“Neoliberismo e Europa, serve una svolta”. Una risposta alla lettera aperta a LeU

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di Stefano Fassina, tratto dall’Huffington Post, 28 febbraio 2018

Care e cari firmatari della lettera aperta che, attraverso Micromega, avete inviato nei giorni scorsi a Liberi e Uguali (“Neoliberismo e Europa, serve un svolta”), ponete la questione di fondo per il nostro progetto politico nato per ridare valore morale, sociale, economico e politico al lavoro e effettività alla nostra democrazia costituzionale: come scrivete, l’Unione europea e l’Eurozona sono retti da un’ideologia e un impianto liberista, voluto dai paesi e dagli interessi economici più forti. Un’ideologia e un impianto di policy che, al fine di percorrere la rotta mercantilista di marca tedesca, programmaticamente alimenta svalutazione del lavoro, quindi restringe le libertà e amplia le disuguaglianze.

La primaria e fondativa discontinuità di Liberi e Uguali rispetto al percorso degli ultimi e tre decenni della sinistra storica e della cosiddetta sinistra critica deve essere la consapevolezza dell’Europa reale e dell’effettivo funzionamento dei Trattati europei, del mercato interno europeo e della moneta unica. Oggi, si susseguono reazioni indignate, anche dai vertici del governo, sulla drammatica vicenda dell’Embraco, azienda manifatturiera che dalla provincia di Torino delocalizza in Slovacchia, come fosse eccezione dovuta alla patologica insensibilità sociale di una multinazionale. Invece, come avviene regolarmente e inevitabilmente da almeno 15 anni, è la regola: è la fisiologia di un mercato interno senza standard sociali e fiscali, disinvoltamente allargato a Est nel 2004.

In tale quadro, stupiscono le riflessioni di Romano Prodi (Il Messaggero, 25 febbraio) che ora, come un qualunque osservatore esterno, denuncia come “dumping sociale il tipo di concorrenza di fronte al quale ci si trova nei mille casi di Embraco” e valuta come “situazioni particolari… particolarmente odiose, quelle dei lavoratori dipendenti da imprese a basso costo del lavoro (soprattutto a Est) che vengono temporaneamente mandati a operare nei paesi ad alto costo del lavoro conservando lo stesso trattamento salariale del Paese d’origine”.

Il nostro ex-Presidente della Commissione europea evita di ricordare che quelle che definisce “situazioni particolari … particolarmente odiose” sono conseguenza deliberata della Direttiva sui “Posted workers” (“lavoratori dislocati”), in vigore dal dicembre 1996. Omette anche che lo stesso principio del paese di origine è stato generalizzato a tutte le attività di servizio dalla “sua” Commissione: proprio mentre si celebrava la nascita dell’Unione europea a 28 Stati, il “suo” Commissario Fritz Bolkestein battezzava la “Direttiva Servizi”, potente grimaldello di svalutazione del lavoro (recepita in Italia nel 2010 durante il Governo Berlusconi-Lega con l’assurda inclusione del commercio ambulante da escludere al più presto).

È vero, come ha scritto recentemente Michele Salvati (Corriere, 23 febbraio), che la visione dell’Europa è il discrimine tra le opzioni in campo per le elezioni del 4 marzo. Ma le opzioni strategiche sono tre, non due come si continua strumentalmente a narrare. Al cosiddetto “sovranismo”, si contrappongono due versioni radicalmente diverse di europeismo. La versione assolutizzata da Salvati e da tanti altri è, in realtà, l’europeismo liberista, segno distintivo dei Trattati e dell’impianto della moneta unica. È la versione espressa, con piena coerenza ideologica, dai Radicali impegnati con il Pd per “+Europa” e gli Stati Uniti d’Europa e, in modo meno lineare, dal blocco Pd-Ulivisti e da Forza Italia in riattivata modalità merkeliana.

Ma non è l’unica versione possibile di europeismo. In alternativa al sovranismo e all’europeismo liberista, s’incomincia a profilare l’europeismo costituzionale, espressione del patriottismo costituzionale (se ne discute in “Controvento” raccolta di interventi appena pubblicato da Imprimatur). Ha radici antiche e plurali. È un europeismo anti-retorico che riconosce e punta a correggere le contraddizioni tra i principi fondamentali della nostra Costituzione e l’impalcatura istituzionale e di policy dei Trattati e dell’euro. È un europeismo consapevole dello scarto tra il primato della concorrenza e della stabilità dei prezzi scolpito delle normative della Ue e dell’Eurozona e il primato del lavoro e della solidarietà sociale affermato nella nostra Carta fondamentale e, in forma diversa, nelle altre Carte scritte dopo il secondo conflitto mondiale.

È un europeismo “adulto” in grado di rilevare, da un lato, la deriva verso lo “Stato minimo” prescritta dai Trattati e dall’agenda mercantilista della moneta unica (correttamente rilevato da Guido Carli nella citazione riportata nella lettera aperta) e, dall’altro, la necessità del rilancio dello Stato nella regolazione dell’economia prevista nella nostra Costituzione per “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto libertà e uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”.

Insomma, è l’europeismo da costruire attraverso una coalizione per la domanda interna, costituita dagli interessi economici e sociali dipendenti in via prevalente o totale da investimenti e consumi nazionali: il 75% della nostra economia. È la stragrande maggioranza delle micro e piccole imprese, i “loro” lavoratori subordinati, lavoratori autonomi, professionisti e lavoratori e lavoratrici delle pubbliche amministrazioni.

Liberi e Uguali, per avere senso politico e superare uno spazio elettorale residuale, deve incamminarsi lungo la rotta dell’europeismo costituzionale. Dopo il 4 marzo, dobbiamo riprendere il confronto.