Molti nemici … poco onore – tutta l’Europa contro la manovra del governo italiano

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di Domenico Gallo – 16 novembre 2018

Allo scadere della mezzanotte del 13 novembre il governo italiano, con la lettera a firma del Ministro Tria, ha lanciato il guanto di sfida alla UE, respingendo le critiche formulate dalla Commissione sull’impostazione della manovra economica e sui saldi di bilancio. Occorre precisare che la sfida non è rivolta all’Unione Europea, come ordinamento giuridico che assicura la convivenza  e l’integrazione degli Stati che ne fanno parte, né all’architettura istituzionale che regge questo sistema. Quelle che sono messe in discussione sono le regole della governance nell’Unione economica e monetaria condensate in un trattato intergovernativo, il fiscal compact (entrato in vigore nel 2013), che impone a tutti gli Stati membri l’obbligo del pareggio del bilancio (è consentito solo uno sforamento dello 0,5%; dell’1% per gli Stati con meno debito). Per dare attuazione al Trattato, anche se non era necessario, l’Italia ha inserito il principio del pareggio del bilancio in Costituzione, modificando l’art. 81, che adesso prevede che il ricorso all’indebitamento è consentito soltanto al verificarsi di eventi eccezionali, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta.

Purtroppo dal 2014 (epoca di entrata in vigore della riforma) si verificano sempre eventi eccezionali, per cui ogni anno le Camere autorizzano il Governo a sforare il vincolo di bilancio ed è prevedibile che gli eventi eccezionali si ripeteranno ogni anno, qualunque sia la maggioranza politica.

Il fiscal compact prevede altresì l’obbligo di riportare il debito pubblico esorbitante entro il limite del 60% del PIL al ritmo medio di un ventesimo all’anno. A bocce ferme, cioè in assenza di crescita economica, questo significa che l’Italia, avendo un debito pubblico al 130%, in 20 anni deve abbatterlo del 70%, cioè il 3,5% all’anno, pari a circa 60 miliardi che ogni anno dovrebbero essere sottratti al circuito dell’economia per ripagare il debito. Si tratta di una ricetta, giuridicamente vincolante, per condannare il nostro Paese a 20 anni di depressione economica, disoccupazione crescente, smantellamento dei presidi dello Stato sociale. E’ evidente che il Patto di bilancio non è compatibile con la Costituzione italiana,  con la Carta dei diritti fondamentali e con gli obiettivi di promuovere un elevato livello di occupazione ed il progresso economico e sociale perseguiti dai Trattati europei. Ma quello che più conta, è che tali regole sono insostenibili dal punto di vista economico, amplificano gli effetti della crisi economica globale e rompono la coesione sociale europea, mettendo in crisi la sopravvivenza stessa dell’edificio comunitario.

Non c’è dubbio quindi che debba essere sviluppata un’azione politica su base europea per modificare le regole della governance economico monetaria e renderle meno ottuse. Senonchè il metodo seguito dal Governo italiano, di lanciare il guanto di sfida, nella condizione di massimo isolamento creata dalla sua politica “sovranista”, è un azzardo irresponsabile che può solo attizzare uno scontro in cui siamo tutti perdenti. Questo scontro forse servirà a galvanizzare l’elettorato in vista delle elezioni europee, offrendo al crescente disagio sociale il capro espiatorio della “burocrazia” di Bruxelles nemica degli interessi italiani e della sovranità del nostro paese. Tuttavia al fondo di questo scontro, non c’è il rinnovamento politico dell’Europa ma l’ombra minacciosa della Troika che si staglia sul nostro Paese. Alla base di questa sfida c’è la scommessa che con le elezioni europee cambierà il quadro politico con l’avanzata delle forze sovraniste, avversarie delle attuali elìtes dirigenti che dovranno fare i bagagli ed andare via. Senonchè l’avanzata o il trionfo delle forze politiche che esaltano l’interesse nazionale in contrasto con gli interessi comuni europei, può solo peggiorare la condizione di isolamento dell’Italia. Basti pensare che è stata proprio l’Austria, guidata da un Governo sostenuto da un partito protonazista, gemello della Lega, in accordo con la “liberista” Olanda ad alzare la voce, chiedendo la punizione del nostro Paese appena la lettera di Tria è stata recapitata.

Chi di spada ferisce……

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In diciotto contro l’Italia, l’Eurozona si rafforza

di Sergio Fabbrini

Se il governo italiano insisterà a difendere la sua proposta di bilancio, quali saranno le conseguenze per la collocazione italiana nell’Unione europea? Finora, le scelte di politica di bilancio del governo italiano sono state discusse per le loro conseguenze sull’economia e la politica del nostro Paese. Si è rilevato come le autorità europee potranno difficilmente accettare una politica di bilancio che contraddice clamorosamente gli obiettivi di riduzione del deficit nominale e di contenimento del debito pubblico.

Venerdì 16 novembre, per di più, il presidente della Banca centrale europea ha ricordato come sia indispensabile che Paesi ad alto debito agiscano in fretta per rendere quest’ultimo sostenibile, prima che arrivi una nuova crisi finanziaria.

