vecchia e scassaballe. E poi, non è nemmeno bella.”

Sconfitto in amore, col cuore a pezzi, gli tocca pure diventare adulto.
Lo Stato chiama il suddito al dovere; arriva la prima assegnazione: quando la legge, Edoardo non ci puo’ credere: “ma che è, uno scherzo?”, scrive alla sorella Alda, dama di compagnia della Regina e moglie di Paolo Orlando.

Il placido giovanotto, lo studioso della pandettistica tedesca, e’ comandato di andare a Palombara Sabina a reprimere il brigantaggio.
Palombara Sabina?
Brigantaggio?
Semba un’assurdita’.
E’ una prova di fedelta’ allo Stato, risponde lei, e quindi si sbrigasse ad obbedire, magari passando prima dal medico a vedere se ha tutti i neuroni ancora a posto.

Ecco, percio’, il povero Eduardo mentre sta per salire sul treno, sconfitto, con le valigie e le spalle curve, pronto a cominciare una vita di merda.
Ed è li che si sente prendere per un braccio.
Si gira.
E’ lei con un buffo cappellino.
Puo’ finalmente sorridere.

****
Persino Palombara Sabina puo’ diventare accettabile per due giovani sposi (uno giovane, cioe’); ma, rispetto al brigantaggio, c’e’ un problema.

Ritratto di Edoardo Piola Caselli, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, Archivio Storico Fondo Reale Accademia d’Italia, Titolo VIII, B. 40, F. 50, S.fasc. 46, c. 390

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Lui, la repressione del brigantaggio la conosce e gli fa schifo.
L’ha vista da bambino, in visita al padre generale, e non la puo’ piu’ scordare.
Ha visto i corpi che penzolare dalle forche, ha sentito l’odore dei cadaveri sfatti contro i muri, crivellati dai colpi.
Si ricorda la sua testa chiudersi in una nube. Si ricorda di avere girato senza emozioni, senza parole, in un silenzio irreale; si ricorda di aver trovato una bambina in ginocchio davanti a un muro, davanti al cadavere del padre.
Ricorda di averle offerto una ciambella che aveva in tasca.
Ricorda che il vecchio attendente del padre era andato a ripescarlo mentre vagava senza meta, che se lo era preso per le braccia e gli aveva detto: “Certe volte Contino, lei vede, si puo’ fare giustizia solo con la morte”, e intanto lo scuoteva e a lui veniva da vomitare.

****
I rapporti con il Prefetto non sono tranquilli fin dal primo giorno; la dinamica Stato/cittadino esplode nel piccolo comune in braccio ai lupi, condensata nel testa-a-testa del giovane giudice e del vecchio funzionario.
Si parla di ordine, di sicurezza, di legalità; si discute di giustizia, di istituzioni, di fedeltà.
Si urla di condanna a morte e di umanità, del diritto naturale, del diritto positivo.
Eduardo rifiuta di firmare le sentenze capitali; il Prefetto ne vuole fare un caso politico: che si è messo in testa questo piemontese? Non c’era nessuno di Roma? Ma perche’ non ce lo tolgono di torno, che a riportare l’ordine ci pensiamo da soli.
“Lo Stato non uccide, non spetta allo Stato uccidere” ripete, inflessibile, con quell’accento buffo.
Il che, poi, dice il Prefetto, non è neanche vero: studiasse, ‘sto giovanotto che sembra un barbapapa’.

Finche’ arriva l’arresto del capo dei briganti, un assassino che – oltre a vari soldati del Re – ha mietuto decine di vittime civili, ha stuprato donne, incendiato case, sgozzato neonati.
Il fascicolo, messo sul tavolo, è alto due spanne.
La lista testi arriva fino in piazza.
Il Prefetto gongola, si dice: stavolta cede pure lui.
Edoardo si tiene la testa con le mani.
La Procura chiede la morte.
“Sgozzato neonati” sillaba, e una lacrima gli scende per la guancia.

Poche ore prima, quella stessa notte, il suo unico figlio è stato trovato morto.
“Sgozzato neonati”, continua a rileggere. Il suo, almeno, è morto in culla, e nessuno lo ha sgozzato.
E forse lì vacilla; forse lì ci pensa.
Ma lo Stato non uccide, non spetta allo Stato uccidere: o si è fedeli alla linea, o si devia per sempre.
Le statuizioni di principio non consentono eccezioni.
La sentenza è, ancora una volta, d’ergastolo.
Il Prefetto non ci può credere: questo deve essere bacato in testa.

*****

Arriva, infine, il trasferimento.
Tolto da quel buco, per una serie di paradossi una nuova vita più agiata, più consona, sta per cominciare.
Ma la famigliola e’ ancora in travaglio: il nuovo bambino, unico, attesissimo figlio, è nato vivo, si’, ma si capisce che morirà.
E’ tutto blu, meschino, e già non vagisce più.

Le serventi lo bisbigliano nell’ombra, vendicando con la maldicenza i modi della padrona tedesca: l’aveva detto il medico che quella era troppo vecchia per partorire, poveraccio questo padre che non riesce a restare padre.

Ora lei urla di là nella stanza, grida cose in quella lingua assurda, quadrata, e il giudice piange, e i carabinieri di guardia sono andati a chiamare il sacerdote: il medico ha scosso la testa.

La notte corre, la pioggia batte.
Quando, ecco, scoppia un tuono: ma è un tuono?, e si splanca la porta.
Non sono i carabinieri con il medico, è una fanciulla tutta scarmigliata e con gli occhi di fuoco.
“Cerco il giudice” dice.
Cala il gelo.
“Sono io”, risponde Edoardo.
Il primo pensiero è: “questa e’ una matta venuta ad ammazzarmi. Solo questo ci mancava stasera.”
Lei fa un cenno con il capo, magnifica e feroce.
“Si dice in paese che il figlio vi muore, dotto’, perche’ il sangue al paese vostro al nord è sangue marcio. E’ vero?”

Edoardo sospira, strabuzza gli occhi, chiede:
“Signorina, lei chi è?”
La donna si avvicina.
“Pero’ io non ci credo, dotto’, perche’ il sangue vostro non era marcio quando avete deciso solo contro tutti, quando non avete ammazzato la gente”.

E’ calato il silenzio, i presenti si chiedono se la scena sia reale o sia un sogno.
“Io sono la figlia di uno dei briganti che vossia ha graziato. Io metterò il sangue buono nel bambino”.

Nessuno ha il coraggio di dire niente.
Lei prende, energica e feroce, inforca il corridoio, splanca la porta della camera da letto.
La moglie, la cameriera, il dottore, non hanno neanche il tempo di gridare.
Prima ancora che si riescano a capire, lei ha tirato fuori la zinna, preso il bambino e lo ha attaccato al seno.

Con un piccolo sospiro, mio nonno comincia a ciucciare.