Morire per un fantasma: la vera storia di Elena

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Quando Euripide scrive Elena il suo bersaglio non è la tradizione, non gli interessa raccontare una versione diversa del mito che generazioni di greci hanno sentito narrare fin da piccoli e hanno poi tramandato ai loro figli. Non vuole stupire, ma vuole raccontare tutta un’altra storia.
Fa un gioco con i suoi spettatori, che certamente conoscono, oltre al mito, un’orazione di uno dei più celebrati tra i sofisti, Gorgia da Lentini, che in quegli anni è molto attivo ad Atene, perché lì c’è una fiorente richiesta della sua mercanzia, ossia la capacità di parlare e di convincere, di trasformare il falso in vero e il vero in falso. E Gorgia, con un’astuta strategia di marketing, ha scritto e recitato nei migliori salotti della città un’orazione dedicata proprio alla moglie di Menelao, con l’obiettivo di dimostrare che non è stata sua la colpa se è scoppiata la guerra di Troia. Il sofista che può dimostrare qualunque tesi, dice che è possibile perfino scagionare quella che per gli antichi greci è la peccatrice per antonomasia, l’adultera, la causa della guerra che ha provocato infiniti lutti agli achei e la distruzione di una delle più antiche città dell’Asia.
Elena è innocente – spiega il sofista venuto dalla Sicilia – perché o è stata rapita o è stata convinta dalla forza delle parole di Paride oppure si è innamorata o semplicemente è così che hanno voluto gli dei. In nessun caso Elena avrebbe potuto opporsi, né al volere degli dei né all’amore né alla forza di quell’uomo venuto da oriente né al potere delle parole, capace di incantare. Gorgia, mentre racconta la storia di Elena, presenta se stesso come una sorta di mago, un mago che è pronto a vendere – naturalmente a caro prezzo – i propri segreti. Euripide certamente conosce l’Encomio di Elena, forse l’ha ascoltato dallo stesso Gorgia in casa di qualche ricco ateniese: il loro “giro” era pressoché identico e quasi certamente si sono conosciuti. Forse anche lui è rimasto incantato dalle parole di Gorgia, ma ha capito che il sofista non stava davvero difendendo Elena, stava solo vendendo la propria abilità.
Invece a Euripide interessa sapere cosa è successo davvero a quella donna destinata a sopportare una tale infamia e così – rielaborando una versione del poeta Stesicoro – racconta che Era, per vendicarsi di Paride che aveva assegnato ad Afrodite il pomo d’oro per la dea più bella, nel momento in cui Elena stava per essere condotta sulla nave troiana, ha fatto uno dei suoi potenti incantesimi: a Troia sarebbe andato un simulacro della donna,

un fantasma dotato di respiro, fatto con un pezzo di cielo

mentre la vera Elena è stata condotta da Ermes in Egitto e messa sotto la protezione del re Proteo.
E la tragedia – peraltro una strana tragedia, in cui non muore nessuno e con il lieto fine – comincia proprio sulla tomba del vecchio re. Sono passati diciassette anni, Elena è ancora molto bella e la sua bellezza è l’oggetto del morboso desiderio del nuovo re, Teoclimeno, meno rispettoso rispetto a quanto lo sia stato il padre della storia triste di quella famosa esule. E così noi conosciamo questa donna matura, che vive la sua bellezza come una maledizione. E che, pur lontana dalla sua patria, deve soffrire per quelle storie di cui è l’involontaria protagonista negativa. Sua madre Leda è morta di dolore, i suoi fratelli, i divini Dioscuri, si dice che si siano uccisi per la vergogna di avere una tale sorella. Elena è una donna sola, ma, nonostante tutto quello che le è accaduto, è molto forte.
La protagonista di Euripide non è certamente la donna succube raccontata da Gorgia, quella che non ha colpa perché non poteva fare altrimenti, perché qualcuno o qualcosa è sempre più forte di lei. Elena di Euripide è invece il motore di tutta l’azione. Elena non è una donna rassegnata, è lei che, avuta la fortuita opportunità di incontrare finalmente il suo sposo Menelao, giunto in Egitto insieme a pochi compagni e a quella visione che crede ancora essere sua moglie, prende in mano le redini del gioco e lo conduce fino alla fine con un’intelligenza brillante. Euripide vuole che ricordiamo Elena non perché è bella, anzi la donna più bella mai esistita, ma perché è πολύτροπα, la donna dal multiforme ingegno.
E’ lei che convince Menelao, che invece per tutta la rappresentazione ci appare in balia dei flutti, veri e metaforici, e che diventa capace di agire solo quando segue le direttive della propria sposa, è lei che sa trovare, con una tecnica retorica degna di un sofista, l’indispensabile alleanza con la sorella del re, l’indovina Teonoe, che avrebbe facile gioco a smascherare l’inganno, ma che si lascia convincere grazie a una sorta di richiamo femminista, ed è sempre lei che alla fine trova il modo di farsi consegnare dallo stesso re le armi e soprattutto la nave per fuggire. E’ quando Elena agisce che diventa davvero irresistibile.
Come ho detto Elena non è una tragedia, almeno non come l’intendeva Aristotele e come si aspettava il pubblico di Atene. Non muore nessuno durante il dramma. Anche perché sono morti tutti prima, durante i dieci anni della guerra e nei sette anni di peregrinazioni. Il dramma di Elena è anche quello di essere una specie di sopravvissuta.
Ma quando Menelao racconta a uno dei suoi servi cosa è successo, la storia del fantasma e della vera Elena, questi rimane allibito e poi urla al suo re:

vuoi dire che abbiamo sofferto invano per una nuvola?

Euripide sorride amaro di fronte all’ingenuità di questo soldato, che da diciassette anni è lontano dalla propria casa, per seguire non un fantasma, ma l’ambizione del proprio re. E ha compassione della sua stoltezza, che non gli fa capire che la guerra sarebbe stata altrettanto stupida e inutile se Elena non fosse stata un fantasma.