Morganti: “L’addio di Daniele De Rossi, è stato come strappare la maglia giallorossa dal cuore della città”

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di Alfredo Morganti – 15 maggio 2019

DDR

A Roma il calcio è una religio. E la squadra della Roma una specie di credo. Anzi una fede. Chi vive qui lo sa, sa che non è come nelle altre città, sa che è diverso dalle altre città del mondo. Il calcio e segnatamente la Roma sono pane quotidiano e respiro per centinaia di migliaia di romani, sono un elemento che unifica e ‘raccoglie’, per certi aspetti, una città che si frammenta e perde invece coesione. La storia millenaria, la cultura in cui Roma si bagna quotidianamente, l’anima che questa storia ha infuso nel tempo, e la Roma (mi scusino i tifosi dell’altra squadra, ma le cose stanno obiettivamente così) sono le due principali colonne di una sopportazione quotidiana e di una vita altrimenti spaesata e difficile da condividere per molti. La forza della storia e la forza della passione. Solo così si capisce l’addio di Totti, e tanto più quello di Daniele De Rossi, simbolo vivente, imperituro del romanismo, uno che (come ha detto il CT Mancini) la maglia giallorossa ce l’ha cucita indosso. Il suo addio, imposto dalla società, è stato come strappare quella maglia dal cuore della città, non solo della squadra. È stato come andare a toccare i sentimenti vivi e più intimi di centinaia di migliaia di persone. Ripeto, bisognerebbe essere romani per capire meglio Roma, per entrare davvero nelle sue dinamiche, per comprendere a fondo cosa scuota oggi l’anima di tanta gente comune. Un amore sviscerato che è la debolezza della città, ma è soprattutto la sua forza, a cui ci si appiglia quotidianamente.

A De Rossi la Roma non ha concesso più chance, ha detto grazie e arrivederci. Ha confuso i sentimenti profondi di tanti con il bilancio aziendale, e prima ancora ha considerato la squadra della Roma una squadra qualsiasi, un team sportivo, e non un credo qual è. È vero che senza soldi non si fa niente, ma è altrettanto vero che con i soli soldi e basta non si fa nulla egualmente. E i soldi, peraltro, sono anche pochi, a quanto sembra. Il risultato è quello di aver mosso il coltello dentro una ferita aperta, di aver dato alle fiamme un covone. Come se non conoscessero questa città, come se fossero marziani calati sull’Olimpico chiedendosi chi fossero quelli in maglia giallorossa. Chi non conosce Roma, i suoi sentimenti profondi, non conosce nemmeno la Roma e dunque si trova a dirigere una cosa sconosciuta. Sarà per questo che da un po’ mancano i trofei, sarà per questo che non si vince alcunché. Ma il punto non è nemmeno questo. Pazienza. Il punto è che Daniele De Rossi era già un trofeo per questa squadra, era il simbolo più forte. Liberarsene con tale nonchalance, con tale leggerezza, muoversi nella cristalleria con tale modalità da elefanti, è stata una sciocca pazzia, e prima ancora una mancanza di riguardo verso l’unica cosa che c’è, l’unica cosa che conta, ossia la passione dei cittadini normali, e il rispetto che non deve mancare mai verso una città come questa e una squadra che non è una squadra ma una maglia cucita indosso a milioni di persone.