Non siamo “più ignoranti”. Semplicemente non comprendiamo più il mondo

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Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 11 luglio 2019

Tralasciamo per un attimo il giudizio di valore sui test Invalsi. E atteniamoci ai risultati: qualcosa vorranno pur dire. Il fatto che il 35% degli studenti non capisca quel che legga, io lo trovo comunque significativo. Tremendamente significativo. Non vuol dire semplicemente che siamo ‘ignoranti’, che si deve studiare di più. Vuol dire di più e peggio: che a troppi ragazzi (a troppi italiani) manca la possibilità di comprendere il mondo. Non il mondo geografico, non la geografia, o la storia, intese come discipline, no. Ma il mondo con tutto quel che c’è dentro, compresi se stessi, i propri bisogni, i propri convincimenti, i propri desideri e persino i propri sogni. L’assenza di capacità di comprensione produce attorno un vuoto, una terra di nessuno che resta inesplorata e priva di riferimenti. Al più ci si concentra su se stessi, sui propri impulsi, si “interiorizza” l’interesse, ci si dedica alla propria identità (quale?); quando invece “esistenza” significa esteriorizzare, sporgersi fuori (anche quando il ‘fuori’ siamo noi stessi, il nostro corpo, la nostra vita, anzi tanto più). La lingua è il modo che abbiamo di conoscere e riconoscere (e, dunque, riconoscerci reciprocamente). È la modalità in cui desideriamo, in cui sogniamo, in cui vorremmo essere desiderati e sognati. Senza la lingua non c’è relazione, non apprendiamo nemmeno l’esistenza degli altri, e ci convinciamo che questi altri sono per forza tutti identici a noi, anzi debbono esserlo necessariamente, e se non fosse così si dovrebbe operare affinché lo siano.

Senza la lingua, il suo uso articolato, la sua ampiezza ed efficacia, il recinto si chiude, il mondo si essicca, le parole (le poche parole che ancora si maneggiano mentalmente) cadono come foglie secche. Le parole sono come ponti gettati verso l’altro. Che, quando sono poche o assenti, può essere al più ‘immaginato’, e spesso nel modo peggiore e travisante. Ciò che avvicina, al contrario, è ciò che pone una relazione e, dunque, fissa una distanza tra sé e altro: la distanza ‘ravvicinata’ della mediazione, il cuscinetto delle parole, il filtro della lingua. Un paradosso, ma tant’è. La prossimità è un riconoscimento, non uno scontro brutale. Anzi, abbandonarsi alle immagini può condurre inevitabilmente alla zuffa, perché alimenta l’ignoranza verso l’altro, lo mostra pericoloso, fino a che ne proviamo paura. Venendo a mancare tutto ciò, rosicchiando l’elemento culturale che ci rafforza nella capacità di dialogo e relazione, emerge la specifica brutalità dei rapporti, nonché i sentimenti peggiori, quelli che scatenano risentimento, aggressività, odio. La società ‘immaginata’ (la società delle immagini pure, dell’assenza di relazioni, della povertà linguistica) è dunque una società del conflitto non regolato, una società che non media tra le proprie singolarità, anzi disintermedia. ‘Regolare’ vuol dire, invece, rendere quel conflitto produttivo, e in tal modo alimentare la forza della democrazia. Senza lingua è ben facile che quest’ultima scivoli in una specie di gorgo, che dapprima essicca la rappresentanza e il rapporto di fiducia tra elettore ed eletto, tra cittadini e istituzioni, e poi consegna tutto alla immagine fascinosa del grande condottiero o del conducator.

Non è questione, dunque, di essere più o meno ignoranti o di dover studiare un po’ di più. La povertà di linguaggio, l’incapacità di comprendere, l’estraneità delle parole sono una specie di discesa verso l’inferno. Ecco perché dovremmo fare un monumento a quelle maestre (e a quelle famiglie) che avvicinano ai libri sin dalla prima infanzia: alla loro fatica, all’impegno (ma anche al piacere) della lettura, della riflessione, al lavoro della mediazione, al possesso della lingua. Quando non accade è un disastro esistenziale, quasi prima che sociale. L’esistenza ripiega su se stessa, mentre la sua natura è, al contrario, quella di sporgersi, guardar fuori, entrare in relazione (anche conflittuale) con il mondo. Esser parte e non tentare di occupare tutto lo spazio possibile con il proprio ego. La storia dell’uomo, in fondo, è tutta qui, in questa ardimentosa apertura. E nell’altro che ci attende.