L’Unrwa deve finire?

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Alfredo Morganti
Cancellare non solo gli aiuti ai palestinesi, ma anche gli operatori che se ne occupano istituzionalmente.
L’UNRWA, che si occupa di fornire assistenza umanitaria ai profughi palestinesi, è un’agenzia che si avvale di 30.000 operatori ed è finanziata in massima parte dagli Stati. Di questi operatori, 13.000 agiscono all’interno della Striscia di Gaza, gli altri nei campi profughi al di fuori di essa (in Giordania ad esempio). Sono registrati come profughi presso l’UNRWA quasi 6 milioni di palestrinesi, di cui 1,7 a Gaza. I dati li prendo dal “Post”, che precisa: “l’agenzia si occupa di fornire cibo, acqua, istruzione, sanità e altri servizi sociali, e inoltre cura in parte le infrastrutture dei campi profughi”.
In questa veste è normale che debba necessariamente agire di fianco a chi amministra i territori oppure agli Stati che ospitano i campi: nel caso di Gaza, Hamas. I campi profughi sono definiti, dalla stessa Agenzia, come “masse ipercongestionate di edifici a più piani con vicoli stretti, fra gli ambienti urbani più densamente popolati al mondo”. Alcuni sono nati dopo la guerra dei sei giorni del 1967 e oggi siamo ormai alla terza generazione di profughi. Questi numeri bastano da se stessi a dare l’idea della tragedia umanitaria in corso da decenni in medio oriente e in Palestina.
Ebbene, dinanzi a questi numeri monstre, gli operatori accusati dall’intelligence israeliana (non esattamente un ente terzo) di essere “coinvolti” nell’attacco di Hamas (coinvolti come?) sarebbero 12. Dodici! È bastata, ovviamente, questa accusa per spingere i massimi finanziatori dell’UNRWA (USA, Gran Bretagna, Canada, Italia) a bloccare immediatamente i finanziamenti. Sembrava non attendessero altro. Tajani pare si sia vantato di aver bloccato gli stanziamenti sin dal 7 ottobre. Dagli “aiuti ai profughi” a definirli subito “aiuti al terrorismo” il passo è stato breve. L’accusa a orologeria è ovviamente piombata sull’UNRWA subito dopo la sentenza dell’Aja, che considerava plausibile e non archiviabile il rischio di genocidio insito nell’attacco di Israele a Gaza. Un esempio ancora, l’ennesimo, di quanto l’Occidente, il “mondo libero”, i paladini della democrazia, cogli ultimi del mondo giochino sempre sporco.

L’Unrwa deve finire?

da L’Osservatore Romano

Continuano le polemiche seguite alle rivelazioni di parte israeliana del coinvolgimento di un gruppo di dipendenti dell’Unrwa nel massacro di civili compiuto da Hamas il 7 ottobre scorso, a cui è seguita la sospensione dei finanziamenti all’organizzazione da parte di alcuni Paesi, tra cui Usa, Gran Bretagna e Italia. A placarle non è servita la decisione dei vertici dell’Unrwa di licenziare in tronco 12 dipendenti e di avviare un’indagine indipendente, nel tentativo di distinguere le posizioni dei colpevoli dalle linee di comportamento dell’organizzazione delle Nazioni Unite. D’altronde sembra difficile porre sul banco degli imputati un’istituzione che conta a Gaza circa 13.000 dipendenti per la responsabilità di una dozzina di loro. L’Unrwa ha 30.000 dipendenti in totale, la maggior parte dei quali palestinesi, presenti in Palestina, Libano, Siria e Giordania.

Le polemiche tra l’Unrwa e Israele non sono nuove. Nel 2018 il sindaco di Gerusalemme, Nir Barkat, ha chiesto l’espulsione dell’organizzazione dalla città, con la dichiarata motivazione che essa sarebbe responsabile di diffondere “bugie sulle condizioni dei rifugiati palestinesi”. L’ Unrwa è attiva nel supporto dei profughi palestinesi a Gerusalemme est fin dal 1949, quando cioè quella porzione della città santa era sotto la giurisdizione del Regno di Giordania. Dopo l’occupazione israeliana della Cisgiordania nel 1967 l’ Unrwa ha continuato ad erogare servizi di assistenza alla popolazione palestinese avente la qualifica di “rifugiato”, provvedendo cibo, istruzione, assistenza sanitaria. In molti casi la sola fonte di sostentamento. Due le zone nelle prossimità di Gerusalemme dove l’attività dell’ Unrwa è particolarmente sensibile e necessaria: i campi profughi di Shuafat e di Kafr Aqb.

A Gaza, in particolare dopo il ritiro degli israeliani nel 2005, e il successivo colpo di Stato di Hamas, il ruolo dell’agenzia si è rivelato decisivo per garantire i servizi sociali essenziali, se non la sopravvivenza di una buona parte della popolazione. Questo perché su 2 milioni e 300.000 abitanti ben 1 milione e 600.000 hanno visto riconosciuto il proprio status di profughi: la più alta percentuale nei territori palestinesi. Ma l’Unrwa provvede alla medesima assistenza per i profughi palestinesi che hanno trovato rifugio in Libano, Siria, Giordania, per un totale di 5milioni e 900.000 assistiti.

La presenza dell’organizzazione testimonia di per sé l’esistenza di un “problema rifugiati” che è un punto fondamentale nella questione palestinese.

C’è il rischio che il presunto coinvolgimento di dipendenti dell’Unrwa nell’attacco del 7 ottobre venga in qualche modo strumentalizzato per cancellare definitivamente il ruolo dell’istituzione delle Nazioni Unite. Ipotesi apertamente caldeggiata dai settori più oltranzisti del governo Netanyahu, rappresentati dai ministri nazionalisti religiosi Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich.

Ma anche rigettata dai settori più moderati ed effettivamente più attenti alla sicurezza nazionale israeliana.

Per due motivi. Da un lato la scomparsa dell’Unrwa, e del suo carico di supporto vitale alle popolazioni palestinesi, scatenerebbe irrimediabili tensioni violente anche in Palestina. In secondo luogo a Gaza, di fronte alle manifeste incapacità di governo di Hamas, le provviste di sopravvivenza fornite dall’Onu, configurano l’Unrwa come un sistema di gestione oggettivamente alternativo a quello dei miliziani fondamentalisti. Soprattutto in vista della ricostruzione del post guerra. Ma nel governo attuale israeliano non c’è per ora ombra dell’ intenzione di finire la guerra, piuttosto di continuare il conflitto fino al raggiungimento dei “loro obbiettivi”.

di ROBERTO CETERA

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