Metempsicosi – l’Amore per il Pci di Fausto Anderlini

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di Fausto Anderlini – 14 febbraio 2019

Metempsicosi

Mi capita per le mani il blocco dei fascicoli con le statistiche degli iscritti che il Pci produceva in occasione dei congressi e delle conferenze di organizzazione, dal VI° del ’48 al XIIX° dell’89, l’ultimo prima del baillame dei due congressi che ne decretano la morte e avviano il ciclo convulso delle ‘rinascite’, delle diaspore e delle contaminazioni. Credo di essere uno dei pochi che detiene la serie completa e di essi a suo tempo mi avvalsi per scrivere alcuni saggi di sociologia politica che ebbero anche una certa fortuna. Mi picco di ricostruire il trend dal ’45 al 1988. Quarantatre anni di vita. L’Ecg che qui vi sottopongo, tanto per tenermi in allenamento con Excel.

Io partecipai ai funerali che ne avevo trentanove. Se si considera che fui anche pioniere e che a quattordici mi iscrissi alla Fgci trentanove primavere per la più gran parte trascorse sotto le gonne della gloriosa ditta.

Fa una certa differenza sulla quale qui non voglio indugiare fra un partito di iscritti e un partito delle tessere, quale fu la Dc e da un certo momento anche il Psi. Nel primo l’anagrafe degli aderenti è lo status animarum di una chiesa, anche se i veri catechizzati che partecipano ai riti sono una parte necessariamente ristretta. Nel secondo le tessere sono un equivalente particolare, una moneta di pagamento da spendere sul mercato del potere e dei favori. Tanto da arrivare talvolta a coscrivere i defunti, un gioco laico fino al midollo.
Detto comunque con la consapevolezza che la storia ‘sacra’ del Pci, avviata nel ^21 fu, se guardata nel meta-tempo, una inezia (e una pretesa) patetica a confronto delle confessioni le cui chiese perdurano da millenni. Del resto i ‘paradisi’ in terra non possono che avere vita breve per quanto numinosa.

Il take off dell’organizzazione fu rapidissimo e sfruttò il grande moto di ri-socializzazione politica corrispettivo alla liberazione e alla creazione della Repubblica. Già alla fine del ’45 il Pci contava 1.700.000 iscritti. Solo due anni dopo, nel ’47, tocca una cifra record mai più raggiunta. Scritto in lettere come fosse un assegno o un modulo delle poste: due milioni e duecentocinquantaduemila. Anche se in realtà la cifra massima si tocca nel ’50 quando ai 2 milioni e rotti di iscritti adulti si aggiungono 460.000 iscritti alla Federazione giovanile. Si pensi: i giovani comunisti da soli valevano allora quanto sarà l’entità del Pds intero nei ’90 e ben oltre quel che adesso passa il convento del Pd. L’unico partito con iscritti malgrado dissolti nel liquame.

Dopo il ’56 gli iscritti calarono per poi riprendere nei ’70 superando il tetto di 1.800.000 nel biennio d’oro ’75-’76. Ma ancora nel 1988, con la crisi dell’URSS ampiamente incubata e con le trasformazioni profonde avvenute nella società italiana, già fortemente individualizzata e ben addentro nella post-modernità, il Pci poteva contare su un esercito di quasi un milone e mezzo di tesserati.

Se si tien conto del flusso dei reclutati (entrate) e dei mancati rinnovi (le uscite) gli iscritti al Pci in quanto entità mobile furono milioni ma altrettanti furono quelli che ne costituirono lo stock, permanendo nel partito per lunghi tratti della vita, spesso fino alla morte.

Che ne è di tutta questa gente ? Dove è andata a finire ? In quanti siamo rimasti ? Che segno ha lasciato e cosa ne persiste ? That is the question che mi pongo in questa notte del cazzo.

La più gran parte sottoterra, come naturale. Non solo perchè son passati trenta anni esatti dall’ultimo congresso, ma perchè già negli ottanta la composizione anagrafica del partito era condizionata dal peso della massa anziana della prima corte politica, quella del dopoguerra. Fosse rimasto in vita fino ad oggi e potendo contare su una evoluzione lineare il Pci non avrebbe più iscritti di quanti ne ha la Spd. Anche se forse avrebbe qualche milione di voti. Rimangono poche centinaia di migliaia di persone, ivi considerando anche quelle che son passate in giovane età nel Pds-Ds e nei partiti comunisti derivati, vivendone in qualche modo la coda diasporica. Il nucleo che ha dato vita a Mdp e Leu, scoprendo la quasi coincidenza fra ex-iscritti viventi e votanti. Come mi è capitato di dire: una grande retroguardia militante di massa senza popolo. Una memoria senza corpo. Una idealità monastica errante nel vuoto.

I voti persi, transitati altrove o evaporati nell’astensione e nel disinteresse non tornano. I voti vanno, seguendo un movimento turbinoso e senza memoria. L’elettorato non ha memoria di sè. Non è un soggetto unitario consapevole della propria biografia.

La memoria resta un tratto vitale solo nelle persistenze dei militanti, cioè di una parte degli ex-iscritti. Persino troppo. Non c’è memoria che non si indurisca (talvolta sino all’ossessione) quanto più la radice esistenziale con l’ambiente è stata recisa integralmente. La memoria, si potrebbe dire, è soprattutto il dolore di una perdita. Un ectoplasma spiritistico. Una coazione a ripetere. Si può arrivare ad avere nostalgia persino di chi o cosa si è odiato. Purché sia morto.

E tuttavia è inutile tergiversare. Se è una coazione tanto vale lasciarsene permeare. Evitando la goffaggine del futurismo. Ridicolo non è chi si attarda a rivendicare il passato ma chi dice ‘volete tornare indietro’. Cui vien da rispondere: ma dove stai andando cretino. Quel che invece si dovrebbe fare è coltivare la memoria come cultura evitando il passatismo, cioè in modo virile ovvero sapendo che il passato non torna.

Inoltre la memoria è un fatto personale come tale esistenzialmente intrasferibile. A meno di non esumarla come una narrazione, cioè una re-invenzione mitologica da trasferire in crani vuoti, ma suscettivi di riceverla. E non son tempi.

Adesso, in questo fine settimana, ci ritroviamo intorno ai tavoli a discutere di analisi ed indirizzi. In ipotesi di una costituente formazione politica che ha il suo nerbo in quella lacera retroguardia di veterani di cui s’è detto. La cosa veramente augurabile è che si metta fine a questo karma di morti e annunciate rinascite ogni due mesi.

Anche se a me la metempsicosi piace, sebbene a rovescio, Vorrei che la catena delle reincarnazioni non cessasse. Ma vorrei rinascere tal quale ero nella vita precedente. Rivivere daccapo tutti gli errori. Domani tal quale sono adesso. Senza perdere nessuna stilla d’amore. E con questa nirvanica confessione vi auguro una notte serena. E’ San Valentino.