Non esiste un farmaco per la povertà

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di Marcella Corsi

È passato un mese da quando Esther Duflo ha vinto il Nobel per l’economia, insieme a Abhijit Banerjee e Michael Kremer, per aver introdotto nell’economia dello sviluppo un approccio sperimentale alla riduzione della povertà globale“.

Molto si è scritto in queste settimane sul fatto che per la seconda volta nella storia una donna avesse vinto il Nobel per l’Economia (dopo Elinor Ostrom), e in molti hanno sottolineato come la scelta del tema della povertà fosse non solo condivisibile, ma per certi versi necessario, alla luce della crescente disuguaglianza prodotta dalle nuove forme di capitalismo.

Tuttavia, a mio modo di vedere, si tratta di uno di quegli eventi da ‘festeggiare con cautela’, uno di quelli in cui è lecito chiedersi quale economia vogliamo.

Esther Duflo e i suoi colleghi hanno applicato metodi sperimentali già adoperati in ambito medico/biologico, che, sebbene di successo, hanno rappresentato una battuta d’arresto per quegli studi sullo sviluppo che prestavano una maggiore attenzione ai problemi culturali e istituzionali. Il loro metodo, gli esperimenti aleatori controllati (Randomized Control Trials, abbreviato in RCT), ha avuto un effetto infestante nell’economia dello sviluppo, dove è applicato in modo spesso azzardato.[1] Come molto spesso accade, forse l’iniziatore/iniziatrice è consapevole dei limiti del nuovo metodo, ma i seguaci che si buttano senza condizioni nell’imitazione se ne dimenticano.

Il metodo dei neopremiati, simile a quello utilizzato per testare un farmaco, consiste nell’estrarre a caso, all’interno di una popolazione di interesse, un gruppo di “trattamento”, a cui viene assegnata una misura contro la povertà (reti antimalariche, informazioni sui benefici dell’istruzione, ecc.), e un gruppo di “controllo”, che non viene trattato. La randomizzazione assicura che l’unica differenza sistematica tra i due gruppi sia dovuta al momento del “trattamento”. Così, guardando agli esiti comportamentali, diversi tra i due, se ne può valutare l’efficacia. 

In questo modo, Banerjee, Duflo e Kremer, insieme a tanti altri, hanno ridotto un problema complesso come la lotta alla povertà ad una serie di problemi più semplici da comprendere e trattare. A detta di alcuni commentatori, riducendo anche, in parte, “il ruolo delle differenze ideologiche nel dibattito, spostando l’attenzione dalle domande più grandi alle domande più piccole e a obiettivi chiari da raggiungere”.[2]

Ma viene da chiedersi, è questo quello che deve fare un economista? Spogliarsi delle ideologie/teorie a favore dell’efficienza? E a quale costo avviene tutto questo?

Ne hanno scritto a caldo Marta Fana e Luca Giangregorio in un articolo comparso su Jacobin Italia il 16 ottobre scorso. Dopo aver ricordato i fatti sulla povertà globale  4.115 miliardi di individui poveri nel 2015 contro 3.183 miliardi nel 1991, il 70% della popolazione mondiale, secondo dati della Banca Mondiale – Fana e Giangregorio si chiedono, dandosi una risposta negativa, “in che modo i fatti, quelli grandi che muovono la storia e il progresso sociale possono essere spiegati con micro-esperimenti che nella migliore delle ipotesi si basano su appena qualche migliaio di individui?”[3]

Fana e Giangregorio sottolineano poi come l’approccio randomista interviene direttamente sul senso della disciplina economica “non più considerata scienza sociale, ma scienza dura, capace di affermare il legame diretto, deterministico e incontrovertibile tra fatti economici misurati con un determinato approccio e tra individui”.

