Rottamazione e populismo per me pari sono

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di Alfredo Morganti – 14 febbraio 2019

Matteo #Renzi ha scritto un libro per provare che ‘rottamazione’ e ‘populismo’ non sono la stessa cosa, e dunque non sarebbe corretto sovrapporre l’esperienza del suo governo con quella gialloverde attuale. Tempo sprecato. Basta spiegare cosa sia stata la rottamazione e cosa sia oggi il populismo per rendersene conto. La #rottamazione renziana si rivolse contro le cose e contro le persone. Vada per le prime, ma nel caso delle persone i rottamatori non dovrebbero finire mai di vergognarsi. E comunque, rottamare voleva dire gettare via, liberarsi come fossero rottami (appunto) di corpi intermedi e articolazioni istituzionali troppo intricate dinanzi alla fretta che avevano i renziani di andare a sbattere (perché questo fu). La riforma costituzionale e l’Italicum a questo puntavano, con l’assottigliamento della rappresentanza, il Parlamento ridotto a poca roba, la mediazione politica genuflessa dinanzi al #Capo, i partiti ridotti a contenitori leaderistici che avevano in odio le alleanze, la vocazione maggioritaria come una ricetta che celebrava la superiorità dei vincenti contro la pochezza dei perdenti, le elargizioni dirette al ‘#popolo’ in forma di bonus e sgravi. Conta poco un avanzamento nei diritti civili se poi, dal punto di vista politico e istituzionale si affonda in una palude di chiacchiere social-mediatiche, di decisionismo d’accatto e di virulenta ambizione personale. In sintesi potremmo dire che la rottamazione prendeva a martellate la classe dirigente antecedente (per far posto a tecnici, inesperti, incompetenti) e le istituzioni (per far prevalere lo schiocco delle dita invece della ricerca comune, del dibattito pubblico, della mediazione politica e istituzionale). E da questo martellamento quotidiano traeva linfa.

E il #populismo? Siamo, di fatto, al copia e incolla. In questo caso, abbiamo la lenta demolizione della fascia istituzionale intermedia e rappresentativa, per creare un vuoto tale da stabilire una connessione diretta tra il Capo e Popolo. Abbiamo la tendenza a cortocircuitare il processo decisionale, mediante annunci mediatici e dirette social quotidiane. Abbiamo il diffuso risentimento verso i partiti storici, alimentato anche da una polemica quotidiana contro la classe dirigente, le élite, le espressioni culturali in genere. Abbiamo l’idea che la politica sia un ‘#fare’ tecnico di cose, e non un ‘agire’ democratico di persone. Abbiamo i bonus e le concessioni al ‘popolo’. Scopri dov’è la differenza, direbbe il noto periodico enigmistico. In effetti siamo alle sfumature, perché la voglia di fare piazza pulita istituzionale, di esibire fretta, di inneggiare al popolo contro la politica e i partiti, di masticare una certa fraseologia di destra, di piegarsi al leaderismo, di usare un linguaggio tecnico-pratico se non persino un po’ rozzo e immediato, dando sfoggio di ‘popolarismo’, di elargire bonus e ragalìe al popolo, ebbene questa voglia è molto diffusa, e riguarda sia la sfrontatezza rottamatoria (di cose e persone, ripeto) di Renzi, sia l’#antipolitica dei grillini, sia il più rozzo populismo leghista.

È come se una patina di pessima politica si fosse adagiata sul panorama italiano e avesse indelebilmente contaminato i massimi protagonisti di questi ultimi anni. In una rincorsa al peggio che sembra non avere fine. È come se la politica avesse deciso di mangiare se stessa, divorando in primo luogo la democrazia rappresentativa, ossia il principale contesto al cui interno può positivamente germogliare la vita pubblica. Rottamazione, antipolitica, populismo puntano in fondo alla stessa cosa, di destra o sinistra che siano: la demolizione del discorso pubblico, della rappresentanza, di un senso articolato della collettività, della mediazione culturale e politica in nome di una risposta tutta individuale e di convenienza, tutta ‘interessata’, personalistica, animata da meccanismi diretti, leaderistici, populistici appunto. Affogando nel ‘popolo’ le differenze sociali e il conflitto, esaltando la nazione come maglio da agitare in Europa. È questo il male che minaccia la nostra vita pubblica. A cui bisogna dare risposta, senza rincorrere la destra o i rottamatori populisti sul loro sciocco terreno.