Non dobbiamo avere paura del “mostro”

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di Luca Billi, 8 febbraio 2018

C’è uno scienziato geniale che compie una scoperta incredibile, ma quando riesce finalmente a metterla in pratica, non riesce a controllarne gli effetti e quello che poteva essere un beneficio per il genere umano si rivela una sciagura. Come avete capito si tratta, in estrema sintesi, della trama del romanzo di Mary Shelley Frankenstein, o il moderno Prometeo, pubblicato nel 1818, appena due secoli fa.
Ci ho pensato leggendo che un gruppo di ex dipendenti di Google e Facebook hanno creato un’associazione, chiamata Center for humane tecnology, che ha l’obiettivo di organizzare delle campagne educative per l’uso responsabile delle nuove tecnologie e di denunciare i rischi che queste comportano, specialmente per i più giovani. Si tratta di qualcosa che conoscono assai bene, perché sono gli stessi che hanno realizzato quegli strumenti da cui ora ci mettono in guardia. E che, per inciso, stanno usando anche adesso per questo fine che è senz’altro lodevole.
Credo che queste persone facciano un lavoro importante, perché ci descrivono meccanismi di condizionamento di cui siamo tutti vittime, per lo più inconsapevoli, i cui effetti ora non possiamo nemmeno immaginare. E che ci vorrebbe un’artista come Mary Shelley capace di raccontare. In questo gruppo c’è tra l’altro Justin Rosenstein, l’inventore del like su Facebook, che spiega come quel gesto apparentemente insignificante, che ripetiamo non so quante volte in un giorno, rischi di diventare una specie di dipendenza. Tutti noi che usiamo regolarmente i social – e non facciamo finta di non usarli, perché non saremmo qui, come quando diciamo di non guardare Sanremo mentre siamo davanti alla televisione a criticarne le canzoni – sappiamo che se mettiamo una foto accanto a quello che scriviamo avremo più like, che se in quella foto c’è un qualche ammiccamento sessuale i like aumenteranno sensibilmente, che se usiamo qualche parola “forte” sarà più facile essere letti e così via. Sono trucchi che usiamo, più o meno consapevolmente, e che hanno un rischio, perché quando tutti li useremo regolarmente dovremo trovarne altri, affinché i nostri post emergano, in una spirale in cui si alimenta la volgarità e la sensazione. E anche molte fake news nascono così, al di là di chi lo fa consapevolmente. Perché quei like in qualche modo ci gratificano, perché li aspettiamo, ce ne sono alcuni che aspettiamo più di altri, così come da adolescenti aspettavamo uno sguardo o un sorriso dalla nostra ragazzina dai capelli rossi. E quel riaggiornare continuamente la pagina diventa come passare il tempo a tirare la leva di una slot machine: diventiamo dipendenti, aspettiamo la “mano fortunata”, apparentemente a rischio zero, perché non dobbiamo ogni volta mettere una monetina, ma c’è il piacere dell’attesa, che per lo più si traduce in una nuova pubblicità, magari la stessa pubblicità scientificamente ripetuta, che ci induce a comprare quel prodotto piuttosto che un altro o soprattutto quel prodotto di cui non abbiamo affatto bisogno.
Come due secoli fa, ai tempi del dottor Frankenstein e della sua creatura, non fu possibile fermare la scienza, anzi furono proprio gli anni in cui la scienza cominciò quella corsa senza freni di cui ora godiamo gli effetti, ora non ha senso fermare la tecnologia o vietarla, come pure qualcuno tenta di suggerire, magari sulla scorta di studi come quello portato avanti da questi cosiddetti “pentiti della Silicon valley”. Non possiamo fermare qualcosa che è inarrestabile in natura e di cui conosciamo anche gli aspetti positivi. E poi non possiamo cambiare la natura umana, perché i social coma la scienza non l’hanno modificata, ne hanno solo esasperato alcuni aspetti, per alcuni aspetti l’hanno resa più fragile, ma noi siamo sempre quelli, che abbiamo paura della “creatura” di Frankenstein, ma non possiamo smettere di leggere il romanzo di Shelley, perché quella lettura ci regala piacere, che accettiamo i condizionamenti perché ne abbiamo bisogno. Siamo animali con degli istinti piuttosto elementari e con questi istinti dobbiamo imparare a convivere.
Ma accettare questa ineluttabilità della natura umana, non significa anche accettare che qualcuno possa sfruttarla per addomesticarci, per renderci mansueti, per farci fare quello che altri vogliono che facciamo. In fondo la nostra storia su questa terra sta in tutta in questo conflitto e quello che possiamo fare è offrire strumenti a chi verrà dopo di noi per combattere, senza dover ricominciare sempre dall’inizio.