Gli RCT sono parte di un’economia mainstream basata sull’assioma che la risposta comportamentale degli individui (imprese, lavoratori, consumatori, ecc.), che agiscono razionalmente di fronte alla scarsità di risorse, possa cambiare in modo ottimale sulla base di incentivi individuali. Nonostante ampie differenze di contesto, i lavori dei randomisti finiscono con l’esplorare la fattibilità di “interventi modesti” per “infondere speranza” nelle comunità emarginate, concludendo che sono possibili “notevoli miglioramenti” nella lotta povertà.

La riduzione della povertà, tuttavia, è un argomento estremamente complesso che tocca il rafforzamento delle istituzioni, la salute della governance, la struttura e la dinamica dei mercati, il funzionamento delle classi sociali, le politiche macroeconomiche, la distribuzione, l’integrazione internazionale e molte altre questioni, nessuna delle quali può essere replicata da un contesto all’altro.

Nei ragionamenti di questa scuola, in nome di una presunta scientificità, non c’è attenzione sociale, né interesse per la realtà. Viene da chiedersi che ne è degli studi di Amartya Sen (premio Nobel 1998) sulle capabilities, ossia le “abilità delle persone”. Sen concepisce lo sviluppo umano come espansione della libertà sostanziale individuale e collettiva attraverso la trasformazione delle risorse economiche in capacità di “essere e di fare”: una bicicletta non solo trasporta persone, ma in un villaggio nel Sud del mondo può rappresentare, per chi la possiede, la “capacità di essere istruito”, vista la mancanza di trasporto pubblico e la scarsa diffusione territoriale delle scuole.[4] L’economia quindi deve essere analizzata in un’ottica di sviluppo umano, considerando le condizioni storiche, politiche e sociali, ignorate invece dall’approccio micro-econometrico dei neo-premi Nobel. 

In una recente lettera aperta pubblicata sul Guardianquindici importanti economisti (tra cui Naila Kabeer, presidente dell’International Association of Feminist Economics – IAFFE)[5] hanno sostenuto che basarsi sugli RCT per guidare la spesa per gli aiuti porterà a politiche a breve termine, superficiali e fuori luogo. Porre domande pertinenti è il primo passo verso la comprensione dei problemi. E capire perché la fame diffusa e la povertà persistono in un’era di opulenza senza precedenti, rapida trasformazione tecnologica e governance democratica è il problema più importante della giornata. La disuguaglianza non nasce nel vuoto, è un aspetto fondamentale della distribuzione del reddito e della ricchezza. A meno che non comprendiamo come l’accumulazione estrema di ricchezza sia collegata a un’ineguaglianza estrema, la questione della povertà non verrà affrontata.[6

Note

[1] A sentire la stessa Esther Duflo, le principali riviste di economia (le cosiddette top five) avevano pubblicato nel 2000 solo ventuno articoli su sviluppo, di cui nessuno incorporava gli RCT; nel 2015 se ne contavano invece 32, di cui 10 con RCT. Sophie Webber e Carolyn Prouse hanno analizzato in dettaglio l’avanzata dei randomisti nell’economia dello sviluppo, mettendone in evidenza luci e ombre.

[2] Vaccini, lenticchie e il Nobel per l’economia, Sbilanciamoci

[3] La randomizzazione è stata molto criticata anche sul piano metodologico. Basti ricordare le critiche mosse da James Heckman già nel 1991 

[4] Sull’approccio di Sen e un confronto con quello femminista si veda Corsi, M. e Guarini, G. (2017) “Inequality and Poverty”, in T. Jo, L. Chester, C. D’Ippoliti (eds.), Handbook of Heterodox Economics, Routledge.

[5] Naila Kabeer in un suo post del 2013 aveva affrontato un altro tema controverso, ovvero il carattere femminista del lavoro di Ester Duflo, che preferisco ignorare in questa sede. Mi basta citare un passaggio del testo della Kabeer: “What troubles me .. is .. an understanding of human behavior which is uncritically informed by neo-classical microeconomic theory, and the very ‘thin’ evidence base she offers in support of her arguments”.

[6] Su questa linea di pensiero si veda l’articolo di Farwa Sial e Carolina Alves comparso su OpenDemocracy nel settembre 2018.