Al Consiglio dei ministri finanziari dell’Eurozona, la richiesta di una revisione della nostra proposta di bilancio verrà reiterata. Poiché il nostro governo ha dichiarato che non l’accoglierà, la Commissione dovrà prima o poi avviare una procedura d’infrazione nei nostri confronti, proprio per garantire gli altri Paesi dell’Eurozona. In questo dibattito, tuttavia, è sfuggito l’altro versante del problema. Ovvero cosa succederà in Europa, se il nostro governo insisterà nella sua intransigenza?

Contrariamente a ciò che hanno sostenuto i leader del nostro governo (e cioè che l’Italia è “troppo grande” per essere abbandonata), è probabile che l’esito sarà esattamente l’opposto. Infatti, la marginalizzazione dell’Italia dall’Eurozona rafforzerebbe, e non già indebolirebbe, quest’ultima. Vediamo perché.

Il conflitto tra il governo italiano e le istituzioni europee ha messo in luce la coesione dei 18 Paesi che (insieme a noi) costituiscono l’Eurozona. La proposta di bilancio dell’Italia non ha avuto il sostegno di nessuno (ripeto: nessuno) degli altri 18 governi nazionali. È la prima volta che succede. Nel passato, vi sono stati ripetuti casi di governi nazionali che hanno deviato dal rispetto delle regole stabilite in comune. Nel 2003, Germania e Francia presentarono una proposta di bilancio che, per ragioni diverse, non rispettava esplicitamente il vincolo del deficit. La Commissione raccomandò di sanzionare i due Paesi, ma la sua raccomandazione fu rifiutata da un numero sufficiente di governi nazionali. In quel caso, e in altri casi successivi, le ragioni della deviazione dai parametri, da parte di un governo nazionale, furono condivise da altri governi nazionali. Con l’esito di creare, all’interno dell’Eurozona, una geometria variabile di alleanze o convergenze. Nel caso della deviazione dai parametri proposta dal governo italiano, nulla di ciò è avvenuto. Gli altri 18 governi nazionali ritengono quella deviazione ingiustificabile (in quanto non motivata sul piano economico) oltre che pericolosa (in quanto trasmette instabilità all’intera Eurozona). Non c’è alcun complotto di tecnocrazie europee o di poteri forti contro di noi. C’è il semplice rifiuto, da parte dei 18 Paesi che condividono la moneta comune con noi, di farsi carico delle conseguenze delle nostre scelte. Diciamolo con chiarezza: il paradigma che ha istituzionalizzato l’azzardo morale tra le regioni italiane non è trasferibile a livello europeo.

Dunque, l’Italia viene percepita sempre di più come un outlier (un attore ai margini) nel sistema dell’Eurozona. Eppure, all’interno di quest’ultima, vi sono governi nazionali espressione di opzioni politiche e ideologiche molto vicine a quelle del governo italiano. Paradossalmente, sono stati proprio i leader di quei governi a sostenere la posizione più rigida nei nostri confronti (si pensi all’austriaco Sebastian Kurz, all’olandese Mark Rutte o al finlandese Juha Petri Sipilä). La traiettoria eccentrica perseguita dal governo italiano, insieme al caos generato dalle scelte britanniche di uscire dall’Ue, stanno compattando l’Eurozona (come non avveniva da tempo). Così, con le sue scelte intransigenti e irresponsabili, il governo italiano sta contribuendo a risolvere la paralisi interna a quest’ultima. Una paralisi dovuta anche al nostro debito pubblico. Con l’Italia in un limbo, i 18 Paesi stanno già operando per ridurre gli effetti di una sua futura implosione. Certamente, all’interno di una comune condivisione delle regole, quei 18 governi perseguono strategie diverse di organizzazione dell’Eurozona. La Germania e la Francia (dopo l’incontro dell’altro ieri tra i loro ministri delle Finanze) propongono di creare un bilancio distinto, da usare in funzione anti-ciclica (per fare crescere gli investimenti o per far diminuire la disoccupazione). I Paesi del nord Europa (la cosiddetta “coalizione anseatica”) preferiscono invece preservare gli attuali equilibri intergovernativi. Se l’Italia si auto-escluderà dall’Eurozona, quest’ultima potrà accelerare la conclusione dell’unione bancaria, dando vita al terzo e mancante pilastro della assicurazione sui depositi. Comunque si concluda il confronto all’interno dell’Eurozona, l’auto-isolamento dell’Italia consentirà a quest’ultima di andare verso una maggiore integrazione. Chi pensa che l’Ue non potrà fare nulla senza di noi, ha fatto i conti senza l’oste.

In un Rapporto del settembre scorso dell’Istituto Bruegel di Bruxelles, cinque economisti hanno messo in luce la trasformazione dell’Ue verso un sistema di “club”. Intorno a una “ossatura” comune, è plausibile che si formino clubs diversi, il più integrato e solido dei quali è quello dell’Eurozona. Mi domando: la nostra auto-esclusione da quest’ultimo club, come vorrebbe il governo italiano, per entrare in clubs più incerti e con compagni spesso opportunisti, corrisponde anche alla volontà e agli interessi del Paese?